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Irma Loredana Galgano

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Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini (Mondadori, 2017)

14 sabato Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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ChiaraBarzini, intervista, Mondadori, RinnovamentoCulturaleItaliano, romanzo, Terremoto

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Quanto si somigliano in realtà America e Italia? E quanto invece sono dissimili? Coraggio e un pizzico di incoscienza sono la giusta prospettiva per evolvere nella vita e nella crescita personale? Chiara Barzini al suo esordio letterario ha cercato di condensare in Terremoto questo e molto altro ancora.

Ne abbiamo parlato in un’intervista a ridosso dell’uscita in Italia per Mondadori della versione italiana di Things That Happened Before The Earthquake.

Things That Happened Before The Earthquake, che in Italia è diventato semplicemente Terremoto, sembra voler mettere in relazione non solo due realtà, quella italiana e quella americana, ma anche i diversi modi di viverle. Cosa si era prefissa di “raccontare” in questo suo esordio letterario?

Da sempre osservo queste due culture così diverse tra di loro e le metto a contrasto, ma l’idea principale era quella di raccontare la storia di un gruppo di outsider che provano a fare il loro meglio per essere accettati (o rifiutati). Volevo raccontare le vulnerabilità e le paure di chi vive al di fuori dalla “azione principale”.

Il registro narrativo, al pari dello stesso narrato, è forte, deciso, a tratti provocatorio. È stata una scelta voluta oppure conseguenza della trama e del suo sviluppo?

Penso che la voce di Eugenia che racconta la sua storia debba essere decisa perché in qualche modo glielo richiede l’ambiente che la circonda. È un ambiente “forte” al quale per sopravvivere bisogna rispondere in maniera forte.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Quanto si sente o si è sentita simile e vicina a Eugenia, la protagonista di Terremoto? E in cosa invece non potreste essere più dissimili?

Siamo simili in certe cose “scellerate”, ma Eugenia è una versione molto più sicura di sé rispetto a come ero io. È un concentrato bionico. Volevo che fosse un’antieroina e volevo accompagnarla anche attraverso le scelte più sbagliate. Perchè da adolescenti si compiono gli errori migliori ed è giusto che sia così.

Periferie difficili da abitare, rave, festini, multietnicità sociale sembrano i temi centrali del libro. In base alla sua esperienza, quanto l’Italia di oggi ha finito per somigliare all’America degli anni Novanta?

Non vedo molta somiglianza tra l’Italia di oggi e l’America degli anni Novanta. In America, in quegli anni soprattutto––purtroppo dall’11 settembre molto meno e con Trump ancora peggio–– le minoranze etniche possono evolversi sia socialmente che economicamente. Qui si tende a isolare le minoranze e a rilegarle sempre negli stessi ruoli. La legge sulla cittadinanza statunitense prevede lo ius soli, qui è assurdo che ne stiamo ancora a parlare.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Da giovanissima ha lasciato l’Italia per gli States con la sua famiglia. Cosa ha comportato questo cambiamento e lo rifarebbe senza rimpianti?

Sicuramente è stato un trauma in quel momento, ma non ho alcun rimpianto. Rispetto i miei genitori per essere stati così coraggiosi. Ora che sono una madre, mi accorgo di quanto sia difficile prendere rischi, soprattutto per la nostra generazione che è cresciuta con genitori più o meno sessantottini e a volte un po’ incoscienti… Ma lo spirito di avventura che hanno avuto loro in quel momento è stato prezioso per la mia crescita.

Terremoto, già uscito nella versione americana, sta riscuotendo svariati consensi. Cosa si aspetta dal mercato e, soprattutto, dal pubblico italiano?

Spero che il pubblico italiano lo legga senza pregiudizi e a cuore aperto. È stato scritto con una grande dose di onestà emotiva ed è il mio primo romanzo quindi mi sento particolarmente vulnerabile.

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini

Insieme a Francesco Pacifico, ha curato anche la traduzione in italiano del libro. Com’è stato tradurre se stessa? Ha mai avuto la tentazione di riscrivere alcune parti?

La traduzione mi ha sopresa perchè ero sicura che il libro avrebbe cambiato forma in italiano invece sono felice perchè penso che ci sia tutto lo spirito della versione originale. Questo è stato molto liberatorio. Qualche parte è stata riscritta in effetti. Ho pensato fosse importante scegliere di cambiare alcuni toni ed evidenziare alcune sfumature culturali americane per il pubblico italiano in modo da spiegare anche delle cose di quel paese. Per quello americano sono andata più a fondo sui dettagli culturali italiani in modo che anche loro potessero capire.


