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Irma Loredana Galgano

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Cosa accadrebbe se la Rete fosse distrutta? “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni (Galaad, 2017)

07 lunedì Ago 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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distopico, fantascientifico, fantasy, GalaadEdizioni, GiovanniAgnoloni, internet, Lacasadeglianonimi, Lultimoangolodimondofinito, Partitadianime, recensione, Rete, Sentieridinotte, Trilogia

È una domanda che in tanti si fanno: cosa accadrebbe al mondo se improvvisamente internet non fosse più accessibile? Nel giro di pochi anni la Rete è diventata uno strumento indispensabile. Perché?

Giovanni Agnoloni di domande di questo genere se ne deve essere poste molte.

Esce a marzo di quest’anno il capitolo conclusivo della serie a sua firma dedicata proprio alla fine di internet.

L’ultimo angolo di mondo finito, preceduto da La casa degli anonimi, Partita di anime e Sentieri di notte, pubblicati tutti dalla casa editrice Galaad è, come gli altri, un romanzo distopico nel quale l’Apocalisse non riguarda una distruzione di facile individuazione, come un bombardamento o una qualsiasi altra catastrofe naturale, non per questo però meno devastante per gli abitanti della Terra.

Il progetto editoriale di Agnoloni è imponente e complesso e gli sono voluti ben quattro libri per portarlo avanti come si era evidentemente prefisso, quasi come un cammino necessario affinché il suo lettore comprendesse l’importanza del passare da una visione e una cognizione esteriore a un’altra, più profonda e meditativa, che emerge con tutta la sua ‘potenza’ ne L’ultimo angolo di mondo finito dove è innegabilmente l’interiorità di ognuno e di tutti il filo conduttore della narrazione.

I protagonisti sono gli stessi degli altri capitoli ma in questo libro conclusivo sono diversi. Più coscienti ma al tempo stesso più smarriti. La soluzione alle vicende narrate l’autore la offre, i lettori che ne sono in cerca non resteranno scontenti, ma sembra una soluzione ‘scenica’ quando, in realtà, le considerazioni che fuoriescono dalla lettura inducono in riflessioni non semplici e di non facile risoluzione. Pensieri che rimandano all’origine del problema, ai motivi che hanno indotto alla volontà di eliminare la Rete. Un gesto che aveva trasformato il mondo, rivoluzionandolo, eppure la cui utilità era evanescente. La gente che sembrava «stesse recuperando l’umanità che aveva smarrito» in realtà sembrava quasi fin troppo smarrita e bisognosa di attaccarsi ad altro, qualsiasi altra cosa le desse il ‘sostegno’ ricevuto fino ad allora da internet e ha finanche creduto di poterlo trovare negli ologrammi. Non era bastato oscurare la Rete perché «la gente voleva essere schiava» e credeva di poter sostituire i social network con gli ologrammi perché «riflettendosi in quegli specchi fittizi, le persone avrebbero creduto di essersi finalmente trasformate in ciò che non erano mai riuscite a essere».

Il desiderio più o meno inconscio che da sempre sembra accompagnare ‘le masse’ di ottundere sensi e volontà, rifiutare di conoscere se stessi e di migliorarsi, scegliere di affidarsi a chiunque prometta la soluzione ‘migliore’ contribuendo a generare e mantenere «un modello di società diretto dall’alto e privo di elementi di dissenso».

Nonostante il testo sia strutturato in tre differenti contestualizzazioni narrative, il registro narrativo utilizzato dall’autore risulta sempre chiaro e la narrazione scorrevole e piacevole, con un crescendo di suspense e aspettativa man mano che ci si avvicina all’epilogo. E anche se al lettore pare già di conoscere la storia che, in L’ultimo angolo di mondo finito, è, per ovvi motivi, meno auto-conclusiva rispetto agli altri capitoli della serie, comprende fin da subito che la vera novità di questo libro è l’ottica verso cui Agnoloni cerca di ‘indirizzare’ i propri lettori, o quantomeno la strada che sceglie di illuminare per essi. Apparentemente sembra un’angolazione, un semplice punto di vista mentre, in realtà, è una fase, quella principale, del percorso che l’autore ha immaginato e fortemente tracciato per i lettori. Porsi degli interrogativi, cercare le risposte, osservare il mondo, vedere se stessi, ritrovarsi in un contesto, compiere delle scelte, avanzare o arrendersi.

Senza pretese e privo di qualsiasi manifestazione stilistica o narrativa di arroganza Giovanni Agnoloni ha egregiamente completato il suo progetto editoriale che potrà essere condiviso e apprezzato oppure no ma, di sicuro, non potrà essere sminuito nella sua importanza e completezza.

Un buon libro, L’ultimo angolo di mondo finito, che fa parte e conclude l’ottima serie di romanzi dedicati alla fine di internet ma che contengono molto, molto altro ancora. Testi da leggere che non deludono gli amanti del fantascientifico ma per il cui valore letterario possono facilmente essere apprezzati anche da chi il genere non lo preferisce.

