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Irma Loredana Galgano

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Riflessioni sparse sul sistema giudiziario italiano in “La tua giustizia non è la mia” di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (Longanesi, 2016)

14 martedì Mar 2017

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Comunicazione, corruzione, GherardoColombo, giustizia, istruzione, Latuagiustizianonelamia, Longanesi, mafia, PiercamilloDavigo, politica, sistemagiudiziarioitaliano

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È uscito a settembre 2016 con Longanesi il libro di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo La tua giustizia non è la mia. Dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. Un testo che rimanda a una amichevole discussione/dissertazione tra due colleghi, trascritta poi e diventata così un libro. Molto interessanti i contenuti mentre è proprio la struttura che a tratti infastidisce il lettore il quale, volendo esser certo di attribuire al giusto interlocutore questa o quella affermazione, è costretto più volte a ritornare al capoverso dove, di volta in volta come nei dialoghi, viene indicato il titolare delle dichiarazioni. Un dialogo di oltre cento pagine. Per il resto il libro risulta sin da subito molto utile per apprendere sfumature e misteri del sistema giudiziario italiano visto nel suo insieme e confrontato con altri stranieri, in particolare il norvegese, l’americano, il francese e l’inglese.
Dodici punti elaborati nel corso della discussione e una conclusione volta a chiarire se e quanto sia davvero differente il concetto di giustizia dei due autori. Non si chiarisce del tutto quanto effettivamente la giustizia di Colombo sia lontana da quella di Davigo ma leggendo il testo nel lettore vige costante l’impressione che mentre Gherardo Colombo sembra perdersi nei suoi ideali Piercamillo Davigo mantenga sempre attivo un certo pragmatismo. Per leggerli in accordo bisogna attendere il capitolo sulla corruzione, uno dei mali peggiori del nostro Paese, tutt’altro che risolto. Per Davigo «il problema principale è che mentre prima (di Tangentopoli, ndr), pacificamente, si rubava per fare carriera all’interno dei partiti politici» adesso «si usano altri sistemi» che al momento non è ancora chiaro quali siano perché «i processi relativi alle elezioni primarie non li abbiamo ancora fatti». Per Colombo prima di Tangentopoli «la corruzione, a livelli elevati, era un sistema» mentre ora «è diffusa a qualsiasi livello» e così tanto «che è praticamente impossibile riuscire a contrastarla attraverso strumenti di controllo».
Se la “élite” politica mostra ai cittadini questo volto non ci si può stupire quando Davigo afferma che «l’Italia è un paese nel quale la regola principale di comportamento verso l’autorità è la slealtà». Sono atteggiamenti, comportamenti, stili di vita che si apprendono quasi inconsciamente. Esattamente come quando a scuola si apprende la «apologia dell’omertà contro l’autorità, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa». La scuola italiana, che Davigo considera «una delle peggiori fucine di illegalità che esistano in questo paese», è in prevalenza incentrata sul confronto/scontro tra i buoni e cattivi, i bravi e i somari, il rigore e le “spie”… E non si può non concordare con Davigo quando sostiene che «bisogna fare in modo che sia conveniente comportarsi bene e sconveniente comportarsi male. Altrimenti l’educazione non serve a niente».
Un ottimo modo per cominciare sarebbe quello di cominciare a “punire” dall’alto, nel senso che i primi a pagare per errori e crimini dovrebbero essere i cosiddetti colletti bianchi. «In Italia i ricchi rubano più dei poveri» eppure «non li prendono mai» e quando succede «gridano all’ingiustizia». Certo. Non ci sono abituati. La soluzione che viene cercata è peggiore di una beffa, è davvero un’ingiustizia considerando che «si cambiano le leggi, si fa di tutto perché non siano puniti». Un sistema talmente marcio che un governo viene indicato come “buono” se abbonda in condoni edilizi e voluntary disclosure. Il che, tradotto in parole più semplici, equivale a dire viva l’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia e i conti nei paradisi fiscali.
«Dopo la stagione di Mani Pulite, stracciato il velo dell’ipocrisia, i politici disonesti sono diventati di singolare improntitudine. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». Viene da chiedersi se l’obiettivo è che smettano di farlo anche gli abusivi e gli evasori. Ammesso che non l’abbiano già fatto.
In La tua giustizia non è la mia Colombo e Davigo affrontano anche il tema dei lunghi processi, delle pene inique, della riforma del sistema giudiziario e carcerario, dell’indulto che rischia di diventare il “condono” giudiziario, delle operazioni sotto copertura, un azzardo secondo Davigo perché va a finire che non si riesce più a capire «se la polizia giudiziaria ha infiltrato qualcuno nella criminalità organizzata o viceversa» e su tanti altri aspetti della giustizia che quotidianamente combatte “il male” e deve farlo qualunque ne sia l’origine. Metaforicamente Colombo si interroga sul perché «da diecimila anni ci diciamo sempre le stesse cose e cerchiamo di risolvere gli stessi problemi». La soluzione va ricercata nell’idea errata «secondo la quale il bene e il male si distinguono per paternità» invece vanno distinti «oggettivamente».
Un libro originale La tua giustizia non è la mia, molto interessante per i contenuti e molto utile per il lettore che apprenderà informazioni e nel contempo sarà invogliato a riflettere su aspetti del sistema giudiziario italiano e suoi suoi operatori che vengono presentati in un modo mentre nascondono dell’altro. Sui politici, sui governi, sugli insegnanti e sugli alunni, sui cittadini, sui criminali…

Gherardo Colombo: è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l’omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell’IRI, Mani Pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti. Nel 2010 ha fondato l’associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Piercamillo Davigo: è presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda sezione penale dal 2005. Entrato in magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool di Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dall’aprile 2016 è presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Fonte biografia autori http://www.longanesi.it

Articolo originali qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Rivoluzioni storiche delle donne, repressione e conservazione al maschile in “Socialfemminismo” di Stefano Santachiara (Digitalpress, 2017)

26 domenica Feb 2017

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Comunicazione, Digitalpress, femminismo, istruzione, paura, politica, recensione, saggio, Socialfemminismo, StefanoSantachiara, violenza

È da poco uscito il nuovo saggio del giornalista investigativo Stefano Santachiara, Socialfemminismo edito dalla Digitalpress. Già oggetto di critiche e tenzone, il libro di Santachiara non poteva non far parlare di sé. Una vera sfida, ecco cos’è. Contro il pregiudizio, i preconcetti, le disparità e le ingiustizie. Scritto con una intrigante verve da cronista che ha investigato a lungo prima di procedere alla narrazione di un articolato percorso informativo volto a dimostrare che la violenza da combattere non è solo quella dell’uomo che aggredisce una donna. Questo rappresenta il braccio. Bisogna conoscere e lavorare sulla mente che quel braccio arma ogni giorno.