Per la prima foto, copyright: Frank Köhntopp.

Per le foto di Chiara Barzini, copyright: Jeannette Montgomery Burron.

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017)

04 lunedì Set 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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DaniloChirico, GiulioPerroneEditore, Italia, italiani, mafia, MarcoCarta, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, UNDER

Se lo Stato produce «leggi che fanno la guerra ai poveri (non alle ragioni della povertà) delle nostre città» diventa doveroso e necessario «un radicale cambio del punto di osservazione sulla società». Così i curatori del testo Under. Giovani mafie periferie, edito a maggio 2017 da Giulio Perrone Editore, Danilo Chirico e Marco Carta, hanno fatto una vera e propria «immersione nelle periferie e nella povertà», in quello che è a tutti gli effetti «il tema di questa Italia» ma di cui «nessuno sembra volersi occupare», o almeno di farlo in maniera seria e concreta. Hanno fatto «un tuffo nel passato» scoprendo che «le cronache di questi mesi (con i commenti, gli allarmi, le preoccupazioni, le polemiche) sono le stesse di dieci o venti anni fa», ovvero che «per dieci o venti anni nessuno ha mosso un dito».

Lo scopo dichiarato del libro è «promuovere una discussione pubblica il più possibile larga» per illuminare problematiche e criticità, formulare strade alternative da percorrere, irrompere nella politica affinché cambi «linguaggio, priorità e modalità» e metta fine alla «colpevolizzazione dei poveri e degli emarginati con la scusa del decoro».

UNDER si compone di vari contributi legati tra loro dalla ferma volontà di illuminare «il senso di abbandono di chi vive ai margini della città contemporanea», quartieri dormitorio privi di spazi aggregativi in cui «i centri commerciali, spiega il sociologo Massimo Ilardi, sono diventati le nuove piazze, supplendo ai vuoti spaventosi di intervento pubblico». Buchi di presenza e assistenza che hanno contribuito a trasformare velocemente le periferie in «ghetti in mano alla criminalità organizzata». È necessario «offrire alternative al welfare delle mafie» e questo non può più essere un dovere che lo Stato continua a scaricare su associazioni e singoli privati.

Stando ai dati diffusi dal rapporto Disordiniamo del Garante per l’Infanzia, «l’Italia spende per bambini e famiglie l’1,3% del Pil, rispetto all’11% della Germania, per fare un esempio comparativo e indicativo». Non si può certo affermare che si sta facendo il massimo. I margini di miglioramento sono notevoli considerando anche che attualmente «le risorse vengono impiegate soprattutto sotto forma di trasferimento di denaro». Programmi strutturali e strutturati, progetti e obiettivi ad ampio raggio e duraturi nel tempo potrebbero, magari, dare risultati migliori. A parole, tutti affermano di voler investire nella scuola e nella cultura. Anche la ministra Fedeli lo fa nell’intervista riportata nel testo, nella quale viene più volte menzionata Labuonascuola ma l’Italia, stando ai dati Eurostat, «è all’ultimo posto in Ue per percentuale di spesa pubblica destinata all’educazione e al penultimo posto per quella destinata alla cultura».

Così, anche se la stessa ministra mette le mani avanti quando afferma che «non sempre è possibile percepire subito i risultati delle azioni che vengono messe in campo. Soprattutto in ambito scolastico», non si può non chiedersi quanto siano invece necessari provvedimenti più incisivi che evitino alle nuove generazioni di restare costantemente indietro rispetto ai loro coetanei europei e mondiali. Intere generazioni sempre più affascinate dal mondo criminale nel quale non occorre studiare e lavorare, pagare tasse e contributi, dove a vincere è il più scaltro e basta “poco” per riempire il portafogli. Dove le «carriere crescono all’ombra di uno ‘stupore di maniera’ di fronte ai casi di cronaca più sensazionali», quelli su cui né la stampa né il pubblico può tacere fingendo di non sapere che «non si può costruire un paese civile se si rinuncia a una seria cultura antropologica della criminalità minorile».