Source: si ringrazia l’autore Giovanni Agnoloni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: fonte trama libro e biografia autore www.galaadedizioni.com

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“La casa degli anonimi” di Giovanni Agnoloni (Galaad, 2017). Intervista all’autore

“Dust” di Hugh Howey: società post-apocalittiche, tra realtà e finzione

“I mercanti dell’Apocalisse” di L.K. Brass (Giunti, 2016)

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016)

Neuroschiavi, la Manipolazione del Pensiero attraverso la Ripetizione

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il mondo non ha perso la forza di salvarsi. “Un luogo a cui tornare” di Fioly Bocca (Giunti, 2017)

03 giovedì Ago 2017

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FiolyBocca, Giunti, Lemozioneinognipasso, recensione, Unluogoacuitornare

Clochard per scelta, olio cartone telato di Rosario Capuana

Uscito in prima edizione a giugno 2017 con Giunti editore, Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca è una bella metafora dello stesso mondo, in cui i ‘civilissimi’ occidentali quotidianamente compiono piccoli o grandi gesti mostruosi considerandoli ormai normali. Basti citare come esempio l’anteporre carriera benessere denaro al proprio essere-umano, al proprio ben-essere, ai sentimenti, agli affetti, ai figli… Un libro pieno di riflessioni mature sulla vita e sui sentimenti, sempre e perennemente acerbi, a volte un po’ troppo.

Un romanzo che, raccontando la storia di Argea e Zeligo, mostra, come il riflesso di uno specchio, quella di tutti. Di chi è prigioniero delle convenzioni e della ‘normalità’ e di chi, al contrario, vive fuori dagli schemi perché costretto, come Zeligo, oppure perché nel vuoto del benessere economico non si riconosce più, come Pietro.

Da sfondo alle vicende dei protagonisti ci sono i sentimenti, le emozioni, i desideri come quello della maternità ma si avverte la volontà di raccontare un diverso modo di guardare il mondo, anche questo un desiderio o, se si preferisce, una visione. Il bisogno di abbracciare una decrescita che, nel caso di Argea, non è solo economica ma esistenziale. A cosa serve lavorare tanto per produrre molto, guadagnare il massimo e dimenticare che tutto questo non ci rende in alcun modo più ricchi dal punto di vista umano? A nulla. E le scelte compiute dalla protagonista sono la dimostrazione che, a volte, le rinunce sono solo l’inizio.

 

Che senso ha trascorrere i giorni a produrre, ad accumulare denaro che si spenderà poi in rimedi antistress? Si chiede Argea a un certo punto della storia e della sua vita. E decide che non ne vale la pena. Decisamente no. Perché «non c’è niente di più triste di un’allegria simulata».

La scrittura di Fioly Bocca è lieve, lenta, intensa e profonda, altalenante come solo i pensieri veri sanno essere. Un registro narrativo perfetto per raccontare di come un ubriaco senzatetto straniero (bosgnacco), di nome Zeligo, sia presto diventato un “vecchio amico” di un’aspirante giornalista scrittrice compagna fissa e madre dei figli di un noto direttore editoriale, di nome Argea. Di come, in breve tempo, la donna guardandolo non vedrà più in lui l’ubriaco senzatetto straniero ma un amico senza il quale la sua vita sarebbe di certo più vuota.

Argea accoglie Zeligo nella sua casa e nella sua vita e viene a sua volta accolta dal mondo al quale appartiene il suo amico bosgnacco, fatto di persone rivestite da una brutta corazza di vestiti laceri e sporchi ma con una grande anima e un cuore pulsante di amore.

L’esatto opposto del mondo dal quale proviene lei, perfettamente incarnato dal suo compagno Gualtiero. Una bella e curata copertina che racchiude in sé il nulla, o peggio il Male.

Uno stile, quello di Bocca, che cura in ogni minimo dettaglio non le parole bensì i sentimenti e le emozioni che vuole far conoscere, trasmettere o semplicemente raccontare ai suoi lettori affinché comincino anche loro a vedere «il male che fa il male degli altri» in questo mondo che, nonostante tutto, «non ha perso la forza di salvarsi», perché «c’è molto bene che non fa notizia». Ed è da quello che bisogna partire o ripartire, come ha fatto Argea.

Un libro intenso, Un luogo a cui tornare di Fioly Bocca che, raccontando la storia di Argea, narra di quello che accade ma, soprattutto, di «quello che uno fa, delle cose che accadono». E il lettore non può non chiedersi: ma cosa siamo o siamo diventati? Ma cosa insegniamo ai nostri figli?