La violenza di genere di cui è piena la cronaca nera non rappresenta che la punta dell’immenso iceberg della violenza strutturale di cui non solo la nostra società è pregna ma su cui proprio sembra essere fondata.

Leggi anche – L’Istituto della violenza e il cammino della nonviolenza

Santachiara si chiede quali siano i reali motivi per cui «le analisi femministe subiscono la marginalizzazione dei mass media» a tal punto da sembrare che debbano «restare nella nicchia e privarsi della dialettica». Tutti dovrebbero interrogarsi sul perché. La realtà è che viviamo in una società basata sulla competizione tra «dipendenti, disoccupati, schiavi nel terzo mondo e nel sottoproletariato occidentale; giovani e anziani, stranieri e autoctoni, uomini e donne». È necessario quindi «portare alla luce il gap tra la parità formale e le discriminazioni reali». Lo scopo di Socialfemminismo sembra essere proprio questo.

Nel testo Santachiara scrive ciò che nessuno sembra voler leggere o ascoltare, perché in tal caso si sarebbe costretti ad ammettere che rei della violenza di genere non sono solo gli uomini che manualmente la praticano bensì l’intero sistema che, più o meno consapevolmente, non li condanna. A cominciare dal mainstream mediatico che «riproduce la logica sessista dell’onore cavalleresco», ancora più opinabile quando lo fa in riferimento a «vili lanciatori di bombe, missili, armi batteriologiche» che hanno effetti e conseguenze devastanti per la popolazione civile.

Non di rado la stampa, con titoli e articoli a effetto, contribuisce a fomentare l’odio non solo verso il presunto aggressore o femminicida ma lo fa «dissennatamente verso interi gruppi sociali» o etnici. Tranne i casi in cui si parla di «occidentali di buona famiglia».

«L’Occidente si erge a giudice di altre culture per farne il capro espiatorio, sbatte in prima pagina il “mostro” straniero e la vittima “ingenua” fomentando la xenofobia e i peggiori stereotipi. Ma non può lavare la coscienza di uomini americani ed europei che vessano, stuprano e uccidono le donne.»

L’autore affronta il tema del misoginismo spaziando attraverso i vari campi del sapere e narrando di esempi o riportando riflessioni circa avvenimenti accaduti in ogni angolo del pianeta, a riprova dell’idea che i diritti umani non hanno muri o barriere che reggano. Bisogna prendere atto del «nesso tra maschilismo e violenza», consapevolezza che il problema riguarda tutti e la comunità nel suo complesso, ragione del fatto che una società per essere realmente “civile” deve combattere seriamente le molestie e le violenze, «mettendo in circolo tutti gli impulsi culturali volti a prevenirle». Impulsi culturali che, come sottolinea lo stesso Santachiara, non riguardano la «sola educazione al rispetto e ai sentimenti nella scuola ma di ridefinire il quadro per intiero».

Che senso e quali risultati concreti potranno mai dare le campagne contro la violenza se ai violentatori si continuano a infliggere pene irrisorie? Che senso e quali risultati concreti potranno mai dare le campagne di informazione scolastica se governanti e media continuano a utilizzare un linguaggio e un comportamento sessista? Santachiara sembra proprio centrare il nocciolo quando afferma che «vi è un problema più profondo di abitudine alla disumanità».

Leggi anche – La trappola dell’8 marzo

Osservando con più attenzione il messaggio profuso dall’apparato mediatico e informativo, come l’autore ha fatto, si riesce a scorgere la volontà di «impedire la presa di coscienza», tinteggiando di «rosa il genere femminile mediante la produzione positiva delle consuetudini». Ed è così che le massaie vengono rappresentate «splendide al rientro del marito, impegnate con biberon e pignatte», mentre le lavoratrici che lottano contro l’ingiustizia «non di rado, appaiono astiose e frustrate».

Se «una italiana su tre subisce violenza» e «le sentenze della magistratura raccontano storie di mobbing, demansionamenti, licenziamenti ingiustificati, mancati pagamenti di contributi e stipendi» bisogna prendere atto e ammettere che stiamo parlando di una conseguenza, non di una causa.

Molti uomini e purtroppo anche alcune donne non riescono a elaborare «il semplice concetto per cui la differenza sessuale attiene al portato anatomico, biologico, genetico, cromosomico mentre le scelte – culturali e intime – sono strettamente personali», per cui ne deriva la difficoltà a superare il luogo comune della “naturale” predisposizione femminile a svolgere le incombenze domestiche e alla cura dei famigliari. Non vi è alcuna predisposizione naturale o biologica, «a costringerla, difatti, è l’ideologia predominante». Ideologia rafforzata anche da governanti e amministratori. Fa bene Santachiara a ricordare l’inqualificabile campagna pro-fertilità lanciata solo pochi mesi fa dal ministero e dal ministro della salute.

Leggi anche – Ipocrisie e contraddizioni nella lotta infinita contro la violenza sulle donne

Socialfemminismo va letto senza pregiudizi, cercando di non lasciarsi offuscare dagli stereotipi imperanti nella ideologia dominante, secondo cui le democrazie occidentali sarebbero il non plus ultra del vivere civile, bensì aprirsi all’idea che spesso, troppo spesso ciò che viene fatto passare per “naturale” e quindi “giusto” non lo è affatto. Colpisce, a tal proposito, la citazione di Grazia Francescato, riportata nel testo.

«Bisogna smettere di pensare che l’uomo è buono per natura, che il popolo è buono per definizione, bisogna partire dall’uomo com’è realmente e non dall’Uomo come vorremmo che fosse».

Non si può, a questo punto, non concordare con la posizione di Judith Butler analizzata da Santachiara in Socialfemminismo. Sulle nostre vite pendono «le norme eterosessuali», trasmesse «quotidianamente dai media, dai film, così come dai nostri genitori». Norme che poi noi stessi perpetriamo «nelle nostre fantasie e nelle nostre scelte di vita». In buona sostanza sono queste norme che «prescrivono ciò che dobbiamo fare per essere un uomo o una donna». E anche se, come ricorda la scrittrice norvegese Toril Moi, «il femminile è il dato biologico, la femminilità il costrutto culturale e il femminismo una posizione politica», per Santachiara quest’ultimo non potrà «mai perdersi finché ci saranno sfruttamento e ingiustizia». E questo, sicuramente, non rappresenta solo una mera posizione politica dell’autore, bensì una speranza e una dichiarazione di fiducia, nonostante tutto, nel genere… umano.