Il sistema mafioso è una sanguisuga, se smetti di nutrirlo va altrove oppure si indebolisce. Se invece ci scendi a compromesso, se accetti la spartizione non solo contribuisci a rafforzarlo ma ne diventi a tutti gli effetti una pedina, una componente, anche se mafioso non ti ritieni e preferisci essere etichettato come onorevole, professionista, impiegato, politico, cittadino… Nonostante sia tutt’oggi molto diffusa e condivisa l’opinione dei «negazionisti delle mafie», i quali forse preferiscono pensare e lasciar credere che il fenomeno sia ancora legato e circoscritto a determinati territori e figuri che cinema e televisione hanno stereotipato alla stregua di ‘maschere’ senza tempo. La mafia si è evoluta e diffusa e quella visibile tra i giovani delle periferie non è che una soltanto delle sue evoluzioni.

Cesare Moreno della onlus Maestri di strada afferma di non avere paura della mafia, «perché mi confronto tutti i giorni con questo ambiente». A spaventarlo invece è «questa società che non crede in se stessa e non ha nulla da dire ai giovani». Uno Stato che, nonostante gli slogan e le belle parole, sembra aver abbondantemente gettato la spugna. Nella provincia di Reggio Calabria ben 81 comuni, su un totale di 83, «non hanno i servizi sociali». Così, in terra di ‘ndrangheta, «si è abbandonata completamente un’idea di sociale» e la lotta al crimine organizzato «è affidata soltanto a magistrati, poliziotti, esercito». Una «lotta a metà, quindi inefficace per definizione». Sempre attuali le parole di Platone che vedeva «la giustizia giusta esistere solo in un paese giusto».

Sottolinea Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, come «è del tutto evidente che parlare di sviluppo economico immaginando di applicare il solito paradigma del prima lo sviluppo e la crescita, poi il welfare è una pericolosa stupidaggine» non solo per le periferie geografiche ma anche per quelle sociali. Affinché ci sia «sviluppo ci deve essere essere coesione sociale», altrimenti è più facile ci siano solo squilibri e sfruttamento.

A Roma, a Ponte di Nona, con «il piano di riqualificazione realizzato nell’ambito del progetto Punti Verdi Qualità» i cittadini «si sono ritrovati una gigantesca sala slot inaugurata nel 2009 mentre l’asilo è rimasto chiuso». Una città, la capitale, dove «si contano oltre 50.000 slot machine» in uno stato, l’Italia, che vieta il gioco d’azzardo. Che afferma di vietarlo in base alla normativa vigente.

Le politiche di austerity hanno «indebolito la continuità degli interventi sociali», piegando anche «la necessità dei più deboli alla logica del massimo ribasso». Incisivo l’intervento di Marco Carta su una città schiacciata «sotto il mondo di mezzo» dove sembra si operano scelte e interventi «come se un bambino da recuperare fosse una buca da riempire».

Più volte, leggendo Under. Giovani mafie periferie, ci si chiede come si fa, in terra di mafia, a scegliere liberamente. La verità è che non si può dove manca uno Stato a fornire gli strumenti necessari per poterlo fare. Perché, è inutile negarlo, è proprio laddove lo Stato arretra sulle proprie responsabilità che le organizzazioni criminali riescono ad avanzare e a radicare il controllo del territorio, che per loro è fondamentale. Il sistema mafioso «ha tante porte che qualcuno avrebbe il dovere di chiudere». Le famiglie, certo. La scuola, anche. Ma è dallo Stato e da tutte le sue istituzioni che deve partire la spinta più potente. Che dovrebbe partire. Non serve additare il fenomeno come peculiare delle regioni del Sud. Non è bastato in passato per evitare che la mafia si espandesse anche oltre i confini di stato e non servirà neanche ora a salvare i giovani e le periferie, geografiche e sociali.

 

E se è vero che «le mafie si combattono anche con la cultura e con la coscienza collettiva» lo è di sicuro che il popolo tutto deve ‘combattere’ la latitanza dello Stato nelle periferie come nei centri, per le strade come nei palazzi, nei discorsi come sulla carta… affinché nessun cittadino sia costretto a chiedersi «da che parte sta la legge». Mai.

Under. Giovani mafie periferie curato da Danilo Chirico e Marco Carta è una miscellanea di contributi di numerosi autori che risulta al lettore molto interessante spaziando dal racconto di testimonianze dirette a fatti, da resoconti di dati e statistiche a progetti attuati o da attuare. Un libro che si spinge oltre le intenzioni dei curatori, ovvero la spinta ad aprire “una discussione pubblica il più possibile larga”, perché lo ‘squarcio’ che apre in chi lo legge è più profondo e non riguarda solo l’esterno, il relazionarsi con gli altri, ma anche con se stessi.