Source: Si ringrazia Fiammetta Biancatelli della Walkabout Literary Agency per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama e biografia dell’autrice www.giunti.it

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La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per “L’emozione in ogni passo” (Giunti, 2016)

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017)

Siamo quello che nel cuore sentiamo di essere? “Potrebbe trattarsi di ali” di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana Editrice, 2017)

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017)

28 venerdì Lug 2017

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Bompiani, EdithPearlman, Honeydew, Intimaapparenza, recensione, romanzo

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

Esce in prima edizione a luglio 2017 con Bompiani Intima apparenza di Edith Pearlman, nella versione tradotta in italiano da Stella Sacchini dall’inglese americano. Il titolo originale del libro, Honeydew, è legato a uno dei racconti, Melata appunto. Questa secrezione zuccherina lasciata dagli insetti sui vegetali e raccolta dalle api le quali, a loro volta, la depositeranno nel loro alveare e diventerà parte del loro miele, “catturato” anche da altri esseri, tra cui gli umani. L’essenza di questa dolcezza che viene presa, trasportata, trasformata, lasciata… zuccheri che nel libro della Pearlman diventano sentimenti, soprattutto amore e dolore.

Un libro struggente, Intima apparenza, che mostra al lettore la disarmante sofferenza quotidiana, che lacera e tormenta nei gesti ordinari e abitudinari della vita, i desideri che rimangono nascosti, gli amori celati, le passioni proibite, i dolori profondi… «chiunque fossero, erano stati spediti all’altro mondo e avevano abbandonato il futuro. Avevano voltato le schiene morte ai sopravvissuti condannati a piangerli fino alla fine dei loro giorni».

Ventidue racconti, alcuni brevi altri di più ampio respiro ma tutti, indistintamente, profondi e intensi. Storie che il lettore legge come rapito dall’abilità narrativa dell’autrice, magistralmente preservata dalla traduttrice, dal registro linguistico che sembra formarsi attorno ai vari personaggi e originarsi direttamente dal loro parlare. Tante storie che raccontano tanti argomenti. Narrazioni del vivere quotidiano ambientate in una camera, una casa, un ospedale, un bosco o una via… fin da subito e ogni volta l’ambientazione sembra essere determinante per il racconto ma poi il lettore scopre che ad esserlo, in realtà, sono le persone e i loro sentimenti indissolubilmente legati a doppio filo non solo con l’ambiente che li circonda ma proprio con la Natura da cui tutto si origina.

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

La natura, il tempo, i sentimenti… componenti essenziali dell’essere e della stessa vita. Esistenze intere votate a risparmiare tutto per poi scoprire che è meglio «spenderlo il tempo piuttosto che risparmiarlo». Abbandonare l’ottica della sola apparenza e concentrarsi verso obiettivi e concetti meno effimeri seppur egualmente evanescenti. «Ciò che contava davvero per Bonnie era come ci si comporta finché la morte ti permette di vivere e come affrontare la morte quando la vita ti lascia».

LEGGI ANCHE – La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

La perdita prematura di un congiunto, la malattia, la sofferenza, la devianza, i disturbi mentali e quelli fisici, la paura, l’adulterio, i disordini alimentari, i compromessi… argomenti forti trattati dalla Pearlman con grande profondità e sensibilità, raccontati al lettore attraverso i pensieri, le azioni e le parole dei protagonisti delle intense storie partorite dalla sua fervida immaginazione che molto, moltissimo sembra aver attinto e imparato dalla vita quotidiana, dall’apparente ordinaria vita che uomini e donne, adulti e bambini vivono ogni giorno. La normalità, dietro cui spesso si nascondono un grande mistero, un segreto, un vizio o una virtù. Proprio dall’osservazione dei comportamenti umani sembrano aver avuto origine le storie narrate da Edith Pearlman in Intima apparenza, filtrate dalla sua immaginazione ed elaborate dalla stessa autrice in base a quello che effettivamente si era prefissa raggiungesse e colpisse i suoi lettori.

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza”

Storie che, come frecce scagliate dall’arco di un abile arciere, raggiungono il centro dei pensieri di chi legge le parole e, al contempo, riflette sul loro significato. Un libro, Intima apparenza di Edith Pearlman, di un realismo talmente vero da apparire crudele.


Per la prima foto, copyright: Toa Heftiba.

Articolo originale qui

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Siamo quello che nel cuore sentiamo di essere? “Potrebbe trattarsi di ali” di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana Editrice, 2017)

25 martedì Lug 2017

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AliceMunro, EmiliaBersabeaCirillo, LiguanaEditrice, Nobel, Potrebbetrattarsidiali, racconto, recensione

Esce con L’Iguana Editrice la raccolta di sette racconti di Emilia Bersabea Cirillo che prende il nome dalla prima storia narrata, Potrebbe trattarsi di ali. Sette figure femminili indagate dall’autrice nel loro essere donne, mogli, madri, sorelle, lavoratrici, disoccupate, bambole… secondo un preciso ordine di intenti che regala al lettore il piacere di leggere un’autrice nuova, o meglio rinnovata.

