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Irma Loredana Galgano

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Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016)

23 martedì Mag 2017

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DanieleGermani, DavidMatthaus, Manualedifisicaebuonemaniere, recensione, romanzo

Daniele Germani da Roma si trasferisce a Barcellona e da lì inizia il suo giro per l’Europa che lo porterà a vivere a Londra, in Irlanda e poi ancora in Spagna, a Madrid. Si immagina che questo suo “peregrinare” gli abbia consentito di vedere posti e gente nuova, assistere o vivere esperienze che altrimenti non avrebbe visto o fatto, ascoltato parole e suoni che altrimenti gli sarebbero risultati estranei… e dalla fusione di tutto ciò che sembra nascere l’idea e la realizzazione di Manuale di fisica e buone maniere edito lo scorso anno da David and Matthaus. Un libro che è al contempo un compendio e un tripudio di idee nozioni e riflessioni. Il racconto, appunto, delle occasioni di vita perdute.

I protagonisti sono Lui e Lei, la loro travagliata vita, le esperienze, l’incontro e l’abbandono, il ritrovarsi e il perdersi di nuovo… ma la trama del libro di Germani è tutt’altra cosa rispetto a un romanzo d’amore. È un manuale che fonde scienza e letteratura, fisica e sentimenti. È il racconto del vivere con disagio l’esistenza sul nostro pianeta. Lui, con la sua personalità borderline, i suoi tormenti, le crisi e i “colpi di testa”, il fallimento dei sentimenti e l’incapacità di reagire con forza alle avversità della vita. Lei, con il tormento di un triste segreto nel suo passato che combatte cercando di cancellare o quantomeno nascondere le cicatrici evidenti e quelle invisibili e riesce a raggiungere i suoi obiettivi e a superarli. Due persone e due personalità “differenti”, “diverse”, che hanno dovuto imparare da sole a stare al mondo perché entrambe, anche se per ragioni dissimili, sono state sempre incomprese, derise, denigrate, rifiutate.

Leggi anche – Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” (Marcos y Marcos, 2016). Intervista a Giuliano Pesce

Un libro delicato Manuale di fisica e buone maniere di Daniele Germani che conquista il lettore in punta di piedi per la sua storia, i protagonisti ma anche per le riflessioni indotte sul mondo, sui suoi abitanti e soprattutto sulle loro menti. Una scrittura dolce che a tratti si fa ancora più morbida, fluida. Le lettere si arrotondano e si modellano sui sentimenti dei protagonisti e ne viene fuori una lieve “poesia in prosa”.

«Più camminava, più ogni passo e ogni metro, ogni pensiero e ogni piccola scoperta sulla sua natura lo rendevano una maschera tragica di se stesso.»

Le nozioni di chimica, fisica e quantistica inserite nel testo e le riflessioni di Lui in proposito aprono la mente di chi legge verso la consapevolezza, spesso dimenticata, del proprio essere “fisico”, di quanto i nostri pensieri azioni sentimenti accadimenti… incidano direttamente sul nostro corpo che non è cosa diversa e distinta dalla nostra anima nella quale, anche per un retaggio ideologico religioso, si pensa alberghino sentimenti ed emozioni. Ci rammenta l’autore, per tramite del protagonista, la loro stretta relazione e correlazione con la chimica del nostro corpo, del nostro essere… fisico.

«Quella formula, così strana, era una dichiarazione d’amore complicata e romantica, che qualcuno aveva adattato al mercato dei sentimenti.»

Manuale di fisica e buone maniere è un libro non particolarmente lungo, di poco oltre centosettanta pagine, ma incredibilmente intenso, maturato nelle esperienze di vita vissuta, le stesse che originano quella strana alchimia per cui ci si scopre, quasi senza saperlo o volerlo, felici o scontenti di stare al mondo, di vivere un’esistenza in cerca di riscatto oppure sopravvivere in un’altra sentendosi una particella apolide alla ricerca continua della sua metà, illudendosi di riuscire a trovare il ricongiungimento inteso come unica via al rasserenamento. Senza dubbio alcuno Daniele Germani ha scritto un romanzo che non è semplicemente il racconto di una storia. È un libro con un senso e uno scopo. Valido e riuscito.

Source: Si ringrazia Andrea Carnevale dell’Agenzia Letteraria Edelweiss per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore quarta di copertina

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L’uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta (Salani, 2017)

18 giovedì Mag 2017

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EstEuropa, Luroborodicorallo, recensione, romanzo, RosalbaPerrotta, Salani, Sicilia

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L'uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

Nessuno, per quanto lo speri, si aspetta che davvero da un momento all’altro la propria vita venga stravolta da un’inattesa eredità. Eppure è quanto accade alla protagonista de L’uroboro di corallo di Rosalba Perrotta, edito da Salani. Un libro senza dubbio alcuno al femminile e una scrittura “rotonda”, calda e avvolgente. Tutti i personaggi principali del romanzo sono donne ma è l’universo femminile nella sua complessa immensità a essere narrato dall’autrice. Dall’annientamento in cui volutamente si celano alcune donne all’esuberante intraprendenza di altre, dal rigore imposto da alcune culture all’ansia di emancipazione e libertà di altre ancora. Nonché della lotta interiore prima che esteriore di chi si ritrova in bilico tra i due mondi e, pur essendo attratta dall’essere “continentale”, con estrema difficoltà riesce a liberarsi dalle briglie della chiusura “isolana”.

L’eredità di cui si racconta ne L’uroboro di corallo non è di quelle che fanno schizzare alle stelle il conto in banca; è piuttosto paragonabile a un’antica cassapanca, carica di errori e memorie, che prima o poi, volenti o nolenti, bisogna spalancare. Per poter fare i conti con se stessi prima ancora che con il proprio destino. Se poi a questo carico già pesante aggiungiamo un palazzetto da sistemare e ridestinare e un gioiello dal potenziale potere magico, allora la vicenda si complica e si infittisce. È esattamente quel che ha fatto l’autrice, scegliendo di aggiungere carne sul fuoco a ogni passaggio al punto che, in alcuni momenti, il lettore teme si possa bruciare tutto da un momento all’altro.