Source: Si ringrazia Stefano Santachiara per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore stefanosantachiara2.wordpress.com

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Misteri segreti storie insolite e tesori di un grande mito partenopeo: “Un giorno a Napoli con san Gennaro” di Maurizio Ponticello (Newton Compton, 2016)

20 lunedì Feb 2017

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MaurizioPonticello, Napoli, NewtonCompton, recensione, romanzo, saggio, UngiornoaNapoliconsanGennaro

 

A novembre 2016 esce con Newton Compton Un giorno a Napoli con San Gennaro di Maurizio Ponticello che ha al suo attivo numerosi libri che parlano della sua città. Anche questa volta, come le altre, l’autore riesce a stupire il lettore presentando un testo che si inquadra con difficoltà in un solo genere. Non è un’agiografia in senso classico, non è un testo storico e neanche una guida ma un ibrido, esattamente come il protagonista.

Il vescovo di Benevento è il “meno santo” pur essendo il più venerato, la sua effige è la meno rappresentata nelle edicole votive pur essendo egli il più “glocal” con milioni di fedeli sparsi per tutti e cinque i continenti.

Nella città della Sirena, che «è mezza in tutte le sue espressioni», sacro e profano non sono divisi ma convivono, «in particolar modo per tutto ciò che concerne san Gennaro». Il culto del santo e la passione per il miracolo della liquefazione del sangue sono talmente legati alla terra che li ha originati che, paradossalmente, «per assistere a una festa d’altri tempi bisogna volare negli Stati Uniti, dove quasi tutto è rimasto congelato agli anni delle prime generazioni». Napoli sta cambiando, o meglio i napoletani lo stanno facendo e Ponticello teme si possa arrivare velocemente al de profundis del «calo affettivo» evidente anche nel brusco ridimensionamento dei nati Gennaro. Scampoli di identità partenopea perduti forse per sempre proprio nell’era in cui il santo ha fatto breccia nel digitale con una app che permette ai fedeli di accendere un virtuale cero votivo a tempo.

Nell’immaginario collettivo «Gennaro appartiene alla terra che l’ha adottato» e per l’autore le celebrazioni del santo «sortiscono l’effetto di risvegliare il senso di comunità quale antidoto allo sradicamento imposto dalla società». Il santo si pone così oltre gli schieramenti religiosi e il “vero miracolo” che compie va ricercato «nella funzione che egli assume di gonfalone e collante che mette insieme miseria e nobiltà». Un culto fortemente sentito e seguito quello per il vescovo di Benevento, una fede che travalica il confine religioso e si mescola al quotidiano, sprofonda nelle viscere di una città che è da sempre emblema della passione, della carnalità, del trasporto… e per questo ripetutamente attaccata, facile bersaglio di chi vuol ridurre il tutto a pura “sceneggiata”.

Maurizio Ponticello combatte da anni, con i suoi libri e le sue conoscenze, per sfatare i luoghi comuni, abbattere i muri del pregiudizio, rinnegare le leggende metropolitane e ridare valore alla storia vera, alle narrazioni con fondamento, alle tradizioni che hanno reso unico e immortale il capoluogo partenopeo. Una città che lo stesso Ponticello ha definito “cassa di risonanza”. Quello che vi succede in realtà accade ogni giorno ovunque ma un evento a Napoli viene subito amplificato e così gli stereotipi si saldano e il pregiudizio pure.

Leggi anche – “Il giro di Napoli in 501 luoghi”. Intervista a Maurizio Ponticello

Leggendo Un giorno a Napoli con san Gennaro colpiscono la dicitura iniziale (“Questo libro non è stato sottoposto a censura preventiva”) e i ringraziamenti finali, in particolare quelli che Ponticello riserva a Napoli (“senza questa città il mondo sarebbe molto più povero”). Un museo a cielo aperto che non smette mai di meravigliare. Con i suoi problemi, certo. Con le sue bellezze, fuor di dubbio. Evitando la censura preventiva l’autore ha potuto raccontare ciò che altrove viene taciuto, perché ritenuto scomodo o sconveniente. Il quadro che ne emerge non è solo più realistico e credibile ma anche più interessante. La volutamente incompleta bibliografia di riferimento pubblicata a margine del testo già da sola basterebbe a rendere l’idea del lavoro enorme compiuto da Ponticello per creare la sua opera, ma chi ha il piacere di leggere il testo per intero può comprendere fino in fondo la portata di un simile lavoro. Testi sempre più rari, purtroppo, e anche per questo maggiormente apprezzati da chi riesce a coglierne fino in fondo l’essenza e l’esigenza.

Leggi anche – Quanti erano i Mille di Garibaldi? La vera storia dell’Unità d’Italia. Intervista a Pino Aprile

Quanto è importante conoscere tradizioni e cultura? Quanto è necessario studiare e approfondire per portare la conoscenza verso la verità documentata? Se conosciamo il passato riusciamo a meglio comprendere il presente? Quale sarà il futuro del nostro passato? L’originalità della cultura partenopea è motivo di vanto o di vergogna? Maurizio Ponticello in Un giorno a Napoli con san Gennaro, come in altre sue opere, dimostra di avere ben chiare in mente le risposte a questi interrogativi ma è straordinario quanto riesca a profondere le sue idee e le sue riflessioni senza mai invadere le libertà, soprattutto di pensiero, di chi legge le sue parole. L’autore accompagna chi legge in un cammino di conoscenza e gli lascia al contempo piena libertà, gli mostra il volto reale dei fatti e degli accadimenti ma evita giudizi e pregiudizi, in coerenza perfetta con il suo pensiero.