La Cirillo pur restando fedele al suo essere e voler essere una scrittrice del territorio sembra aver fatto un grosso passo in avanti con questa sua nuova pubblicazione. L’ambientazione rimane la sua città, capoluogo dell’omonima provincia irpina, Avellino, ma i suoi racconti non restano più ancorati alla volontà dell’autrice di raccontare la sua terra. Pur rappresentando ancora i luoghi che hanno originato le storie queste diventano universali. Emilia Cirillo sembra essere riuscita a staccarsi dalla volontà di scrivere per se stessa, per soddisfare un suo personale desiderio, la sua scrittura ora, in Potrebbe trattarsi di ali, sembra un regalo per i suoi lettori, che lo accolgono e lo apprezzano.

Più volte ricorre, all’interno dei racconti, il nome del premio Nobel Alice Munro per la quale la scrittura deve «toccare il lettore tanto da farlo sentire un po’ cambiato». La Cirillo sembra aver fatto tesoro degli insegnamenti della Munro.

Il dolore che Beba somatizza al punto da far soffrire l’intero corpo quanto il cuore, la vicenda umana di Camillo e della sua dolly Rebecca, le dimensioni “fuori misura” di Agnese almeno quanto i suoi sogni, la folle gelosia di Natalina che scuote l’abitudinaria Giovanna, il coraggio di Laura, il dolore di Norma e la disperazione di Anna viaggiano lungo lo stesso binario della vita e imprimono nel lettore la sensazione che questi personaggi esattamente come i loro tormenti possono annidarsi ovunque. Reali e realistici al punto da considerare le loro storie come fotografie o meglio ritratti a tinte forti di quello che in verità l’umanità è e rappresenta. E il lettore, insieme al personaggio Agnese, si chiede se le persone sono quello che nel cuore sentono di essere o sono altro.

«Certe sere erano queste storie, quando un freddo dentro mi immalinconiva,

a restituirmi la voglia di non soccombere surgelata»

La Cirillo fa una singolare dedica iniziale: ai corpi che resistono. Leggendo il testo si riesce a capirne il perché. Va sottolineato anche il merito dell’autrice di aver raccontato temi di scottante attualità narrando il vero, il reale, senza ipocrisie e senza lasciarsi deviare dai proclami che inneggiano alla paura. Le storie di Maria Fatima e Anna meritano grande attenzione e riflessione così pure le sfaccettature di Kathrine e dei bambini di Bianca.

Un buon libro, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo, una valida selezione di racconti nuovi tra i quali è stata inserita anche qualche rivisitazione di storie già pubblicate in passato. Una raccolta di storie che merita senz’altro di essere letta.

LEGGI ANCHE

Le storie, il tempo e la propria terra nell’intervista a Emilia Bersabea Cirillo per “Non smetto di aver freddo”(L’Iguana Editrice, 2016)

Umanità e Giustizia salveranno i migranti… e anche tutti gli altri. “Padre Mosé” di Mussie Zerai e Giuseppe Carrisi (Giunti, 2017)

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

“I buoni” di Luca Rastello (Chiarelettere, 2014)

Source: Si ringrazia l’autrice, Emilia Bersabea Cirillo, per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama e biografia autrice scheda copertina libro

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Rapita” di Luca Moricca (Valletta Edizioni, 2016)

18 martedì Lug 2017

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LucaMoricca, Rapita, recensione, romanzo, VallettaEdizioni

Edito da Valletta Edizioni Rapita è il secondo libro dedicato da Luca Moricca alle avventure investigative del commissario Giovanni Maglione e della criminologa Mascia Campisi, che lavorano fianco a fianco nei casi più ostici o per risolvere il mistero di delitti particolarmente efferati.

Moricca ha studiato una trama interessante, che funziona. Ciò che lasciano adito a qualche perplessità invece sono la struttura del testo e il linguaggio.

La storia inventata dall’autore ha un suo perché e risulta fin da subito credibile, lo stesso vale per i personaggi e il “ruolo” loro assegnato da Moricca.

Il linguaggio invece risulta a volte un po’ forzato, soprattutto nei dialoghi dove perde di spontaneità e alcuni passaggi risultano troppo da “messainscena”.

Egual discorso va fatto per la struttura la quale, pur essendo di buon livello, a volte risulta eccessivamente schematizzata. Sembra quasi che l’autore, per timore di tralasciare o confondere qualche dettaglio, abbia insistito troppo nella meticolosità e in ciò la narrazione ha perso di fluidità. Potrebbe rientrare in questa presunta paura dell’autore la presenza di numerose ripetizioni, la tendenza a rimarcare troppe volte lo stesso concetto. Per esempio l’incapacità informatica del commissario, la bravura dell’esperto informatico, le doti eccezionali della criminologa… Non serve ripeterlo più di una volta, il lettore altrimenti si indispone. È un concetto che ha già assimilato. Una nozione già appresa. Soprattutto in un giallo o in un thriller che sia il lettore è avido di nuovi indizi e nuove informazioni e a ogni nuovo passaggio ne desidera ancora. La narrazione ripetitiva raramente viene ben accolta.

Bisogna inoltre sottolineare qualche piccola svista nella punteggiatura e alcune ripetizioni di vocaboli ma, nel complesso, la lettura risulta abbastanza scorrevole e gradevole.