Anastasia è nata e cresciuta in Sicilia, a Catania. Allevata da una madre fedelissima al rispetto della tradizione e dei ruoli sociali ben distinti di uomo e di donna. Anastasia è nata e cresciuta in Sicilia, a Catania, allevata da una madre fedelissima al rispetto della tradizione e dei ruoli sociali ben distinti di uomo e di donna. Avvezza alla critica spietata di qualsivoglia atteggiamento o dicitura potesse illudere la figlia che fosse possibile vivere, vestire e pensare in maniera diversa da come erano abituate a fare.

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L'uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

Anastasia scopre tardi e in maniera del tutto casuale che le affermazioni di sua madre erano viziate dalla paura del giudizio e del pregiudizio. Il giro di boa può essere indicato nell’incontro con le cugine al momento della spartizione dell’eredità della compagna del nonno, quando per la prima volta Anastasia vede la spilla di corallo a forma di uroboro, quel gioiello che cambierà e stravolgerà la sua esistenza.

Tra personaggi reali e apparizioni immaginarie, racconti di vita e fantasie oniriche o deliranti la Perrotta racconta la storia di Anastasia e dell’intera famiglia Buonincontro, di Catania e della Sicilia; narra la vicenda di Helena Kazalauskiené, fisioterapista di origini lituane trasferitasi sull’isola per seguire il nonno di Anastasia, comune a tante ragazze immigrate dai paesi dell’Est Europa o da altri continenti, le quali se riescono a evitare schiavismo e prostituzione restano per la gran parte vittime della gabbia del pregiudizio. E lo fa con un registro narrativo lento, a tratti ripetitivo, ma utile per rendere più inciso il narrato, come una pennellata ripetuta più volte per rimarcare un colore ben definito. Nel caso del libro della Perrotta sono i sentimenti a essere maggiormente delineati, le delusioni come le speranze, gli sfarfallii dell’amore come i crampi dell’abbandono, la gioia della condivisione e il rancore dell’invidia. Delle donne soprattutto. Gli uomini restano nell’ombra, quasi una sorta di ologrammi necessari ma non rilevanti. E lo stesso può dirsi di Catania e della Sicilia tutta, un fondale che resta per l’intero romanzo un mero sottofondo.

Quando basta una spilla per travolgere il destino. “L'uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

Un libro interessante, L’uroboro di corallo di Rosalba Perrotta che è riuscita a conciliare nella scrittura serietà e ilarità, realtà e fantasia, constatazione e provocazione senza eccessi, evitando al contempo di precipitare nella banalità e portando all’attenzione dei suoi lettori un buon romanzo contemporaneo.

http://www.sulromanzo.it/blog/quando-basta-una-spilla-per-travolgere-il-destino-l-uroboro-di-corallo-di-rosalba-perrotta

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

12 venerdì Mag 2017

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Uscito in prima edizione ad aprile 2016 per Editori Laterza, Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna è un saggio tascabile di poco oltre centocinquanta pagine sui «radicalismi emergenti, tra gli immigrati e contro gli immigrati».

Un libro che è un valido «strumento di lettura e di orientamento», utile a fornire «chiavi interpretative» prive di pregiudizi ideologici per una questione che ha «radici profonde nella storia» e di cui gli autori si interessano sistemicamente. Ciò ha consentito loro di evitare l’inseguimento delle notizie di stretta attualità e mantenere un approccio meno semplicistico al fenomeno, riuscendo così a raccontare al lettore «alcune prospettive di questa storia grandiosa, piena di speranze e soddisfazioni, ma anche delusioni e sofferenze».

Una vicenda che ha visto un paese come l’Italia «che si credeva monoculturale e in passato di emigrazione» trasformarsi, nel giro di un paio di generazioni, «in un grande porto di mare» e un popolo, quello italiano, che nella necessità del confronto con l’altro, con il “diverso”, si vede costretto a fare i conti con la propria identità. Una condizione di mutamento continuo, dove «anche i nativi vengono in qualche modo modificati dall’interazione con i migranti», esattamente come questi subiscono la metamorfosi del cambiamento e così «da questi incontri nasce una popolazione nuova». Diventa a questo punto necessario «adattare la nostra società e – prima ancora – la nostra mentalità, per vivere al meglio questo grandioso mutamento».

Nel caos degli allarmismi di informazione e politica il testo di Allievi e Dalla Zuanna viene positivamente accolto come una lettura che invita alla calma e alla conoscenza riguardo un fenomeno che è sempre esistito e che ruota intorno a tre “semplici” parole: «necessità, selezione, integrazione».

Utile doveroso e necessario anche l’aver ricordato in Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione che il censimento del 1881 rivelò che metà dei milanesi non erano nati a Milano e che nel primo secolo di Unità nazionale (1861 – 1961), almeno 25milioni di italiani hanno lasciato l’Italia, «quasi 700 al giorno».

L’impegno degli autori è stato profuso non solo nel racconto dettagliato di ciò che i fatti storici avrebbero dovuto insegnarci e il cui apprendimento sotto un ottica diversa avrebbe potuto meglio preparare la società attuale ad affrontare la “crisi migratoria” in atto, ma anche nell’analisi dei dati, nella formulazione di pacate ipotesi risolutive nonché per sfatare i luoghi comuni che sembrano sempre più radicalizzati e strumentalizzati per creare un clima di diffidenza e paura.

  • Gli stranieri rubano il lavoro agli italiani.

  • Gli stranieri frenano lo sviluppo dell’Italia.

  • Tra gli stranieri c’è un’elevata percentuale di criminali.

Gli economisti mostrano e dimostrano che, in Italia come in altri Paesi “ricchi”, i nuovi flussi migratori «hanno causato la crescita dei salari dei nativi, favorendo nel contempo la compressione dei salari degli stranieri» già presenti da tempo sul territorio. Sul mercato del lavoro «gli immigrati sono complementari piuttosto che concorrenti degli italiani». Sono loro per la gran parte ad accollarsi l’onere di svolgere mansioni dirty, dangerous and demeaning (sporche, pericolose e umilianti) e la loro “disponibilità” allo svolgimento dei ddd jobs ha di fatto «permesso agli italiani di concentrarsi sui lavori meglio retribuiti, meno faticosi e più prestigiosi». Ma ha anche, in concreto, spinto «verso mansioni meglio retribuite i lavoratori italiani non qualificati». Per contro «polacche, ucraine, filippine, peruviane, moldave e rumene» sono le più penalizzate, costrette per necessità «a svolgere un lavoro poco qualificato rispetto al titolo di studio conseguito e alle competenze professionali acquisite».