(Fonte Biografia Autore www.newtoncompton.com)

Source: Si ringrazia Maurizio Ponticello per la disponibilità e il materiale

 

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Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016)

09 giovedì Feb 2017

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flussimigratori, immigrazione, Italia, Lacrimedisale, Lampedusa, LidiaTilotta, migranti, Mondadori, PietroBartolo, recensione, romanzo

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Cosa siamo diventati? Si chiede Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie i migranti, li cura e li ascolta. Quelle storie, o meglio quelle vite si sono fuse alla sua e sono diventate un libro e anche un film documento. Una testimonianza, come sottolineano i due autori, che rappresenta anche un grande esempio di coraggio e impegno civile. Che doveva diventare un monito «contro l’indifferenza di chi non vuol vedere». Doveva. Ma così non è stato, con grande rammarico di Pietro Bartolo il quale, dopo il primo entusiasmo per i riconoscimenti a Fuocoammare e la diffusione di Lacrime di sale, ha realizzato che chi doveva concretamente recepire il messaggio non lo ha fatto e chiusure barriere muri confini indifferenza… non hanno fatto che aumentare. «Nessuna pietà». E lui ha realizzato di continuare a «combattere una battaglia senza speranza contro chi vuole eliminare il problema semplicemente cancellandolo».
Il “problema” sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini, le famiglie e gli orfani che ogni giorno raggiungono le coste italiane a bordo dei mezzi di soccorso che li hanno strappati alla morte come i corpi di coloro che non sono stati altrettanto “fortunati”. Persone che nell’indifferenza generale diventano prima sbarchi e poi numeri, tanti numeri. Cifre così imponenti da diventare fastidiose oltraggiose e di recente addirittura pericolose. Per il terrorismo. Certo. Pietro Bartolo che da un quarto di secolo accoglie migranti non parla di terroristi e terrorismo ma di persone che hanno bisogno di aiuto. Persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà… e lo fanno per cercare di rifarsi una vita o per salvare coloro che invece sono rimasti, i famigliari che li hanno visti partire verso luoghi che a loro devono sembrare quasi magici, dove si mangia ogni giorno, più volte al giorno e soprattutto dove nessuno ti spara addosso senza motivo.
Ma queste persone che sono apparse fastidiose agli europei quando hanno conquistato i loro Paesi continuano a essere considerate tali anche e maggiormente ora che si vuol far credere che siano loro a voler colonizzare l’Europa.
Pietro Bartolo e Lidia Tilotta hanno scritto un libro che non è solo un pugno nello stomaco, è uno squarcio nella coscienza di ognuno perché continuare a fingere di non capire come realmente funziona il mondo non fa degli occidentali persone migliori ma agevola chi crede solo alla forza del denaro, «un demone che continua a succhiare senza alcun ritegno il sangue di intere popolazioni soggiogate e impotenti» e trasforma le persone in «numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce».
Uomini avidi e spietati che non si fermano difronte a niente, e non si parla di chi organizza la tratta degli esseri umani ma di chi «la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia».
Lidia Tilotta afferma che il libro vuole essere «semplicemente una testimonianza. Messa nero su bianco senza edulcorazioni». Lacrime di sale in realtà è molto di più. Molto di più.

Pietro Bartolo: medico di Lampedusa, dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell’isola. Da sempre in prima linea nel soccorso ai migranti, si è meritato numerose onorificenze. È uno dei protagonisti di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, docufilm Orso d’Oro 2016.

Lidia Tilotta: giornalista della testata regionale della Rai. Da Lampedusa ha raccontato più volte le storie dei migranti, di quelli che si sono salvati come di coloro che non ce l’hanno fatta.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff (Bompiani, 2016)

01 mercoledì Feb 2017

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Bompiani, FatesandFuries, FatoeFuria, LaurenGroff, recensione, romanzo

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff

Lauren Groff ha costruito la vicenda portante di Fato e Furia, tradotto in italiano per la cura di Tommaso Pincio e pubblicato dalla Bompiani, attorno a una serie di interrogativi fondanti. Cosa si nasconde nei meandri più bui della nostra mente? Si possono cancellare le azioni commesse o subite con la sola forza del pensiero? Si può rinnegare una figlia perché ha commesso un errore?

LEGGI ANCHE – Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

Stando a quanto riportato dal quotidiano britannico «The Guardian» il 25 dicembre del 2015 il presidente americano Obama e Amazon hanno incoronato Fates and Furies libro dell’anno. Sembrerebbe che i lettori vengano catturati dal lato oscuro del moderno matrimonio raccontato dalla Groff. È la stessa autrice nei ringraziamenti a legare il libro a un doppio matrimonio: da una parte quello dei protagonisti, Lotto e Mathilde, e dall’altra al proprio, «incredibilmente fortunato», con Clay. Ma non dice che Fato e Furia è un libro che parla di matrimonio, né antico né moderno, e infatti non lo è. Ciò che invece afferma con estrema chiarezza è la sua opinione «ambivalente riguardo al matrimonio». E questo si ritrova più volte nel testo.

Dalla Florida al Maine passando per Parigi e la campagna francese, la Groff sfrutta tutti gli scenari possibili per ambientare le “scene” del suo romanzo che a tratti ricorda le saghe famigliari tanto care al pubblico americano. Case coloniche, grandi proprietà, immense ricchezze e fortune, i sogni e le chimere del successo… tutti tasselli del puzzle noto come “sogno americano” che in Fato e Furia si scontrano, come uno schiaffo sulla guancia, con la miseria, la delusione, la depressione, l’alcolismo, la perversione e i demoni di personalità borderline lasciate da sole ad affrontare paure e dolori. E sarà questo a unire le vite e i corpi di Lotto e Mathilde, i segreti non detti, le passioni represse, i desideri inespressi… non la loro unione, né classica né moderna, che per convenzione viene chiamata “matrimonio”.

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff

La struttura del libro di Lauren Groff sembra costruita su un doppio binario, da una parte il bianco e dall’altra il nero. Prima l’io narrante è Lotto, poi Mathilde. Nella prima parte il protagonista è lui, nella seconda lei. Risulta quasi incredibile scoprire come le due metà combacino alla perfezione, siano convergenti e allo stesso tempo complementari; sarà solo dopo averle lette entrambe che il lettore avrà una visione d’insieme e una maggiore coscienza della portata dell’opera e del lavoro dell’autrice. Nel libro gli eventi sembrano governati dal fato ma in realtà è la furia a dominare su tutto e tutti, sia quando essa decide di agire sia quando sceglie invece di rimanere sopita. La furia nelle sue tre personificazioni (vendetta, ira e rimorso) regola la vita di Lotto e di sua madre Antoinette, del suo migliore amico Chollie e di Mathilde, la cui vera natura verrà svelata solo nelle ultime pagine allorquando compirà l’azione, l’unica possibile e necessaria per cancellare il buio del diniego dal suo essere più profondo. Solo allora Mathilde capirà di non essere una persona completamente sbagliata e che forse a una bambina di quattro anni il beneficio del dubbio va dato lo stesso, anche se ha commesso un gravissimo errore.