Il libro di Moricca si apre al lettore con un antefatto nel quale l’autore “presenta” ai suoi lettori il personaggio misterioso del libro, la presenza che determinerà l’evolversi e l’esito dell’intera vicenda. Un soggetto ambiguo che riuscirà a insinuarsi nelle vite dei protagonisti al punto da riuscire a far scattare la trappola ordita e portare quasi a compimento la sua vendetta. Il fiuto investigativo del commissario Maglione bloccherà tempestivamente il suo agire.

La storia raccontata in Rapita, come preannuncia lo stesso titolo, riguarda un rapimento e una precedente rapina i cui responsabili sono stati solo in parte accusati e condannati. E saranno proprio i fatti passati, cui la presenza misteriosa è legata a doppio filo, che determineranno gli eventi presenti in un crescendo su suspense e azione che sempre piace agli appassionati del genere.

Nel testo non se ne parla direttamente eppure l’autore riesce lo stesso a centrare parte della narrazione sulle figure più temute eppur più ricercate tra i cultori del thriller e del poliziesco: i killer seriali i quali, in realtà, entrano poco nella narrativa di genere italiana restando ancora prerogativa quasi esclusiva degli scrittori americani e scandinavi. Autori a cui Moricca sembra rifarsi molto al pari delle più famose serie televisive, direttamente citate dai protagonisti all’interno del testo. Le descrizioni di Nesbo, Connelly, Aspe così come le scene di CSI e Criminal Minds sembrano essere state determinanti per la formazione dell’autore il quale, comunque, riesce a creare e mantenere una certa originalità nelle ambientazioni e nei personaggi.

LEGGI ANCHE

Jo Nesbo “Polizia” (Einaudi, 2014)

“La Trappola” di Melanie Raabe (Corbaccio, 2015)

“Il confine del silenzio” di C.L. Taylor (Longanesi, 2015)

S.J. Watson “Io non ti conosco” (Piemme, 2015)

Un libro, Rapita di Luca Moricca, che di sicuro non riesce a influenzare e “rapire” il lettore al pari dei thriller di Nesbo, Connelly e Aspe ma che tutto sommato si rivela comunque una gradevole lettura, con margini di miglioramento.

Source: Si rongrazia l’autore Luca Moricca per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte Trama e Biografia autore www.vallettaedizioni.it

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Le sfide all’ordine mondiale: “Il ritorno delle tribù” di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017)

16 domenica Lug 2017

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Califfo, flussimigratori, Ilritornodelletribu, immigrazione, jihad, MaurizioMolinari, migranti, monocolooccidentale, NWO, ordinemondiale, recensione, Rizzoli, romanzo, saggio, Terrorismo

Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.

Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.

Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.

Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.

LEGGI ANCHE – La nascita dei ‘mostri’ del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?

LEGGI ANCHE – Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.

LEGGI ANCHE – “Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».

Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo.

I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

Articolo originale qui

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Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

09 domenica Lug 2017

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AntonioNicaso, Lingannodellamafia, mafia, NicolaGratteri, RaiEri, recensione, romanzo, saggio

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Se lo chiedono gli stessi autori, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, de L’inganno della mafia. Quando i criminali diventano eroi, edito da RaiEri, «che cosa deve succedere che non sia già successo per voltare pagina e combattere seriamente un’organizzazione criminale che condiziona la crescita e lo sviluppo del nostro Paese». Un’organizzazione criminale la cui storia, fondata su miti e personaggi leggendari, in realtà «è fatta di continue trattative con lo Stato». Quello Stato di cui siamo tutti parte che «quando poteva sferrare il colpo decisivo, si è sempre tirato indietro». Ed è da questo che bisogna partire per creare una coscienza e una cultura che sia veramente in grado di ostacolare e magari anche sconfiggere questa rete criminale fatta di mafiosi certo ma anche di politici corrotti e collusi, di amministratori accondiscendenti, di professionisti che prestano nome e quant’altro possa servire a riempire tasche e portafoglio perché, ed è inutile negarlo, «senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo».

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Perché è l’idea di un Paese e di un popolo veramente libero dalle catene di corruzione e concussione che non deve mai essere abbandonata, anche ora che più di ogni altro periodo si vuole continuare a far passare l’idea che la mafia sia una rete inestricabile, una piovra inestirpabile, che gli impavidi cavalieri solitari votati a combatterla sono destinati a soccombere… Visioni stereotipate e contraffatte la cui diffusione sui network e sui media nazionali crea più danni che benefici. Libri e produzioni televisive che finiscono col rappresentare i mafiosi come degli eroi, protagonisti di vicende nelle quali sono non solo i protagonisti ma i vincitori finendo col diventare gli idoli dei ragazzi delle periferie come dei figli della nuova borghesia. Insistono molto su questo aspetto, pericolosamente sottovalutato o volutamente diffuso, Gratteri e Nicaso, sottolineando l’importanza culturale delle famiglie, dello Stato e delle scuole per evitare che tanti giovani italiani diventino emuli di Genny Savastano (personaggio della serie televisiva Gomorra) o altri, incapaci fino in fondo di distinguere tra il bene e il male, tra realtà e finzione.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Uno dei videogiochi più diffusi si chiama Mafia III e vince chi riesce, con ogni mezzo e senza scrupoli, la scalata nella “famiglia” mafiosa. Libertà di stampa, libertà d’espressione, libertà di opinione… ci sta tutto ma non si riesce proprio a fare a meno di chiedersi perché sia stata autorizzata la vendita di questa tipologia di prodotto, destinata anche ai minori, in un Paese che in teoria ha, o dovrebbe avere, tra i primi punti in Agenda la lotta alle mafie. La lotta non la scalata.