I motivi alla base della mancanza di lavoro, della diffusa disoccupazione, anche giovanile, e dei bassi livelli di crescita dell’Italia vanno invece ricercati nelle «forti barriere all’ingresso delle professioni», negli «oligopoli e cartelli fra le imprese (spesso tutelati dal sistema politico)», nella tendenza a «preservare strenuamente il posto di lavoro piuttosto che a proteggere il lavoratore».

Leggi anche – Primo Maggio: Festa dei lavoratori o del lavoro?

Allievi e Dalla Zuanna sottolineano con fermezza il destino di declino cui andrà inesorabilmente incontro il nostro Paese «se non inizierà a prendere di petto questi problemi». Paesi come la Germania, il Regno Unito e gli Usa negli ultimi venti anni «sono cresciuti molto più di noi pur condividendo i nostri alti tassi immigratori». Mentre paesi come il Giappone «sono cresciuti poco anche se continuano a tenere blindate le loro frontiere». Ne conviene quindi che «alti tassi di immigrazione possono convivere con alti tassi di sviluppo».

Non è tanto la condizione di straniero in sé a essere determinante nel delinquere quanto «quella di marginale». È «la povertà materiale, di risorse sociale e di capitale culturale» a giocare un ruolo decisivo. Leggendo i dati del Dossier Statistico Immigrazione 2015 del Centro Studi e Ricerche IDOS, che gli autori riportano nel testo, si apprende che le denunce contro italiani sono in aumento del 28% mentre quelle verso stranieri sono in calo del 6,2% e che il 17% di queste riguarda violazioni della normativa di soggiorno.

Inoltre non bisogna dimenticare che «gli stranieri non sono solo soggetto, sono anche oggetto di devianza e vittime di criminalità». Dettagliato il resoconto che fanno Allievi e Dalla Zuanna su traffico di manodopera, tratta, sfruttamento, caporalato, violenza, truffa… insomma su tutte le «forme di criminalità legate al business sugli immigrati e all’accoglienza», ricordando anche il recente scandalo etichettato da media e magistratura Mafia Capitale.

Leggi anche – Migrazioni… di organi

Gli autori sottolineano come la questione dei profughi, al pari dell’immigrazione, non è un’emergenza ma «un dato strutturale del mondo globale» e come tale va affrontata.

  • Con strategie, non con parole d’ordine.

  • Con politiche, non con slogan.

  • Con pragmatismo, non con precomprensioni ideologiche.

A livello europeo, a livello nazionale e locale, nella scuola… evitando strumentalizzazioni e multiculturalismi improvvisati che sono speculari all’identitarismo grossolano.

I rifugiati sono dei testimoni della storia e delle volte portano con sé «il destino, la coscienza e il desiderio di riscatto di un intero paese». Viene riportato l’esempio di un esule italiano antifascista in Francia che, dopo aver lavorato come muratore, è rientrato in Italia e diventato successivamente il settimo Presidente della Repubblica. Sandro Pertini.

I migranti economici si muovono per ragioni in parte differenti dai rifugiati politici ma la loro storia merita egualmente di essere scritta con l’inchiostro della civiltà, dell’umanità e del rispetto, tenendo sempre a mente le tre “semplici” parole che ricorrono nelle storie migratorie.

  • Necessità.

  • Selezione.

  • Integrazione.

Tre termini che custodiscono il mondo che è stato e al contempo mostrano quello che sarà. Perché il cambiamento è «la chiave di lettura principale, da assumere e da sostanziare con contenuti seri» se l’intenzione è «capire cosa sta succedendo, tra le comunità islamiche presenti in Europa e nelle società che le ospitano». E questo naturalmente è un discorso valido per tutte le comunità, non solo quelle islamiche.

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna si rivela una lettura molto interessante. Si tratta di un saggio breve ben articolato e con un’ottima struttura narrativa in grado di presentare al lettore una panoramica di ampio raggio sul fenomeno delle migrazioni e indurlo in profonde riflessioni sulla società, attuale e passata, su quelli che devono o dovrebbero esserne i principi fondativi (l’inalienabilità dei diritti e l’universalità della loro applicazione), sulle politiche e sull’informazione globalizzate ma neanche poi tanto, sui concetti per niente astratti di inclusione e divisione. Un libro che merita senza dubbio alcuno di essere letto.

Stefano Allievi: è professore di Sociologia e direttore del Master sull’Islam in Europa presso l’Università di Padova.

Si occupa di migrazioni in Europa e analisi del cambiamento culturale e del pluralismo religioso.

Gianpiero Dalla Zuanna: è professore di Demografia presso l’Università di Padova.

Ha studiato il problema dell’equilibrio demografico nazionale e internazionale e l’integrazione delle seconde generazioni nella società italiana.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Editori Laterza per la disponibilità e il materiale.

Disclousure: Fonte biografia autori quarta di copertina.

Articolo disponibile anche qui

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Mistero e misoginia in “Sempre più vicino” di Raul Montanari

11 giovedì Mag 2017

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BaldiniCastoldi, misoginia, RaulMontanari, recensione, romanzo, Semprepiuvicino, stroncatura, violenza

Mistero e misoginia in “Sempre più vicino” di Raul Montanari

Esce quest’anno con Baldini & Castoldi Sempre più vicino di Raul Montanari, un libro con un ritmo narrativo simile a quello di un romanzo d’appendice su cui pesano come macigni le continue divagazioni e descrizioni che distolgono, o almeno ci provano, l’attenzione del lettore dalla vicenda principale ripresa, in maniera avvincente e incalzante, all’incirca alla pagina duecentocinquanta per essere poi nuovamente marginalizzata già a pagina duecentosessanta. Anche se appare chiaro fin da subito che l’obiettivo dell’autore è quello di creare una struttura labirintica all’interno della quale tessere la trama dell’intricata vicenda, il ripetere enne volte ad esempio che lo zio Willy è stato misteriosamente assassinato e che svolgeva una professione e dei riti occulti in odore di satanismo non aiuta a mantenere alto l’interesse di chi legge, il quale ha già letto di questo e vorrebbe saperne di più. Non si viene purtroppo accontentati, in quanto la risoluzione del mistero sull’uccisione del povero zio Willy è rimandata a data da destinarsi. L’arcano che viene svelato in Sempre più vicino invece riguarda il tesoro da questi lasciato e mai ritrovato, almeno così si pensava. Sarà proprio la brama di impadronirsi dei milioni nascosti da Willy a generare l’intero filone principale della vicenda.