Dopo la repentina morte di Lotto, Mathilde si ritrova nuovamente sola ad affrontare la vita e i suoi demoni. Mentalmente ripercorre ogni singolo fotogramma, ogni istante durante il quale il suo respiro ha incontrato quello degli altri dando origine a un’alchimia rivelatasi nella gran parte dei casi esplosiva. Rivive gli anni del matrimonio con Lotto, le feste con gli amici di sempre, il suo lavoro in galleria e il rapporto controverso con il titolare Ariel, gli anni del college, quelli trascorsi in casa di suo zio e gli altri da sua nonna… fino a ritrovarsi di nuovo bambina nella grande casa di famiglia con i nonni paterni, i genitori e il fratellino.

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Groff

Ripensando al giorno in cui la sua vita è cambiata, nell’esatto momento in cui quella di suo fratello si spegneva a causa dei traumi riportati in seguito alla caduta dalle scale di cui viene incolpata lei, matura l’idea della cancellazione come vendetta e impiega i soldi guadagnati lavorando costantemente al fianco di suo marito per distruggere proprietà, ricordi, senso di colpa, passato e futuro. Non le rimane che il presente, gli anni del suo “matrimonio” con Lotto, quelli in cui ha deciso di vestire i panni della persona che avrebbe sempre voluto essere.

LEGGI ANCHE – Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

Non so se Fates and Furies sia o meno il miglior libro del 2015; quel che è certo è che leggendo Fato e Furia di Lauren Groff si rimane affascinati dalla prosa scorrevole, dalla trama intrigante, dai contenuti mai scontati, dal retrogusto amaro che lascia nel lettore l’intera vicenda.

http://www.sulromanzo.it/blog/la-quotidianita-sconfigge-i-demoni-in-fato-e-furia-di-lauren-groff

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“Rosso Parigi” di Maureen Gibbon

30 lunedì Gen 2017

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EdouardManet, Einaudi, Europa, Francia, MaureenGibbon, Parigi, recensione, romanzo, romanzostorico, RossoParigi, VictorineMeurent

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Il rosso è il colore del sangue vivo, della porpora, del rubino, simbolo della passione, della carnalità, dell’amore… elementi tutti che si ritrovano nelle pagine di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nella versione tradotta da Giulia Boringhieri.
Un libro intenso anche se dal ritmo lento, caratterizzato da una narrazione avvolgente e travolgente che accoglie il lettore e lo “rapisce” esattamente come fa un dipinto di Edouard Manet che ha ispirato il protagonista maschile, indicato nel testo semplicemente come E.
Rosso Parigi vuole raccontare la storia della diciassettenne Victorine diventata, quasi per caso, la musa ispiratrice del maestro. Una ragazza la cui vita viene stravolta e trasformata dall’incontro con quest’uomo che lei inizialmente chiama “lo sconosciuto”. Un adulto che la trascina in un vortice di passione e sensualità, facendole provare emozioni sempre nuove, sempre diverse. Sentimenti contrastanti che colpiscono come i colori accesi di una tavolozza.
Leggendo le pagine di Rosso Parigi emerge chiaramente lo sforzo portato avanti dall’autrice nel tentativo di dare maggiore risalto a quella che lei voleva restasse la protagonista, Victorine, e che l’esuberanza di E. non ne oscurasse i tratti. Gibbon è riuscita nel suo intento ma chi legge il libro inevitabilmente pensa a Manet e alle sue tele, a Colazione sull’erba e Olympia, ai colori, alle sfumature, alle impressioni che si delineano come tratti di una tela in lavorazione e fanno in modo che la storia narrata da Maureen Gibbon ne fuoriesca come l’immagine di Victorine Meurent dai dipinti e prenda forma dinanzi agli occhi del lettore.
Una scrittura, quella della Gibbon, che regala a chi la legge quasi sensazioni tridimensionali. Si ha come l’impressione di muoversi insieme ai protagonisti nella Parigi di fine Ottocento, di sentirne i profumi, di “assaporare” la vita dell’epoca. Un libro che da romanzo erotico e di amore sembra acquistare pagina dopo pagina la valenza di un grande romanzo storico.

Maureen Gibbon: vive in Minnesota. Ha pubblicato Swimming Sweet Arrow, Thief e Paris Red.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

30 lunedì Gen 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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distopico, fantascientifico, fantasy, GianniTetti, GrandeNudo, NeoEdizioni, recensione, romanzo, TrilogiadelVento

 

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

Cosa accadrebbe al nostro pianeta se terremoti, incendi, attentati e sortilegi lo devastassero al punto da ridurlo tutto in macerie? Gianni Tetti lo ha immaginato e in Grande Nudo (Neo Edizioni, 2016) racconta la sua versione dell’Apocalisse. Anche se, a onor del vero, va detto che il suo “mondo” è un’isola e i sopravvissuti i suoi abitanti.

Grande Nudo rappresenta il capitolo conclusivo della Trilogia del Vento, incentrato sul racconto di un’umanità allo sbaraglio che vive seguendo i suoi più bassi istinti spaziando dalla libido al desiderio di autoconservazione. La parte iniziale del libro si distanzia molto dalle altre due. Il pericolo che incombe sugli ignari abitanti dell’isola sembra remoto e protagonisti e lettori ne hanno solo un vago sentore. Non per questo il racconto si rivela meno inquietante. Prologo ed epilogo sembrano narrazioni indipendenti: non aiutano il lettore a entrare nel vivo della storia né tantomeno gli mostrano in maniera chiara la conclusione della vicenda.

Tetti mette a nudo la parte peggiore che può celarsi in ogni individuo. I pensieri e le emozioni più recondite, quelle che si fatica ad ammettere anche con se stessi. Devianze, perversioni, istinti razzisti e atteggiamenti omofobi vengono narrati dall’autore attraverso il racconto della mente dei protagonisti i quali, messi alle strette dalla propria coscienza, non possono non riflettersi nello specchio dell’anima, troppo spesso nera, argutamente mistificata nel relazionarsi con gli altri.

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

In diversi punti sembra che l’idea dell’autore richiami in parte quella narrata da Pirandello nelle sue novelle, quando i protagonisti smettono le maschere indossate per apparire con gli altri e, restando soli con se stessi, mettono in scena il proprio io. Un qualcosa di simile si ritrova nelle pagine di Grande Nudo, anche se il tutto è narrato con uno stile più confusionario di quello del grande drammaturgo.