Danilo Chirico: Nato a Reggio Calabria, vive e lavora a Roma. Giornalista, scrittore e autore televisivo. Ha scritto e curato diversi libri sulle mafie. È presidente dell’Associazione antimafie daSud.

Marco Carta: Giornalista romano impegnato a far conoscere e indagare ‘il lato oscuro’ della capitale.

In Under. Giovani mafie periferie sono presenti articoli e/o contributi di: Lorenzo Misuraca, Angela Iantosca, Andrea Meccia, Lara Facondi, Gianluca Palma, Carmen Vogani, Daniela Valdacca, Jessica Niglio, Amalia de Simone, Bruno Palermo, Dario Antonini, Zeno Gaiaschi, Sara Troglio.

Source: Si ringraziano Giulia Martiradonna e la Bookmedia Events per la disponibilità e il materiale.

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Quando inizieremo a fare sul serio contro la mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

“Grande Raccordo Criminale” di Bulfon e Orsatti (Imprimatur, 2014). Intervista agli autori

“I giorni della Cagna” di Daniele Autieri (Rizzoli, 20169. Come le mafie si sono prese Roma e l’Italia

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Allievi e Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

Articolo disponibile anche qui

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Il rinnovamento culturale italiano degli anni ’50 nell’autoritratto di Goffredo Petrassi

09 mercoledì Ago 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Autoritratto, CarlaVasio, GoffredoPetrassi, intervista, Laterza, MucchiEditore, RinnovamentoCulturaleItaliano

Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

Autoritratto di Goffredo Petrassi di Carla Vasio viene pubblicato in prima edizione con Laterza nel 1991 e riproposto al pubblico quest’anno da Mucchi editore. Le memorie di un grande compositore italiano raccolte dalla Vasio affinché le sue ricerche e sperimentazioni in campo musicale, ma che hanno poi influenzato anche la sua esistenza, non vadano perdute o dimenticate.

Ne abbiamo parlato con Carla Vasio nell’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Il suo libro Autoritratto di Goffredo Petrassi, che raccoglie le memorie di una vita intera, è uscito in prima edizione nel 1991 con Laterza. Perché ha ritenuto necessario ripubblicarlo nel 2017?

Non è stata una mia iniziativa ripubbblicare il lungo colloquio con Goffredo Petrassi: ho risposto alla richiesta di un editore che stimo, soddisfatta che venga riproposta in una nuova edizione la mia conversazione con un artista di altissima sapienza musicale e di nobile intelligenza. Nel raccontare ho scelto una struttura narrativa che permettesse al lettore di partecipare  all’evolversirsi dell’ambiente culturale, specificamente musicale in questo caso, che intorno agli anni cinquanta/sessanta ha rinnovato non solo la tecnica ma l’immaginario delle arti.

Chi era Goffredo Petrassi, oltre il personaggio pubblico?

La narrazione di Petrassi che sta alla base di questo libro è sostenuta da una precisione linguistica e storica necessaria a sottolineare l’importanza della sua opera e del suo insegnamento in un momento  in cui non soltanto la musica ma tutti i linguaggi dell’arte stavano sperimentando la felicità e i rischi di un rinnovamento profondo. Nel raccontare, Petrassi non si perde mai in divagazioni approssimative, fossero storiche o tecniche: non dimentica le difficoltà dell’infanzia e della giovinezza quando la sua famiglia poverissima  si trasferisce da un paese rurale a Roma, e poi la tenacia appassionata che lo ha portato a raggiungere i massimi livelli di preparazione negli studi e poi di innovazione nell’ attività creativa. La sua narrazione musicale raggiungeva sempre un’altissima precisione di linguaggio con una ricchezza di invenzione mai superflua o approssimativa. Inoltre è stato un attento e generoso maestro per i suoi allievi e per chiunque gli chiedesse notizie sull’evoluzione della musica anche in campo internazionale. All’insegnamento si è dedicato con grandissimo senso di responsabilità e con molta generosità.

Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

I fili conduttori del suo libro, come dell’arte di Petrassi, sembrano essere la passione e la curiosità, verso ciò che si fa come verso la vita intera. Sentimenti, atteggiamenti ma anche modi di essere che oggi sono egualmente presenti negli artisti contemporanei?