Il protagonista è un giovane ragazzo che vive a Milano e cerca la sua indipendenza da un padre pressante che si è costruito da solo, dopo essersi trasferito dall’Abruzzo insieme al fratello. Valerio ha “ereditato” l’appartamento dello zio Willy e, per arrotondare, lo subaffitta a turisti e viaggiatori, lasciandosi ospitare in quei giorni dall’amico di sempre. Un personaggio, Valerio, che è stato definito “vero e tenerissimo”. Sul fatto che una persona come lui possa essere ritenuta “vera”, nel senso che in giro ci sono o ci possono essere tanti come lui, nulla da obiettare ma sul “tenerissimo” qualche precisazione va fatta. Come si fa a considerare tenero un giovane uomo che si reca di nascosto nell’appartamento dato in affitto a donne e uomini sconosciuti e si masturba sfregandosi con la loro biancheria intima? Come si fa a scrivere in un libro diffuso sull’intero territorio nazionale e su tutti gli store online che “in fondo tutti hanno i propri vizi”, quando sulle pagine del medesimo testo le donne sono state indicate con tutti gli epiteti negativi immaginabili?

Quasi come se si volesse far quadrare un cerchio che perfetto non potrà mai essere, l’autore si sofferma ripetutamente sul racconto delle voluttuose richieste intime dell’amante di Valerio che desidera con fervore essere sottomessa e trattata al pari di una schiava o di una geisha. In tutta questa dilagante misoginia quasi si perde la linea del racconto, il mistero sul tesoro accumulato dallo zio, la trappola in cui cade Valerio, il tradimento da parte di coloro che amava, l’amicizia inattesa con l’investigatore Velardi e il nuovo inizio insieme al padre al quale è servito il buio di una nuova separazione per riuscire a vedere e riconoscere il proprio figlio.

Mistero e misoginia in “Sempre più vicino” di Raul Montanari

LEGGI ANCHE – Denunciare la violenza sulle donne: la storia di Najaa

Una storia, quella da raccontata da Raul Montanari in Sempre più vicino che sembra racchiudere in sé diversi generi letterari. Un testo di narrativa che a lungo si sofferma sulla situazione dei giovani di oggi, sulla loro mancanza di certezze e punti di riferimento. Un romanzo di formazione che cerca di tirare le somme su una generazione maturata negli anni del boom economico del secolo scorso e che si è “fatta” con le proprie mani, riuscendo a guadagnarsi una posizione economica e sociale superiore rispetto ai propri genitori, per la gran parte braccianti e agricoltori. Una generazione che rischia il sorpasso anche sui propri figli. Un giallo che sconfina nell’investigativo su scala internazionale allorquando la scena si sposta, nel resoconto dell’investigatore Velardi, dalle strade di Milano alle favelas e alle foreste brasiliane. Un libro che abbraccia tanto, forse troppo, e che di sicuro senza alcune forzature sessiste avrebbe avuto agli occhi del lettore un aspetto anche migliore.

http://www.sulromanzo.it/blog/mistero-e-misoginia-in-sempre-piu-vicino-di-raul-montanari

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L’importanza di indagare sul senso della vita ne “Il segreto del coltivatore di rose” di Antonino La Piana (Falco Editore, 2016)

26 mercoledì Apr 2017

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Africa, AntoninoLaPiana, FalcoEditore, filosofia, Ilsegretodelcoltivatoredirose, recensione, romanzo

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Esce con Falco Editore a maggio 2016 il romanzo di formazione di Antonino La Piana, Il segreto del coltivatore di rose. Un libro di poco oltre duecento pagine nel quale l’autore mette nero su bianco tutti i pensieri, le riflessioni, le argomentazioni e gli interrogativi che lo hanno accompagnato dalla giovinezza, trascorsa tra le aule della Facoltà di Filosofia all’età adulta, vissuta in vari paesi soprattutto dell’Africa. E ritornando in maniera fors’anche più acuta nel momento del suo rientro in Italia.
Il segreto del coltivatore di rose pur trattando di temi esistenziali, di religione e filosofia sembra ruotare interamente intorno alla figura del protagonista, che altri non è che lo stesso autore, e spesso la narrazione si perde nel dettagliato racconto di episodi ordinari e quotidiani che non riscontrano molto interesse in chi li legge. Come la rocambolesca rincorsa per non perdere la corsa del tram o l’iter della rottura del fidanzamento, o meglio di quando il protagonista è stato lasciato dalla fidanzata. Il lettore non riesce a ben comprendere il fine ultimo di queste prolungate narrazioni che a volte addirittura interrompono il racconto di altre vicende, in considerazione anche del fatto che esulano dal ragionamento che l’autore porta avanti nel suo libro e che trova la sua conclusione nell’ultimo capitolo.

Tutto questo va un po’ a inficiare il tono e il senso del libro, che a tratti risulta confusionario. Scritto come fosse la trascrizione simultanea dei pensieri e delle riflessioni dell’autore che spaziano e saltellano tra i vari argomenti. Maggiore ordine avrebbe potuto coincidere con un più alto gradimento e interesse in chi legge e, al contempo, avrebbe garantito più spazio alle valide conoscenze ed esperienze che La Piana dimostra di avere e aver fatto.
Interessante risulta il racconto dell’incontro-scontro tra le varie culture, lo stridente contrasto tra le futilità del vivere occidentale e il forte legame con la Terra che ancora conservano le etnie “primitive” che l’autore ha avuto modo di conoscere nei lunghi soggiorni nel continente africano. Traspare dagli aneddoti trascritti ne Il segreto del coltivatore di rose quella corrente che trascina tutti, chi più chi meno, nel vortice dei legami morbosi con gli oggetti solo in apparenza utili e necessari, nell’inutilità del pensiero rivolto solo alla materialità del ‘possedere’ senza la benché minima cura del proprio essere e del proprio pensiero. Un vortice che non lascia indenne neanche lo stesso autore. Accusa La Piana tutti coloro che scelgono di vivere «senza comprendere la ragione ultima per la quale si vive», che sono in buona sostanza il suo esatto contrario, tormentato invece dagli interrogativi esistenziali fin da giovanissimo. «Porsi delle domande, porsi le domande giuste e nel modo giusto, per tentare di cominciare a svelare, almeno in parte, il mistero nel quale siamo immersi», sembra essere il suo mantra.
Un libro particolare, Il segreto del coltivatore del rose di Antonino La Piana, che si ‘insinua’ nella mente di chi legge, nonostante i suoi limiti, e lo accompagna in riflessioni sul senso della vita e sulla vita stessa. Un libro con un finale dichiarato sensazionale dallo stesso protagonista. Il lettore potrebbe non concordare con le conclusioni cui giunge l’autore ma ne apprezza di certo l’entusiasmo. Un libro che nonostante tutto ha il suo perché. E questo, in un ragionamento sugli interrogativi esistenziali, potrebbe anche bastare.