Il testo si apre al lettore con una citazione di Lucio Dalla, con il passaggio di un suo brano musicale nel quale afferma o metaforicamente si interroga su «come è profondo il mare». Parafrasando la citazione si potrebbe affermare o interrogarsi metaforicamente su «come è profondo il male». Grande Nudo sembra essere stato scritto per questo.

Le oltre seicento pagine che compongono il testo sono racconti di storie in bilico tra realismo e fantasia, tra realtà e credenze popolari, superstizioni e paranoie varie. Un simbolico cammino, quasi un avanzare come una marcia degli umili, degli inetti, dei poveri, dei derelitti… i dimenticati e i rinnegati che guadagnano il loro riscatto grazie anche alla Natura che li aiuta per il tramite di uno stregone (majarzu) e dei cani, da sempre fedeli amici dell’uomo, che svolgono un ruolo determinante per il loro riscatto.

I cani salvano il mondo in “Grande Nudo” di Gianni Tetti

 LEGGI ANCHE – “Shift” di Hugh Howey

Grande Nudo di Gianni Tetti sembra un distopico alla rovescia, nel quale disperazione perversione criminalità e cattiveria non si scatenano come conseguenza di un evento catastrofico ma ne sono solo il preludio. Nella narrazione si mescolano immagini e personaggi del presente e del passato e scene apocalittiche di un presente senza tempo, o meglio fuori da un limite spazio-temporale ben definito, eppure in ogni dove e in ogni quando riconoscibili. Un libro, quello di Tetti, fuori dall’ordinario soprattutto per lo stile della narrazione, confusionario e caotico ma in grado lo stesso di svelare il grande nudo dei pensieri e dei sentimenti degli umani.

http://www.sulromanzo.it/blog/i-cani-salvano-il-mondo-in-grande-nudo-di-gianni-tetti

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Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

23 lunedì Gen 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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CentroStudiErickson, Comunicazione, filosofia, Ilcervelloaumentatoluomodiminuito, MiguelBenasayag, neuromarketing, recensione, saggio

Siamo certi che l’unica via possibile per una coabitazione e una coevoluzione fra la vita, la cultura e la tecnica sarebbe questa vera e propria «artefattualizzazione del mondo»? Miguel Benasayag dichiara un suo convinto no e afferma di aver scritto Il cervello aumentato l’uomo diminuito proprio per dare il suo “piccolo” contributo alla famosa questione del senso, che «non è niente di più e niente di meno che il mondo della vita e della cultura», allo scopo di non farla annientare dalla «fascinazione infantile e spesso nichilista dei tecnofili irriflessivi».

El cerebro aumentato, el hombre disminuido uscito nel 2015 con Paidós in Argentina, arriva in Italia nel 2016 edito dal Centro Studi Erickson nella versione tradotta da Riccardo Mazzeo che ne ha curato anche la prefazione. Un libro, Il cervello aumentato l’uomo diminuito, che si rivela fin da subito molto interessante, per l’argomento trattato come per le considerazioni personali dell’autore che possono anche non essere condivise dal lettore ma che egualmente lo invogliano a una utile riflessione sull’evoluzione del mondo e dell’uomo contemporaneo. Benasayag comunque cerca di rimanere quanto più neutrale gli riesce e di affidare a studi scientifici i dati su cui riflettere, con riferimenti a conoscenze mediche, chimiche, fisiche, psicologiche, filosofiche e tecnologiche.

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Per Benasayag lo sviluppo tecnologico sovverte la struttura della nostra società con una forza comparabile soltanto «all’emergenza storica del Rinascimento», con tutto il carico di speranze e di paure che ne deriva. Quella attuale è la prima cultura a essere letteralmente «posseduta dalla tecnologia» che ha generato l’idea di vivere un’epoca dove tutto è possibile, e dove ciò che appare impossibile in realtà viene interpretato come non ancora possibile. Questa «tentazione di una potenza illimitata», che si affianca sempre più spesso alla «promessa di una deregolazione totale», si pone in netta antitesi alla «essenza stessa della vita in tutte le sue dimensioni: la fragilità». Che non va intesa come debolezza, bensì come “caducità della vita” di ungarettiana memoria.

 

L’autore non è contrario alla tecnologia e al suo sviluppo, solamente si sofferma su alcuni aspetti “deviati” del suo utilizzo. Tutto ciò che la tecnologia rende possibile si trasforma, nelle nostre società e nelle nostre vite, «rapidamente in qualcosa di obbligatorio» e non perché ci sia una costrizione fisica ma in quanto questi «possibili» che in «linea di principio ci facilitano la vita, scolpiscono il mondo secondo modi e caratteristiche propri». Inoltre va sottolineato che è in atto una vera e propria «rivoluzione della misura» che «punta a migliorare (aumentare?) le capacità del cervello umano a vantaggio della efficacia economica». Le conoscenze e i risultati degli studi sul cervello vengono usati sempre più spesso come «neuromarketing». Dove condurrà tutto questo? L’intento di Benasayag non è giudicare ma conoscere, capire e, potendolo fare, scegliere se proseguire lungo questa che viene indicata come l’unica via percorribile oppure provare almeno a trovarne delle altre.

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Il cervello umano viene di continuo equiparato a una «Macchina di Turing», capace di elaborare una quantità enorme di dati e di “trarre conclusioni” a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato, ovvero il software. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto questo è legato e strutturato al corpo che lo contiene e la «deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, e fra l’uomo e se stesso». Una “deterritorializzazione” che si declina in una «alterazione del cervello e del biologico organico in generale».

L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una «lastra di gestione di informazioni» ma si tratta di informazioni che non «modellano il cervello perché non passano per il corpo». Tra gli esempi più efficaci addotti dall’autore spiccano quelli relativi alla formazione e alle “conoscenze” dei bambini.

Gli schermi di TV, giochi, tablet, computer dinanzi ai quali grandi e piccoli umani trascorrono sempre più tempo non solo non «aggregano le dimensioni» ma addirittura le annientano, creando una «forza irresistibile che ci affascina» e ci pone in uno «stato subipnotico, né gradevole né spiacevole: assente».