Mi auguro di sì. Petrassi esercitava sempre una consapevole e generosa partecipazione alla vita e al lavoro dei suoi allievi e dei suoi amici, con quel rispetto e quel distacco professionale che permettevano anche il formarsi di lunghe amicizie. Non so dire se in questo distratto tempo presente  si formino ancora importanti rapporti insegnante-allievo, impegnati e produttivi. Me lo auguro, tanto più che nella nostra cultura la pratica scolastica ha esempi di nobile generosità che non vanno dimenticati.

Lungo tutto il suo percorso artistico Petrassi non abbandonò mai la ricerca costante e il confronto dialettico con i classici della musica pur evolvendo verso l’originalità e l’innovazione. Era così anche per la sua vita privata?

È giusto dire che nel suo lavoro Petrassi non ha mai abbandonato la ricerca e l’innovazione, come si può osservare in tutta la sua ininterrotta attività creativa e anche nella sua partecipazione agli incontri internazionali di arte musicale, per esempio a Darmshtadt, in Svizzera, e in Germania. Quanto alla sua vita privata, è stata arricchita più che condizionata dagli eventi portati dalla sua attività professionale.

Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

Petrassi ha costruito una carriera internazionale di tutto rispetto e ha collaborato anche con diversi registi componendo colonne sonore per il cinema durante il periodo neorealista. Qual era la sua opinione riguardo questo mondo governato dalla finzione che voleva raccontare la realtà?

La sua cultura era vasta ed eclettica e questo gli ha permesso di partecipare alle innovazioni in vari campi dell’arte tra cui il cinema. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta Petrassi ha composto  le colonne sonore di film che hanno fatto la storia del cinema, tra cui Riso amaro di Dino Risi e Cronaca familiare di Valerio Zurlini, dando all’accompagnamento musicale quella forza innovativa che si stava confermando  nel cinema in quegli anni.

Il rinnovamento culturale italiano degli anni '50 nell'autoritratto di Goffredo Petrassi

Cosa ha significato per lei scrivere l’autoritratto di Goffredo Petrassi?

È stato un lavoro molto lungo e non facile. Durante i colloqui, che si sono svolti nel corso di un paio di anni, ho raccolto il materiale storico-narrativo che il maestro generosamente mi ha affidato. La sua non era una collaborazione superficiale: controllava il mio testo riga per riga se non parola per parola ed è stato quasi sempre soddisfatto del mio lavoro, che interpretava e ricostruiva i suoi discorsi rispettandone i contenuti e cercando di rendere con la scrittura l’intensità del colloquio.

Io seguivo le sue parole e lui era grato della mia correttezza professionale.

Questo libro è il risultato di una lunga e rispettosa amicizia.

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Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi… Intervista a Maurizio Pallante

25 giovedì Feb 2016

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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DestraeSinistraaddio, intervista, Italia, italiani, Lindau, MaurizioPallante, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi

Per Maurizio Pallante siamo in una fase di chiusura di un’epoca storica, cominciata 250 anni fa con la Rivoluzione industriale. La crisi attuale è la somma della crisi ecologica, di quella climatica, morale, occupazionale… Quando un’epoca storica si chiude cominciano a vacillare la cultura, il sistema dei valori, i modelli di interpretazione della realtà che la società ha sviluppato e sui quali ha conquistato il consenso delle popolazioni. In questo momento nasce l’esigenza di iniziare a costruire un paradigma culturale diverso.

Destra e sinistra addio (Lindau, 2016) ha nel titolo la definizione della crisi, ma c’è nel sottotitolo la parte del construens, “per una nuova declinazione dell’uguaglianza”. La sconfitta storica della sinistra non è la sconfitta dell’idea di uguaglianza ma il fallimento dell’interpretazione che la sinistra ne ha dato. Per recuperare questa idea occorre declinarla in maniera diversa, estendendola a tutti i viventi, perché tutte le forme di vita sono in relazione tra di loro. L’uguaglianza inoltre non può essere limitata a un reddito monetario ma deve coinvolgere nel loro complesso gli stili di vita delle persone.

«Anche le persone meno interessate alla politica si sono rese conto che nei Paesi democratici le differenze tra i partiti più rappresentativi della destra e della sinistra si sono progressivamente attenuate fino a scomparire quasi del tutto.»