«Solo la cultura, le competenze, oltre alla famiglia, possono dare ai giovani la possibilità di non cadere nelle “tentazioni” del malaffare», la capacità di comprendere che «le “scorciatoie”, siano esse economiche o professionali, hanno sempre “un padrone” che prima o poi chiede il conto». Far capire ai giovani, ma anche a tutti gli altri cittadini e cittadine, che «passerelle, eventi spot e manifestazioni ludiche servono solo a far perdere agli studenti un giorno di scuola». Che è doveroso ricordare le vittime ma con azioni diverse non con retorica e luoghi comuni, parole dette su un palco dell’ennesima cerimonia a cui sono invitati a partecipare tutti, anche coloro che si dovrebbero combattere.

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Stato, politici, amministratori, Scuola, dirigenti, docenti, famiglie… tutti sono tenuti a dare il buon esempio perché «i mafiosi hanno più paura dei maestri elementari che delle manette». Partendo dal sistema scolastico, gli autori suggeriscono misure concrete da porre in essere affinché vero cambiamento sia:

  •          Reale meritocrazia.
  •          Eliminazione dei baronati universitari.
  •          Reale sostegno alla ricerca.
  •          Bonifica dell’ambiente accademico e scolastico dalle clientele.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Perché «la conoscenza aiuta a fare scelte consapevoli», a decidere da che parte stare. E la gente consapevole «sa come esercitare il diritto-dovere del voto, sa distinguere chi progetta politiche di cambiamento e chi millanta promesse». Perché è necessario formare dei cittadini in grado di discernere informazione e disinformazione, con una cultura che dia loro la capacità di compiere scelte libere, indipendenti, coraggiose.

Alcuni sostengono che «l’arte e la fiction non debbano avere un ruolo pedagogico». E sia ma non si può certo ignorare il fatto che «la spettacolarizzazione del mondo criminale» in atto rischia di essere davvero molto pericolosa. Principalmente se si considera che le mafie «sono state protette e utilizzate dal potere politico ed economico» e maggiormente fino a quando la politica non deciderà di «affrontare la mafia. Soprattutto al suo interno».

Un libro interessante, L’inganno della mafia di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, ben strutturato e che senza tanti giri di parole mette nero su bianco tanti aspetti volutamente e indebitamente ignorati dalla politica e dai media. Un libro che è l’esempio tangibile dei suggerimenti dati. «Le mafie sono fenomeni complessi e per comprenderli non bisogna limitarsi a guardare qualche film. Nelle scuole bisognerebbe promuovere sistematicamente la lettura critica dei media e non solo in occasione di progetti estemporanei». Perché lo scopo della scuola oggi non può ridursi al mero indottrinamento, deve essere e diventare il luogo in cui si formano i nuovi cittadini, ai quali sono stati forniti tutti gli strumenti necessari allo sviluppo di un indispensabile spirito critico che consenta e garantisca loro la possibilità e la volontà di compiere scelte in piena autonomia, una vasta cultura tale da renderli in grado di comprendere, selezionare e valutare le informazioni e tutti gli input esterni ricevuti, la capacità di discernere le notizie vere dalle false, l’informazione corretta dalla disinformazione strumentale.

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La ‘surreale’ realtà raccontata da Giulio Perrone in “Consigli pratici per uccidere mia suocera” (Rizzoli, 2017)

19 lunedì Giu 2017

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Consiglipraticiperuccideremiasuocera, GiulioPerrone, recensione, Rizzoli, romanzo

Esce a marzo di quest’anno con Rizzoli il nuovo romanzo di Giulio Perrone, Consigli pratici per uccidere mia suocera. Un libro che racconta di come può essere e diventare “surreale” la realtà.

Lo precisa in apertura lo stesso autore che il romanzo è il prodotto della sua fantasia, «ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale». Ma probabile, possibile e plausibile. La vicenda narrata da Perrone e tutte le piccole e grandi sfaccettature che ne fanno da corollario infatti rispecchiano perfettamente storie lette o ascoltate di vera quotidianità, a cui l’autore può aver direttamente assistito o che gli possono essere state raccontate. Dai tormenti adolescenziali alle turbe in età matura, dagli intrighi amorosi all’incapacità di accettare il tempo che passa, dalla volontà costante di “amare” del protagonista alla difficoltà di maturare… il tutto condito con scene e battute divertenti e irriverenti che “alleggeriscono” la lettura rendendola ancor più piacevole.