I bambini hanno perso o stanno perdendo il loro diritto ad annoiarsi, non tollerano la «frustrazione ingenerata dall’interruzione della cascata di stimoli» cui sono quotidianamente sottoposti durante i giorni «regolarmente strutturati da un diluvio di immagini». In questi momenti i bambini si sentono come di fronte a «un vuoto angoscioso». Ciò rappresenta un problema reale in quanto «la noia è fondamentale per lo sviluppo delle zone cerebrali associate all’immaginazione e alla creatività».

 

Scrivere a mano vuol dire «impegnarsi in una pratica che territorializza quel che stiamo pensando» mettendo in movimento reti neuronali e modificando la quantità di neuroni, la loro dimensione, le sinapsi e via discorrendo. La digitalizzazione del mondo, «la sostituzione di qualunque riferimento al mondo, per passare a funzionare con modellazioni di esso» implica un importante mutamento qualitativo. Il ruolo degli umani diventa secondario anche «nella circolazione ultrafluida dell’informazione». L’umano non è che un segmento di tale circolazione, «un segmento ogni volta sempre più destrutturato e fluido».

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Jean-Jacques Rousseau sosteneva che «il problema, con il progresso, è che vediamo quel che guadagniamo ma ignoriamo quello che perdiamo». Tanto più ci avvaliamo di informazioni custodite nella macchina e da questa elaborate, tanto meno il cervello potrà «scolpirsi, svilupparsi». La quantità di «vita intensiva» è differente per ogni cervello e dipende da quel che ciascun cervello «sperimenta». La domanda giusta da porsi è se davvero si vuole “delegare” alle macchine e alla digitalizzazione una quantità via via maggiore di funzionalità che caratterizzano il cervello nella consapevolezza che quello che di questo organo non viene utilizzato o stimolato o sfruttato in breve diventa “perduto”.

 

Nell’interscambio macchina-uomo avviene «un processo in una sorta di playback di trasformazione del cervello in “applicazioni” pratiche». In altre parole: l’interscambio con le macchine “macchinizza” l’uomo. Benasayag evidenzia la necessità di riuscire a «individuare dove si sia posizionata la singolarità in un mondo e in un paesaggio che cambiano giorno dopo giorno». Un mondo dove la tecnologia sembra abbia «colonizzato la cultura e la vita» e dove si può ancora cercare una modalità di «ibridazione umano-biologica-artefatto» che favorisca la «colonizzazione della tecnologia da parte della vita e della cultura».

Un ottimo saggio, Il cervello aumentato l’uomo diminuito di Miguel Benasayag, in grado di accompagnare il lettore in un viaggio nella “fragilità” degli umani in un mondo, quello attuale, in cui tutto sembra orientato verso «l’ideale di emanciparsi dalla natura». L’uomo moderno è colui che «pretende di autocostruirsi», ambisce a essere «il creatore e la creatura» e per raggiungere il suo obiettivo vorrebbe che «nulla di ciò che è innato venga a disturbarlo», incluso il suo corpo. L’uomo moderno però sembra dimenticare o non conoscere che corpo e cervello sono strutturati insieme, che la “potenza tecnologica” in realtà è molto meno complessa del biologico organico, che un “cervello aumentato” non corrisponde necessariamente a conoscenze di “spessore” maggiore… e Benasayag ha fatto benissimo a ricordarlo.

Miguel Benasayag: Filosofo e psicoanalista di origine argentina che vive ed esercita la professione di psicoterapeuta a Parigi. Partecipò alla guerrilla guevarista nel suo Paese dove restò in carcere per anni. È autore anche di L’epoca delle passioni tristi e C’è una vita prima della morte?

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Centro Studi Erickson per la disponibilità e il materiale.

 

Articolo disponibile anche qui

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Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero

17 martedì Gen 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FrancescoBennardis, IlBuio, recensione, romanzo, Sensibiliallefoglie

Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero

Romanzo d’esordio di Francesco Bennardis, Il Buio (Sensibili alle Foglie, 2016) accompagna il lettore in un viaggio indietro nel tempo, nell’Italia del 1980 moralmente devastata dalle stragi di Ustica e alla stazione di Bologna, avvenute a poche settimane l’una dall’altra, e dal terremoto in Irpinia nel novembre dello stesso anno. E lo fa partendo da un dramma famigliare intimo personale che colpisce una giovane mamma e un giovane papà proprio nell’isola che da quell’anno in poi sarà ricordata per l’inabissamento del DC9, come macabro teatro della strage.

Irene e Antonio perdono tragicamente il loro unico figlio, Flavio, e sprofondano in un buio talmente fitto da impedire loro finanche di vedersi, di toccarsi…  e convinti che il loro amore sia finito si lasciano. Proprio nel momento in cui Irene pensa di non riuscire a trovare la forza per andare avanti trova la sua luce in quelle stragi, in quei morti senza una ragione. Le ricerche e i tentativi di documentarsi su quanto accaduto a Ustica e a Bologna la impegnano al punto che, quasi senza rendersene conto, si riavvicina ad Antonio e alla vita. Non perché abbia superato il dolore o la perdita bensì perché vuole dare al dolore e alla perdita un senso.

La sera del 23 novembre la terra trema e la scossa si sente anche a Ustica. Ma l’epicentro è lontano. Piccoli paesi arroccati sull’Appennino meridionale interamente rasi al suolo. Migliaia i morti. I feriti. I dispersi. I sepolti ancora vivi. Ed è proprio per loro che Irene ritrova in se stessa una forza e una determinazione che credeva aver perduto per sempre. Perché se per le vittime di Ustica e Bologna non c’era nulla che potesse fare, per i terremotati d’Irpinia determinante poteva essere il suo aiuto, unito a quello dei tanti volontari che hanno fatto scoprire allo Stato Italia il valore di sentirsi una Nazione. Uno schiaffo ben assestato alle istituzioni che si sono mostrate assenti, distanti inefficienti… «Fate Presto!» è stato l’urlo amplificato dai titoli a caratteri cubitali di giornali e telegiornali ma i soli a essere stati celeri e recatisi in tempi brevi sul posto sembrano essere stati solo loro, giornalisti di tv e quotidiani. «Dove sono le ruspe, i mezzi di soccorso, le unità mediche?».

Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero

Già, “dove sono?”. In tanti se lo sono domandato. Il fotogramma simbolo della tragedia avrebbe dovuto essere non il dipinto di Warhol ma le parole di un sopravvissuto che tenta di estrarre un ferito dalle macerie con mezzi di fortuna e redarguisce il cine-operatore che gli chiede se può rivolgergli qualche domanda. «Perché non lascia la telecamera e viene ad aiutarmi?», la sua risposta. Il cronista non lo fa e restano solo i perché.