Antonino La Piana: nato a Messina, ha vissuto molto all’estero, soprattutto in Africa. Ha sempre continuato a coltivare la sua passione per la Filosofia. La professione di Funzionario Diplomatico gli ha permesso di entrare in contatto con diverse culture, stimolando ulteriormente la curiosità sui grandi perché della vita.

Source: pdf inviato dall’autore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Falco editore”.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Quanto ha inciso l’essere ‘imbecille’ nell’evoluzione umana? “L’imbecillità è una cosa seria” di Maurizio Ferraris (Il Mulino, 2016)

18 martedì Apr 2017

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filosofia, IlMulino, Limbecillitaeunacosaseria, MaurizioFerraris, recensione, saggio

Ancor più della follia ogni essere umano cerca di tenere lontano da sé l’imbecillità, additandola come appartenente all’altro, al diverso da lui che imbecille non è. O meglio, che tale non si ritiene. Qual è invece la reale situazione osservata con un occhio più critico e obiettivo?

Esce a dicembre 2016 con la Società editrice Il Mulino di Bologna il rapsodico libretto, come lo definisce lo stesso autore, L’imbecillità è una cosa seria di Maurizio Ferraris. Un saggio che, seppur breve e di formato tascabile, stimola nel lettore lo spirito critico, invitandolo alla riflessione, alla discussione, magari anche solo con se stesso, e questo va sempre considerato in maniera positiva essendo il contrario dell’appiattimento, dell’omologazione, della presunzione… oppure, riassumendo in una sola parola, dell’imbecillità. Un libro che non manca comunque di strappare qualche sorriso e diverse smorfie d’ilarità in chi lo legge.

L’autore invita il suo lettore a riflettere sul fatto che «non c’è grandezza umana che non sia travagliata dalla imbecillità» in quanto «le più grandi illuminazioni vengono proprio da lì», essendo l’uomo «la via di mezzo tra un imbecille e il suo contrario». Dove questo contrario, si badi bene, «non è ancora comparso sulla scena del mondo».

L’imbecille è «incapace di incarnare l’uomo al naturale» ovvero privo di «ausili tecnici, giuridici o sociali», siano questi «foglie di fico o loden, clave, ruote, accendini o telefonini». Ciò rende manifesta la duplice inadeguatezza degli imbecilli:

  • Insufficienza Naturale (che impone lo sviluppo della tecnica e della società).

  • Insufficienza Culturale (inadeguatezza dell’umanità rispetto alle sue creazioni, particolarmente evidente nel web).

Leggi anche – Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

Ferraris più volte sottolinea come progresso tecnico e modernità non ci rendono affatto più imbecilli, semplicemente potenziano «vertiginosamente le occasioni in cui possiamo farci conoscere per quello che siamo». Nell’era di internet la gente si documenta sempre più, un fenomeno questo che può essere considerato «frutto dell’illuminismo, della capacità delle persone di pensare con la loro testa». Che poi questo pensare autonomo possa «non piacere, magari risultando arrogante, aggressivo o semplicemente imbecille è un fatto». L’imbecillità iper-documentata, come la definisce l’autore, rende impossibile continuare a farsi delle illusioni sul genere umano, «illusioni che sono alla base di programmi di palingenesi sociale miseramente falliti, perché muovevano dall’assunto che l’umanità fosse meglio di quella che è».

Per l’autore «dalla follia si può cavare qualcosa, ma dall’imbecillità non pare si possa cavar niente, se non l’umiliazione dell’umana vanagloria». Una gloria-vana che non risparmia alcuno. Élite e massa, antichi e contemporanei ne sono egualmente coinvolti al punto che è proprio il tentativo di fuggire all’imbecillità «l’origine, sia pure fallibile e rischiosa, della intelligenza, della civiltà, di tutto ciò che di buono può aver fatto l’animo umano». Tra imbecillità e genio corre infatti solo una sottile linea rossa, «una linea che però, nella nostra coscienza infelice così come nella nostra ilare incoscienza, non è mai oltrepassata al momento giusto».

Nel saggio L’imbecillità è una cosa seria Maurizio Ferraris ha adoperato le sue conoscenze filosofiche e storiche nonché il suo occhio critico sulla contemporaneità per avvalorare l’assunto del discorso portato avanti con autorevole semplicità e chiarezza, perché non si dovrebbe mai dimenticare che «l’imbecillità infatti è una cosa seria, e non è una cosa per pochi né, soprattutto, per altri» e non «appena ce ne accorgiamo i conti tornano, nell’economia, nella società e nella filosofia della storia».

Maurizio Ferraris: insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove dirige il LabOnt (Laboratorio di ontologia). Ha scritto oltre cinquanta libri.