Destra e sinistra addio è il nuovo saggio di Maurizio Pallante, ne abbiamo parlato con l’autore in un’intervista.

Fin dalle prime pagine del libro, lei afferma con chiarezza che la destra è rimasta ferma sulle sue posizioni e la sinistra le si avvicina sempre più. Quali sono, a suo avviso, le ragioni di questo slittamento della sinistra?

La sconfitta storica che ha subito, testimoniata dall’abbattimento del muro di Berlino nel 1989 e dovuta al fatto che la sinistra si poneva gli stessi obiettivi di fondo della destra, ovvero la crescita economica, con delle finalità diverse. Per la sinistra lo scopo era una più equa redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali. Ma la Storia ha dimostrato che l’economia di mercato, sostenuta dalla destra, era in grado di far crescere l’economia più delle scelte della sinistra. Per cui la sinistra si è trovata a sostenere lo stesso tipo di obiettivo con degli strumenti meno efficaci per raggiungerlo.

Questo ormai rende molto esigua la differenza tra partiti politici di destra e di sinistra. Perché allora sembra tanto difficile da accettare? E per quali ragioni si continua a fomentare nell’opinione pubblica l’idea di una differenza tra destra e sinistra al punto che l’appartenenza politica viene intesa e vissuta come tifo da stadio?

Perché ormai la politica è gestione di posti di lavoro, di appalti, di attività economiche… e ci sono dei gruppi di potere che cercano di conquistare il consenso della popolazione per poter gestire le somme legate ai posti di lavoro, agli appalti, alle attività economiche, ai privilegi che hanno i politici… Ormai la distinzione tra destra e sinistra è più formale che sostanziale e la politica ha perso completamente la carica etica e di ricerca del bene comune ed è diventata uno strumento per intervenire nelle attività economiche e produttive gestite dalla collettività, dallo Stato e dagli Enti locali.

A proposito di opinione pubblica, lei nota come le scelte di politica interna ed estera di destra, se gestite dalla sinistra, registrano meno opposizione sociale. È solo una diffidenza quasi atavica verso la destra, oppure ci sono altre ragioni?

Nell’immaginario collettivo è ancora radicata l’idea che la sinistra sia quella parte politica che fa gli interessi di una più equa redistribuzione delle risorse. Se una politica di destra viene gestita dalla destra, che ha sempre amministrato le risorse in maniera meno equa, le classi popolari possono essere spinte dalla sinistra a protestare. Ma se è la sinistra che fa la stessa politica economica della destra, manca la spinta alla protesta. Lo prova ad esempio il fatto che le Riforme costituzionali, proposte dal governo attuale, non suscitano la stessa reazione negativa avuta a suo tempo dalle medesime Riforme proposte dal precedente governo di centro-destra.

Cosa rappresentano Siryza, Podemos e Movimento Cinque Stelle nell’attuale scenario politico europeo?

Io farei una distinzione tra Siryza e Podemos, espressione politica di una sinistra non convenzionale, non legata alla storia del Novecento, e Movimento Cinque Stelle, che fin dall’inizio ha dichiarato di non essere né di destra né di sinistra.

Siryza, presentatosi come una reincarnazione diversa della sinistra, oggi sta facendo delle politiche di destra per cui sta suscitando l’opposizione popolare.

Podemos non sappiamo ancora cosa farà, per ora ha avuto buoni risultati elettorali, si vedrà se sarà in grado di gestire una politica di sinistra andando al governo ma, se ciò non accadesse, l’alleanza con i socialisti gli imporrà di portare avanti una politica di centro-destra e allora a quel punto in Spagna andranno di nuovo alle elezioni.

I Cinque Stelle invece stanno, in questo momento, rendendosi conto di tutto il malcontento che la popolazione ha accumulato nei confronti della casta politica, stanno cavalcando la carta morale, della politica gestita nell’interesse della collettività. Il consenso da loro ottenuto sembra derivare più che dalle proposte che fanno, dall’insoddisfazione della popolazione riguardo la gestione del potere da parte dei partiti tradizionali.

Perché la sinistra ha fallito? Ecco i motivi

Secondo lei, per superare la crisi e lo stallo in cui versano i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, bisogna riscoprire una finalità più ragionevole da assegnare alle attività produttive. Cosa intende?