«In quell’urlo sento la voce di tutti quei bambini, quella di Flavio, delle piccole vittime dell’aereo che è precipitato, dei bambini uccisi dalla bomba a Bologna. Tutti quei bambini che sono lì; tra loro potrebbe essercene qualcuno come Flavio che aspetta solo d’essere salvato».

Ma l’Italia è così, un Paese strano che «scorda in fretta e sembra più attratto da storie di morti recenti, senza essersi preoccupato d’aver dato prima giustizia e riposo a quelle precedenti». Un Paese che sembra rispecchiare alla perfezione il Mondo. Perché non fanno più “abbastanza notizia” i bambini di Aleppo, quelli della Striscia di Gaza, dello Yemen, di Accumoli, Amatrice, Castel Sant’Angelo… dell’incidente ferroviario in Puglia, quelli africani che ormai hanno smesso di essere “notizia” o “servizio” da telegiornale per diventare solo i protagonisti di spot pubblicitari raccimola-soldi. Quegli stessi bambini che in tanti si sono vantati, per anni, di aver “adottato a distanza” sono i fratelli, le sorelle, i cugini, le cugine o sono proprio gli stessi che tentano disperati i viaggi della speranza a bordo di mezzi di fortuna e, se sopravvivono, diventano improvvisamente ingombranti, fastidiosi e, di recente, anche pericolosi. La pena e la pietà valgono solo a debita distanza?

Francesco Bennardis ha scritto un libro commovente nel tentativo di dimostrare che non è questo il modo corretto di vivere in questo mondo e che solo la solidarietà umana può vincere il dolore, anche quello più profondo. Si piange leggendo Il Buio, si piangono quelle lacrime silenziose che sgorgano come sangue dalle ferite, lacerano il desiderio di ricacciarle indietro e si fanno strada tra la rabbia e il dolore che si provano pensando alle calamità, alle tragedie, agli incidenti, agli attentati ma soprattutto alle ingiustizie. Prime tra le azioni crudeli e criminali a restare impunite o peggio a diventare delle pene scontate tramite risarcimenti monetari e finanziamenti a fondo perduto.

Stragi di Ustica, Bologna e Irpinia, un viaggio nel dolore vero A buon diritto Il Buio di Francesco Bennardis può essere considerato un grande esordio letterario perché egli non ha semplicemente raccontato una storia ma un Paese. Ha inventato una trama per legarla all’ordito della Storia italiana del 1980, alle stragi di Ustica e Bologna, al terremoto in Irpinia. Ha narrato di un dolore per dare la voce a tanti altri rimasti inascoltati o muti. Ha raccontato la morte e l’ingiustizia per lanciare un messaggio di speranza per la vita. Ha ridato al romanzo la funzione educativa auspicata dal Manzoni. E lo ha fatto con una grande umiltà di scrittura e di linguaggio.

http://www.sulromanzo.it/blog/stragi-di-ustica-bologna-e-irpinia-un-viaggio-nel-dolore-vero

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Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo? “Non tutto si dimentica” di Wendy Walker (Nord, 2016)

16 lunedì Gen 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EditriceNord, Nontuttosidimentica, recensione, romanzo, WendyWalker

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Non tutto si dimentica dell’avvocato e scrittrice americana Wendy Walker ruota interamente attorno alla domanda: “Vuoi davvero ricordare cosa ti è successo?” Il perché lo si scopre nello struggente finale che induce nel lettore ulteriori interrogativi sugli effetti, a livello psichico, del male, inferto e subito.

Il romanzo, uscito negli Stati Uniti col titolo All is not forgotten e tradotto o in corso di traduzione in oltre venti Paesi, arriva in Italia edito dalla Editrice Nord nella versione tradotta da Barbara Ronca, in prima versione digitale a ottobre 2016.

Il libro ha una trama che non può non far presa sul lettore. Adolescenza violata, disperazione dei genitori, segreti, relazioni extraconiugali, personalità borderline, vecchi misteri e crimini irrisolti che si intrecciano con i nuovi… c’è tutto quello che un lettore può chiedere a un thriller psicologico. Lo stile di scrittura è schietto ma la narrazione subisce dei cali di scorrevolezza dovuti alla volontà ripetuta di creare suspense utilizzando dei “diversivi”. Più volte il racconto di quanto accaduto e dei possibili indizi per arrivare alla risoluzione del mistero viene bruscamente interrotto per essere ripreso solo in seguito, spesso in un differente capitolo del libro, oppure “deviato” dalle informazioni circa le abitudini della cittadina e dei cittadini di Fairview, una piccola comunità che nasconde innumerevoli segreti ma che molti di essi non hanno nulla a che vedere con il delitto oggetto delle indagini.

Un lettore che vuole appassionarsi al libro avendolo scelto perché è un thriller e non “solo” un romanzo a tratti si infastidisce per queste dispersioni narrative volendo egli, come consuetudine per gli amanti del genere, riuscire a entrare fin da subito nel crimine e nelle indagini e realizzando solo all’incirca a metà libro che la sfida per lui può essere ancora più interessante del solito, in quanto deve giocarsela con un “professionista” delle turbe mentali.
L’io narrante è lo psichiatra Alan Forrester che segue “la vittima” Jenny Kramer, i suoi genitori, il suo migliore amico e il suo aggressore.
Lo sviluppo della trama e la sua risoluzione invitano chi legge a riflettere sulla reale necessità della “condivisione” di un crimine o di una violenza, inflitti o subiti.
Studi psicologici ipotizzano un “ambivalente piacere” procurato dalla sofferenza altrui. E se ciò vale per le persone “normali” non si può non chiedersi cosa provoca la “spettacolarizzazione pubblica” di crimini e violenze sempre più diffusa, in nome dell’imperativo che vuole il silenzio un’arma ancor più affilata in mano agli aggressori, in personalità al limite, in bilico o già criminali.
Non tutto si dimentica di Wendy Walker ci dimostra che l’eccessivo bisogno di “condividere” può causare e causa addirittura emulazione, che gli effetti di un grosso trauma non si riescono a cancellare nemmeno con una terapia farmacologica studiata ad uopo, che neanche il tempo ci riesce del tutto, che un buon libro, anche se è un thriller, non deve limitarsi a rispondere a degli interrogativi bensì generarne degli altri.

Wendy Walker: È un avvocato specializzato in diritto famigliare dello Stato del Connecticut. Non tutto si dimentica è il suo romanzo d’esordio.

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