Source: Si ringrazia Ida Meneghello dell’Ufficio Stampa Il Mulino Bologna per la disponibilità e il materiale

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Cosa accade quando il mondo non va oltre Il confine dell’ombra? Esce oggi il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi (Edizioni Cento Autori, 2017)

13 giovedì Apr 2017

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EdizioniCentoAutori, GianlucaArrighi, Ilconfinedellombra, legalthriller, Lingannodellamemoria, recensione, thriller

Esce oggi la nuova “arringa letteraria” dell’avvocato-scrittore romano Gianluca Arrighi, Il confine dell’ombra, pubblicato da Edizioni Cento Autori. Sequel de L’inganno della memoria (Edizioni Anordest, 2014) potrebbe valere anche come libro a sé tant’è stata la bravura dell’autore di fondere e al contempo separare le due storie. I protagonisti sono i medesimi e i fan del magistrato Elia Preziosi non resteranno delusi dal nuovo incontro con il ‘personaggio’ ancor meglio delineato in questa nuova avventura. E sono proprio loro il trait d’union con il precedente libro di Arrighi, loro che portano ancora i segni e le cicatrici dovute all’incontro-scontro con il killer degli organi. Riesce in maniera ottimale l’autore a rinverdire i ricordi di chi ha letto a suo tempo L’inganno della memoria senza comunque svelare nulla che possa rovinare la sorpresa in chi invece quel libro ancora non lo ha letto ma magari, incuriosito proprio da quanto scritto ne Il confine dell’ombra, intende poi farlo.

Leggi anche – “L’inganno della memoria” – Recensione

Questa volta magistratura e polizia si trovano a dover contrastare l’azione di un killer seriale ancora più spietato determinato e sfuggevole di quello ‘degli organi’. Un uomo-ombra ulteriormente celato da una macabra maschera che gli copre il volto per intero e gli conferisce un aspetto decisamente più inquietante. Sarà proprio lui, Orco, a chiamare in causa Elia Preziosi. Il perché si pensa di poterlo intuire anche prima ma in realtà si capirà solo nell’epilogo della vicenda. Preziosi si è ritirato dalla professione e quindi l’autore ne Il confine dell’ombra accompagna i suoi lettori in un viaggio ancor più profondo nell’intimità del protagonista, nella sua mente tormentata dai fantasmi del passato, dal rifiuto del presente e dalla negazione del futuro. L’unico appiglio valido a sorreggere Preziosi e utile per evitare che precipiti inesorabilmente nel tunnel dell’alcolismo e della depressione è il suo amore per Silvia, la donna della sua vita che ha rinunciato a carriera e lavoro per stargli vicino.

Il libro, la storia, il registro narrativo, i personaggi sono curati nel minimo dettaglio, con una precisione che non definirei maniacale bensì “legale”. Complice forse la professione svolta dall’autore traspare in ogni pagina una cura estrema per ogni minimo dettaglio, o cavillo appunto. In particolare, lungo tutto il racconto, si nota l’attenzione riservata alla creazione dei personaggi. Arrighi ha creato proprio i ‘tipi giusti’ per la storia che voleva raccontare. Li ha amorevolmente curati come un giardiniere fa con le sue piante. Li ha plasmati come creta nelle mani di un abile ceramista. Ispirandosi costantemente alla realtà e all’ambiente in cui li ha inseriti. A volte sembra che lo stesso Arrighi si aspetti, da un momento all’altro, di incontrarli per davvero tra le strade di Roma o lungo i corridoi degli uffici giudiziari.

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L’autore spalanca per i suoi lettori le porte dell’Unità per l’Analisi del Crimine Violento (UACV), sezione speciale della Polizia di Stato chiamata in causa nei casi di omicidi particolarmente efferati. Una sorta di Unità di Analisi Comportamentale (The Behavioral Analysis Unit – BAU) dell’FBI, nota al grande pubblico grazie alla serie televisiva Criminal Minds, ma in versione Made in Italy. Un’irruzione seppur fittizia in uffici investigativi notoriamente chiusi e perlopiù sconosciuti che indirettamente invita chi legge a riflettere sulle conseguenze a cui vanno incontro gli uomini e le donne che coraggiosamente scelgono di svolgere determinate professioni le quali inesorabilmente cambieranno il corso della loro vita.

Quasi per uno strano gioco del destino, o della stessa vita, Elia Preziosi e Orco si sentono egualmente braccati dai demoni che albergano nelle rispettive menti, fantasmi originatisi in maniera diversa ma che hanno col tempo ingenerato le medesime conseguenze… Preziosi ha scelto però di combatterli con una sorta di stoico autolesionismo mentre Orco ha deciso di tentare la sua vendetta perché per lui ormai il mondo non va oltre il confine della sua ombra.

La lettura è piacevole e scorrevole, le oltre duecento pagine del libro scivolano sotto gli occhi del lettore in maniera perfettamente lineare e veloce e man mano che la vicenda entra nel vivo aumenta la suspense e la voglia di bruciare le tappe e scoprire il finale il prima possibile. Senza dubbio alcuno Il confine dell’ombra di Gianluca Arrighi si rivela una lettura accattivante che non deluderà gli appassionati del genere.

Gianluca Arrighi: Romano, avvocato penalista e scrittore. Cultore di Diritto penale alle Università di Cassino e Roma. Autore di diversi legal thriller e numerose novelle noir pubblicate su quotidiani e riviste.

Source: Si ringrazia l’autore e Gaia Luvera dell’Arrighi PressOffice per la disponibilità e il materiale.

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Umanità e Giustizia salveranno i migranti… e anche tutti gli altri. “Padre Mosé” di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi (Giunti, 2017)

03 lunedì Apr 2017

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AbbaMussieZerai, Africa, DonMussieZerai, Europa, Giunti, GiuseppeCarrisi, immigrazione, Italia, migranti, PadreMose, paura, recensione, romanzo

È uscito a gennaio di quest’anno con Giunti il libro-denuncia di Abba Mussie Zerai, scritto con Giuseppe Carrisi, Padre Mosé. Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ultima speranza. Un pugno nello stomaco e un simbolico schiaffo in faccia a chi ancora vuol fingere di non vedere e non capire che la punizione in alcun modo deve essere progettata e inflitta a coloro che, in balia della disperazione più nera, si lanciano in un viaggio disperato alla ricerca di un luogo dove raccogliere ciò che resta della loro dignità e della loro esistenza e tentare almeno di ricominciare. Uomini e donne, bambini e bambine costretti a lasciare i loro luoghi natii a causa della sofferenza, della povertà, delle carestie, delle guerre, delle dittature, del terrorismo… La soluzione a questa immensa emergenza umanitaria non deve essere studiata contro di loro ma per loro. Se si riuscisse anche a punire i reali colpevoli sarebbe meglio ma intanto bisogna pensare a non aggredire ulteriormente queste persone perché così facendo non solo causiamo loro altro male e sofferenze ma perdiamo anche quel briciolo di umanità che si spera alberghi ancora in tutti e in ogni occidentale, emblema e simbolo condiviso del corretto “viver civile”.