Lo stile di scrittura scelto da Perrone sembra tratto dal “narrato quotidiano”, con l’io narrante che racconta la sua vita come se la stesse riassumendo a dei vecchi amici incontrati al pub o al bar. Un registro narrativo che sembra ben rispecchiare la realtà di cui parla, esattamente come i protagonisti del libro incarnano perfettamente i tipi narrativi che l’autore ha voluto descrivere. Il ritratto esatto di quanto realmente accade o potrebbe accadere da quando il lavoro, ad esempio, è diventato sempre più “flessibile”, che poi è solo un modo meno chiaro e palese di dire intangibile, ovvero evanescente.

Consigli pratici per uccidere mia suocera sembra una “commedia dell’incontrario”, con il protagonista Leo che pur trascorrendo le sue giornate nulla-facendo manifesta il suo costante bisogno di evasione dal mondo e dai problemi, rifugge dalla madre che tenta di metterlo in guardia e corre in direzione opposta verso il padre che i problemi invece li attrae come una calamita. Pur rammaricato dal non potersi più «prendere una vacanza dalla vita», Leo sceglie comunque la strada “giusta” senza ripensamenti… forse. Ma è sicuramente giusto ribadire che la storia raccontata da Giulio Perrone è uno specchio vero e veritiero della condizione attuale di tanti giovani e, per dirla tutta, anche tanti non più così giovani e la loro quasi perenne difficoltà a metabolizzare anche gli oneri dell’età adulta, essendo invece per la maggiore interessati solo ai “piaceri” che questa comporta.

Un romanzo gradevole, Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone, che si rivela una lettura piacevole non senza comunque interessanti spunti di riflessione sull’attualità e la modernità. Un libro che pur mancando, per fortuna, di dare concreti consigli per uccidere chicchessia regala al lettore uno spaccato di vita reale e realistica tra le cui righe sorridere e riflettere.

Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore www.rizzoli.eu

Leggi anche:

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017)

Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce (Marcos y Marcos, 2016)

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia di Lauren Groff (Bompiani, 2016)

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La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017)

12 lunedì Giu 2017

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AlbertoSchiavone, Guanda, Ognispaziofelice, recensione, romanzo

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Esce quest’anno con Ugo Guanda Editore Ogni spazio felice di Alberto Schiavone, un libro costruito intorno al concetto di “angolazione”. Ogni cosa e anche ogni persona può sembrare diversa se osservata da un angolo differente. Il poliedrico punto di vista dell’autore sulla vita, sui sentimenti, sulle relazioni, sui tanti vizi e le poche virtù di tutti e ognuno viene raccontato al lettore per tramite del protagonista, Amedeo, un omino minuto e simpatico che ha dovuto imparare a convivere con il dolore e i sensi di colpa e che sopravvive nella sua vita immaginandone mille altre.

Manca un solo anno affinché per la società Amedeo venga considerato vecchio a tutti gli effetti ma la vita che lui e sua moglie Ada si sono lasciati dietro le spalle è tanta, gravata da dolori e perdite che l’hanno inesorabilmente segnata al punto che sembra non abbiano solo smesso di combattere ma proprio di vivere. Giornate tutte uguali cadenzate da alcol, fumo e invettive varie rappresentano ormai il loro stare in questo mondo, sotto lo sguardo di una gatta che li asseconda e di una figlia che li biasima.

Al lettore viene svelato fin da subito il perché hanno accettato che l’alcol diventasse «il loro stesso fiume» nel quale si «sono immersi e provano a restare a galla tenendosi per mano». Una mano che viene stretta ancor più forte nel momento stesso in cui Amedeo si era illuso di poterla lasciare e la paura di perdere per sempre sua moglie lo riporta alla realtà e all’amore che li ha tenuti uniti, nonostante tutto.

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La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Ogni spazio felice si concentra su una settimana di vita della coppia Amedeo e Ada, ma Schiavone è riuscito a raccontare la loro intera vita attraverso episodi, ricordi, emozioni… con un registro narrativo semplice ma non scontato, quotidiano ma mai banale, come la stessa esistenza dei protagonisti. Una vicenda, quella narrata dall’autore, in cui sono inseriti pezzi di storia italiana, come l’occupazione delle fabbriche e le lotte operaie degli anni ’80, stralci di perenne attualità, come il razzismo e il terrorismo, e riflessioni sparse su vita e sentimenti. Traspare dal testo la capacità di osservazione dell’autore, il quale ha poi sapientemente inserito nella sua storia inventata situazioni e accadimenti a cui potrebbe aver assistito o che gli potrebbero essere stati raccontati. Fatti realmente accaduti. Storie di uomini e donne che vivono e sopravvivono in una grande città che nella fattispecie è Milano ma potrebbe essere un qualsiasi agglomerato urbano in Italia e nel mondo che tanto è «sempre più uguale».