Oggi il fine dell’attività economica e produttiva è la crescita della produzione di merci, e gli esseri umani sono il mezzo per raggiungere questo fine. Bisogna invertire questo rapporto. Il fine deve tornare a essere il benessere degli esseri umani e le attività produttive il mezzo per raggiungere questo scopo. Questo è il cambiamento che va fatto per superare la crisi.

Il Capitalismo si è servito anche della spiritualità trasformando i fedeli in consumatori?

Sì. E questo è stato uno degli elementi di fondo. La sinistra è stata sconfitta anche perché la sua posizione nei confronti della Chiesa e della religione le ha alienato il favore e la simpatia delle masse. Mentre il Capitalismo ha usato, strumentalmente, la religiosità della popolazione per cambiare il sistema dei valori in senso materialistico. Da questo punto di vista ha avuto anche un appoggio, in Italia, da parte della Chiesa cattolica. Questa, da una parte, continuava a predicare che bisognava non essere succubi del materialismo e del consumismo, dall’altra sostenendo, attraverso il partito della Democrazia Cristiana, la crescita economica, dicendo che era un bene, si è posta in una posizione di grande contraddizione.

Mantenendo l’attuale sistema economico, anche se dovesse registrarsi una reale ripresa i problemi ambientali persisterebbero. E ciò come può essere visto come un bene?

I problemi ambientali si aggraverebbero. Questi sono causati dal fatto che la crescita economica prevede un consumo crescente di risorse ed è arrivata a esaurire molte delle risorse non rinnovabili, a consumare le risorse rinnovabili di un intero anno entro la metà di agosto. Per cui la crescita economica mette in discussione la capacità dell’ecosistema terrestre di fornirgli le risorse di cui ha bisogno. Vengono inoltre immesse nell’ambiente di sostanze non metabolizzabili dai cicli biologici o perché sono troppe, come l’anidride carbonica e quelle derivanti dall’effetto serra, o perché sono sostanze di sintesi chimica o non biodegradabili, come la plastica. In tutti gli oceani ormai galleggiano masse di rifiuti di plastica grandi come dei continenti. L’aumento della produzione, ammesso che possa avvenire, comporterebbe un aumento delle emissioni e del consumo delle risorse. E questo sicuramente non è un bene.

http://www.sulromanzo.it/blog/perche-la-sinistra-ha-fallito-ecco-i-motivi

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Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico

27 venerdì Nov 2015

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FrancescoSpagna, Linfinitoantropologico, Mimesis, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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Mimesis editore ha pubblicato i risultati del lavoro di ricerca condotto da Francesco Spagna, che insegna Antropologia Culturale all’Università di Padova, sull’infinito antropologico. Nella prefazione, curata da Giangiorgio Pasqualotto, già si evincono le teorizzazioni dell’autore contenute nel testo. Andare oltre l’antropologico e gli ‘oggetti’ delle sue indagini. Includere come oggetto di osservazione anche il soggetto che osserva, col rischio è vero di una deriva soggettivistica ma necessario per aprire nuovi orizzonti e nuove avventure.

Abbandonare la neutralità senza lasciarsi troppo tentare dall’autobiografia ma volgendo lo sguardo e l’interesse all’interpretazione, ecco la strada indicata da Spagna per la definizione di un concetto di infinito antropologico, che può legittimarsi solo coniugandosi a quello di intercultura, non di multicultura.
Spagna non si ferma in discussioni di carattere metodologico interne alla disciplina ma ricerca e interagisce con la Filosofia, Bruno e Fichte in particolare, e il risultato è meno sconcertante di quanto possa apparire a prima vista. Risulterà essere proprio il concetto spinoziano di ‘infinito’ come ‘innumerabile’ il sostegno principale alle teorizzazioni dell’autore.

I numerosi tentativi di classificazione sistematica dei dati etnografici non hanno prodotto altro che il rischio di tradurre l’immagine del mosaico in quella del labirinto. Spagna sottolinea chenon è questo l’infinito antropologico a cui vogliamo arrivare.

Interessanti anche le considerazioni di Alexian Santino Spinelli riportate nella postfazione.

La popolazione romanì, costituita da cinque grandi gruppi principali (rom, sinti, Kale, manouches e romanichals) e da una moltitudine di sottogruppi e comunità diversissime fra loro, rappresenta un esempio di ‘infinito antropologico’.
Una popolazione, quella romanì, alle prese con un costante processo di mutazione e negazione col mondo esterno per evitare l’annientamento e per ‘resistere’ attraverso un’intensa attività interculturale assorbendo elementi vitali dal mondo circostante per rivitalizzarsi e per attualizzarsi.
Spinelli sottolinea gli errori interpretativi del passato e in parte anche contemporanei che hanno voluto vedere nella mobilità coatta delle comunità romanès una sorta di nomadismo, motivo spesso alla base dei conflitti generatisi con le società sedentarie ospitanti.