I cristiani imparano fin dalle prime lezioni di catechismo il racconto del liberatore del popolo di Israele, riuscito a salvare la sua gente dall’esercito del faraone e dalle acque del mare. La storia di Padre Zerai invece ancora non è così nota. Ma anche lui, come l’altro Mosé, cerca di salvare la sua gente da un esercito di famelici assalitori e dalle acque di un mare. Un’impresa titanica, considerando i numeri e le distanze, che avrebbe scoraggiato e fatto desistere tanti ma non lui che ha scelto di andare sempre avanti nonostante la mancanza di risorse, le difficoltà oggettive, le intimidazioni, le minacce e le porte in faccia. Abba Zerai è molto cristiano, credente e praticante una spiritualità che nulla sembra avere in comune con i fasti dello Stato Pontificio, con il lusso di chiese palazzi e cattedrali rivestite di oro e preziosi… ma molto assomiglia alla fede predicata e praticata da Gesù Cristo, da san Francesco, dai padri francescani e benedettini… un amore senza tempo e senza limiti verso le creature che popolano la Terra, soprattutto i più bisognosi, i meno “fortunati”, gli ultimi che il Vangelo stesso indica come quelli che “saranno i primi”.

Mussie Zerai dà a questa affermazione un significato tanto probabile quanto preoccupante. Bisogna avere il «coraggio di cambiare nel rispetto reciproco», è necessario «mettere l’uomo al centro di ogni scelta» altrimenti «si rischia di imboccare una strada in rapida discesa, alla fine della quale c’è il buco nero della negazione dei diritti fondamentali dell’uomo». Dobbiamo riflettere su quanto afferma Zerai perché «oggi tocca ai profughi e ai migranti. E domani?».

Nonostante le testimonianze orribili riportate nel testo traspare dalle parole di Mussie Zerai una profonda fiducia nel genere umano e non si può fare a meno di chiedersi se ciò derivi dal fatto che egli sia nato e cresciuto in quella parte del pianeta dove vi è più sofferenza proprio perché c’è più umanità. Interi popoli sopraffatti dalla brama di pochi avidi e corrotti, soggiogati da dittature ed estremismi politici e religiosi, che non vogliono e non riescono a piegarsi alla violenza e scelgono di fuggire dai luoghi che hanno dato loro i natali, quegli stessi posti che continuano a essere i supermercati del benessere occidentale. Oggetto di contese che in apparenza hanno motivazioni politiche o religiose ma che in realtà nascondono quasi sempre valenze economiche e finanziarie. Petrolio, gas, diamanti, minerali… giacimenti che fanno gola a tanti, servono a tutti, arricchiscono pochi e condannano alla miseria troppi.

Leggi anche – Yemen, la Strage degli Innocenti dimenticati

Perché l’Italia e l’Europa non riescono a stilare un efficace piano di prevenzione e sostegno dell’emergenza umanitaria in atto? Padre Zerai afferma di aver avuto la risposta a questo interrogativo «nel 2014, quando è scoppiato lo scandalo di Mafia Capitale». Se lui solo con pochi amici fidati è riuscito in questi anni ad aiutare migliaia e migliaia di profughi senza avere a sua disposizione né risorse né mezzi come si può davvero credere che gli stati occidentali con tutte le risorse a loro disposizione non riescano a studiare un concreto piano di prevenzione e intervento? La risposta va cercata lontano da quello che viene da politici e media indicato come il problema, ovvero il fiume di migranti che con ogni mezzo cerca la salvezza lungo le coste italiane e greche. Non sono loro il problema, queste persone rappresentano la conseguenza dei problemi generati anche dagli stessi stati occidentali.

Leggi anche – La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Un libro necessario Padre Zerai di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi, capace di raccontare senza filtri quanto realmente sta accadendo alle persone che abitano la Terra, quello che viene taciuto e perché. «Anche gli ultimi esistono e il loro diritto alla vita non è diverso da quello degli altri», sottolinea Abba Zerai che ha deciso di votare la sua vita al sacerdozio dopo aver scelto di impiegarla per aiutare i più bisognosi. Azioni e concetti che non sono banale retorica ma esempi di vita vera, reale umanità che ancora persiste in persone, come Zerai, cresciute in un clima di violenza e paura che al contatto con il benessere del mondo occidentale non hanno scelto di volere ogni bene per se stessi bensì di adoperarsi affinché ognuno possa avere almeno il minimo per mantenere o riguadagnare la dignità spettante a ogni essere umano. Perché «la Persona non deve essere il custode della legalità, anzi costantemente deve mettere in crisi la legalità confrontandola con la giustizia». E la giustizia non deve essere mero rispetto della legalità bensì pieno rispetto dell’equità.

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte Biografia autori www.walkaboutliteraryagency.com

Leggi anche:

Migrazioni… di organi

Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo-Tilotta (Mondadori, 2016)

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Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L’avvocato G.” di Federica Sgaggio

25 sabato Mar 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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FedericaSgaggio, Intermezzi, LavvocatoG, recensione, romanzo

 

Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L'avvocato G.” di Federica SgaggioL’avvocato G. di Federica Sgaggio, edito da Intermezzi, è una storia in bilico tra un racconto lungo e un romanzo breve. L’intera vicenda si consuma in meno di trenta pagine ma lo spessore dei personaggi e l’intensità della narrazione sono tali da “illudere” il lettore che ci sia un prima e un dopo, liberando la fantasia di chi legge nell’immaginare i protagonisti, le loro azioni, i pensieri… Uno stile narrativo singolare quello della Sgaggio, composto da periodi brevi, frasi interrotte da un ripetuto “andare a capo”, punteggiatura copiosa. Elementi tutti che concorrono a generare nel lettore la sensazione che la scrittura non solo riproponga fedelmente i pensieri dell’io narrante, ma ne sia quasi la rappresentazione visiva.

La signora M, segretaria in uno studio legale, incontra per lavoro l’avvocato G, socio di uno studio concorrente, e tra i due scatta subito un timido gioco di seduzione che si protrae a lungo a causa della reticente inesperienza di entrambi a coltivare relazioni extraconiugali. La passione divampa e travolge G. così preso da M. da voler addirittura costruire insieme a lei una nuova famiglia. Ma M. non concorda e preferisce restare con la sua originaria famiglia. Con suo marito e con i suoi figli. Questa decisione irremovibile sconvolge G. al punto da fargli compiere un drastico e irreparabile gesto.