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

Un mondo in continua evoluzione che ormai solo «la parte ricca, colta» cerca di preservare, nel senso di volerlo conservare così com’è, o meglio com’è stato finora non volendosi mischiare «con i barbari o gli esclusi». Trascinandosi in un atteggiamento cieco e bieco che non permette di vedere e comprendere tante cose come, per esempio, «che verrà rasa al suolo».

Tra il racconto delle sue storie inventate e dei suoi viaggi immaginati, Amedeo riflette su quello che osserva passeggiando per le vie cittadine o su quello che vede guardando sua moglie ubriaca regalando al lettore un resoconto dettagliato del mondo che si vuole preservare e di quello che si vorrebbe impedire.

LEGGI ANCHE – Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

Evitando sistematicamente di esprimere giudizi Alberto Schiavone è riuscito lo stesso a descrivere bene la società contemporanea, con i suoi tanti vizi, le poche virtù, gli innumerevoli pregiudizi e l’incontenibile ipocrisia alimentata da stereotipi e luoghi comuni duri da scalfire. Un mondo in cui ogni spazio può essere felice oppure no, nel quale «non è poi così difficile divenire complici» anche senza volerlo, in quanto «può bastare essere innamorati».


Disclosure: Per la prima foto, copyright Naomi August

Articolo originale qui:

http://www.sulromanzo.it/blog/la-disperazione-del-viver-quotidiano-in-ogni-spazio-felice-di-alberto-schiavone

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“L’Ammerikano” di Pietro de Sarlo: un libro sui contrasti (Europa Edizioni, 2016)

08 giovedì Giu 2017

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America, Basilicata, Europa, EuropaEdizioni, Italia, italiani, LAmmerikano, oronero, petrolio, PietrodeSarlo, recensione, romanzo

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È lo stesso autore, nella prefazione al libro, a indicarlo come fondato sui contrasti: «tra epoche diverse, diverse aree del mondo e soprattutto tra il solitario e doloroso percorso di vita del protagonista, l’Ammerikano, e la storia del suo antagonista, Vincenzo».

Un libro che in origine ne sembrano due, le cui storie e vite solo in apparenza separate pian piano si tessono e si intrecciano come una trama (accattivante) e un ordito (fitto), il tutto scritto con un registro narrativo interessante. In più occasioni sembra che l’autore si rivolga direttamente al lettore attraendolo nella storia, nelle vicende narrate.

L’Ammerikano di Pietro de Sarlo è un libro a cavallo tra un romanzo-commedia e un giallo che, raccontando una storia immaginaria, descrive innumerevoli sfaccettature di vite reali o possibili. Un libro pensato per i coetanei dell’autore costretti a lasciare la propria terra di origine come i loro padri e nonni, motivati dalla «speranza di una vita migliore per i propri figli». Una narrazione che dà adito a riflessioni amare, ma vere, sulla situazione politica ed economica della Basilicata, che rispecchia e riflette quella del Sud e dell’Italia intera.

La Basilicata da una parte, con il «sogno texano della regione e dei suoi abitanti» ben presto tradottosi «nell’incubo nigeriano dello sfruttamento petrolifero», e l’America dall’altra, con tutta la potenza del suo mainstream che ha contagiato l’intero pianeta e in grado di convincere tutti e ognuno che qualsiasi cosa o persona proviene da lì sia inopinabile e quasi magica. Due universi talmente opposti che, alla fine e paradossalmente, finiscono per somigliarsi. Ben rappresentati e delineati dall’autore a cui va riconosciuto anche il merito di aver creato, con i suoi personaggi, i ‘tipi’ perfetti per l’ambientazione e le scene narrative e di aver raccontato le loro storie con uno stile di scrittura piacevole e scorrevole, infarcito di termini dialettali che se da un lato potrebbero rallentare la lettura e scoraggiare i lettori non meridionali dall’altro la rendono a questi ancor più gradevole.

Un buon libro, L’Ammerikano di Pietro de Sarlo. Un testo che racconta una storia originale e curata nei dettagli. Leggera e a tratti divertente ma che consente lo stesso all’autore di immettervi considerazioni, anche importanti, sullo stato di degrado e abbandono della propria terra natia, sull’emigrazione e l’immigrazione, la politica e la cultura della società non solo lucana e, di rimando, invoglia il lettore a riflettere, regalandogli così non solo una bella storia da leggere e raccontare ma un’eredità di riflessioni da portare avanti.

Pietro De Sarlo, sessantenne lucano, laureato in ingegneria ha sviluppato una importante carriera manageriale nei principali gruppi italiani e esteri operanti in Italia. è autore di numerosi articoli di economia e politica su alcune testate on line come Basilicata24, Economia Italiana, Scenari Economici e Il Giornale Lucano. Già fondatore dell’associazione Pinguini Lucani ha pubblicato, nel 2010, un saggio (Si può Fare!) sull’emergenza economica e ambientale derivante dalle estrazioni petrolifere e sulle possibilità di sviluppo economico e sociale della Lucania.

Articolo originale qui

 

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