A narrare il tutto è la “pseudo-amica” di M, colei a cui la donna ha affidato i propri diari nei quali ha scritto l’intera vicenda. Compresi sentimenti, paure e timori.

Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L'avvocato G.” di Federica Sgaggio

Il finale sorprende davvero il lettore. Inaspettato al punto che chi legge ha la tentazione di rileggere le prime pagine sospettando di aver mancato o mal interpretato alcuni passaggi. Ma alla fine tutto viene chiarito. E l’epilogo, pur lasciando un po’ di amaro in bocca, soddisfa in pieno la curiosità del lettore.

 

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Pur essendo la relazione extraconiugale tra G. e M. l’argomento principale del libro, la Sgaggio lo tratta in maniera originale, dando molta enfasi a quegli aspetti che ritiene debbano maggiormente risaltare. I compromessi che vita, lavoro e famiglia richiedono, i sogni e i desideri che troppo spesso si infrangono nello scontro con la dura realtà, il divario che esiste spesso tra vita pubblica e privata delle persone. La fiducia riposta in persone sbagliate. Gli errori a cui non si riesce a rimediare. Gli sbagli che possono anche risultare fatali.

Cosa accade quando non si può più tornare indietro? “L'avvocato G.” di Federica Sgaggio

Un libro avvincente L’avvocato G. di Federica Sgaggio, che invoglia il lettore alla riflessione su alcuni aspetti della contemporaneità e non solo. Sulle emozioni, le relazioni, l’amore e l’odio. Sentimenti che se da un lato “possono muovere il mondo”, dall’altro possono renderlo un luogo davvero invivibile.

http://www.sulromanzo.it/blog/cosa-accade-quando-non-si-puo-piu-tornare-indietro-l-avvocato-g-di-federica-sgaggio

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Prigioni mentali e dittature politiche in “193 gabbie” di Rezart Palluqi (Ensemble, 2016)

22 mercoledì Mar 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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193gabbie, Albania, Ensemble, EstEuropa, Europa, recensione, RezartPalluqi, romanzo

La casa editrice Ensemble pubblica, in prima edizione a dicembre 2016, la versione tradotta in italiano da Iris Hajdari di 193 gabbie (titolo originale 193 kafazet) dello scrittore albanese Rezart Palluqi. Un libro interessante che sembra essere stato scritto per raccontare al mondo intero le emozioni, i sentimenti e i tormenti più intimi e nascosti del protagonista che realmente potrebbe essere chiunque, ovunque.

193 gabbie narra le vicende e le vicissitudini di un ragazzino, Ylli, e della sua famiglia. Presi di mira dal regime dittatoriale di Enver Hoxha assistono impotenti alla cattura del padre e, trattati da pària da vicini e conoscenti, si vedono costretti alla fuga oltre confine. Neanche da adulto e in un paese democratico e libero come l’Olanda Ylli riesce e superare i traumi del passato che ancora lo tormentano da sveglio, come disturbi psichici, e da dormiente, sotto forma di incubi. Depresso e inconsolabile Ylli finisce nel tunnel vorticoso di inganno e mistero ordito da chi promettendogli giustizia tesse la sua vendetta ai danni, ancora una volta, dell’anello più debole. Così Ylli, cercando di ritrovare e onorare i resti del padre, finisce con l’assistere, inerme, alla fine della propria esistenza.

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In realtà leggendo 193 gabbie si comprende fin da subito che non è Ylli il reale protagonista della vicenda bensì la sua mente, che potrebbe appartenere a chiunque. Qualunque persona sia stata costretta a subire le difficoltà e le privazioni che una dittatura, di qualsiasi colore sia la bandiera che l’ha originata, impone a coloro che non intendono piegarsi alle imposizioni di regime. Il lettore infatti inizialmente incontra qualche difficoltà a ben comprendere la struttura del registro narrativo scelto da Palluqi. Alcune elucubrazioni del protagonista appaiono banali e dispersive e chi legge si sente quasi “ingannato” dai ripetuti tentativi di distrarlo dalla vicenda principale del libro. Solo proseguendo con la lettura si riesce a entrare nell’ottica voluta dall’autore e al contempo si capisce che necessita anche allontanarsene perché quanto accaduto a Ylli non è poi così distante o diverso dal dolore di coloro che in tanti ogni giorno sono costretti a lasciare la propria terra per sfuggire alla guerra, alla dittatura, alla miseria…

Nonostante l’impostazione molto “intima” della scrittura Palluqi non dimentica di raccontare quanto accaduto nel suo Paese di origine durante gli anni della dittatura di Enver Hoxha, leader del partito comunista. Liste di proscrizione, arresti, esecuzioni e fosse comuni hanno segnato duramente un popolo e una parte della sua Storia quasi completamente ignorato dal resto del mondo. «I tedeschi hanno dato il grande esempio facendo i conti con i boia della Seconda Guerra Mondiale, mentre noi no» e quando si propaganda la necessità di «aprire i dossier» e fare i conti col passato, «provo un certo disgusto. È come se l’assassino facesse l’autopsia della propria vittima».

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Risultano interessanti le considerazioni sull’attualità e la religione che l’autore affida al protagonista del libro, le quali bene si fondono alle parti di inclinazione più contemplativa e poetica. Un po’ forzati risultano invece a volte i dialoghi, con intercalari poco spontanee e lontane dal linguaggio comune, eccessivamente rimarcate nelle frasi che introducono i vari passaggi. In buona sostanza, pagina dopo pagina, il lettore rimane sempre più affascinato invece dalle parti raccontate in prima persona che rimandano ai pensieri di Ylli.

Nel complesso comunque 193 gabbie di Rezart Palluqi risulta essere un buon libro e una lettura interessante.

Rezart Palluqi: Nato a Elbasan, in Albania, interrompe presto gli studi per migrare in Grecia. Qui inizia a scrivere e pubblicare opere in albanese. Dopo il trasferimento nei Paesi Bassi inizia a scrivere anche in olandese. È autore di tre romanzi, numerosi racconti, saggi e testi poetici pubblicati in diverse lingue.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle edizioni Ensemble per la disponibilità e il materiale

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