Questa dinamicità, unita all’interscambialità e alla flessibilità dei modelli di vita è il segreto della lunga esistenza nel tempo e nello spazio di comunità semplici e prive di difese e di coperture politiche, senza eserciti e senza terrorismi.

Verso l’interculturalità. L’infinito antropologico di Francesco Spagna

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Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

09 venerdì Ott 2015

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Democraziadiretta, Eleuthera, MurrayBookchin, NWO, ordinemondiale, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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Nella versione tradotta e curata da Salvo Vaccaro, Elèuthera ha pubblicato già nel 1993, e in ristampe successive,Democrazia diretta di Murray Bookchin, autore anche diL’Ecologia della libertà (The ecology of freedom).

Bookchin può a buon diritto essere considerato uno degli studiosi che maggiormente ha approfondito il tema della partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica delle comunità di cui fanno parte. È anche uno dei più “imitati” senza essere quasi mai citato.

«Il Communalism rappresenta una critica della società gerarchica e capitalista nel suo insieme.»

In Democrazia diretta Bookchin sottolinea la differenza tra l’economia di mercato «avida ed espansiva» e i mercati pre-capitalisti «non tesi all’accumulazione dell’altro». L’autore ricorda che nell’antichità la compravendita «lungi dall’essere esaltata, era percepita come opera del demonio e dunque il commercio era tenuto sotto controllo», oggi invece viene quasi idolatrata e la mentalità monetaria e speculativa, sebbene non inedita nella storia, diventa unica quando consegue una tale centralità: «persino la terra, un tempo rifugio di vecchi capitalisti dopo una vita dedicata al commercio, divenne semplicemente una merce tanto che il suo acquisto, in particolare nel Nuovo Mondo, non conferiva più alcuno status speciale al nuovo ceto mercantile».

E così da «associazione etica di mutuo soccorso», la comunità si trasforma in un «tessuto imprenditoriale teso alla concorrenza e alla manipolazione». Si potrebbe obiettare che pure nella comunità intesa come “associazione etica di mutuo soccorso” erano presenti predatori e di ciò l’autore tiene conto citando nel testo ad esempio i pirati e i briganti. Ma subito sottolinea la differenza tra questi, che consideravano intoccabili le proprie comunità, e i mercanti e gli industriali che le considerano invece territorio di conquista.

I pirati erano fondamentalmente degli anti-colonialisti. Si diventava pirata per vari motivi ma più di frequente per la miseria o per il desiderio di rivalsa contro i soprusi subiti come ceto meno abbiente.

Una nutrita schiera di briganti era costituita da pastori e contadini che si davano alla macchia come gesto di ribellione per le ingiustizie e lo sfruttamento subito.

Ci sono le eccezioni certo ma la Storia ci insegna che quando un popolo, o parte di esso, si ribella viene sempre additato come ingrato, ribelle, rivoluzionario, terrorista… dai governi, dai ceti alti, dalle gerarchie militari, ma a ben guardare il motivo da cui scaturiscono questi moti è un grande desiderio di riscatto sociale, un bisogno disperato di dignità per sé e soprattutto per i propri figli. Accadeva in passato e accade ancora oggi.

Per Murray Bookchin l’urbanizzazione rappresenta il modo con cui il processo destrutturante delle comunità ha assunto visibilità. «Mi riferisco a quello sviluppo industriale, commerciale e residenziale che chiamano centro urbano.» Gli effetti devastanti del capitalismo che maggiormente si osservano nei centri urbani per l’autore si possono così sintetizzare:

  • Dissolvimento di tutti i vincoli sociali.
  • Mercificazione di tutti i valori.
  • Monetizzazione di tutti gli ideali.
  • Sfide incontrollate del mercato con acquirenti e venditori anonimi.

Pienza, la cui progettazione fu affidata da papa Pio II a Leon Battista Alberti doveva rappresentare la città ideale, nella quale l’uomo potesse vivere in armonia con se stesso e con la natura. La modernità ha generato un’idea di urbanistica invece in cui l’uomo è a servizio della città e non il contrario.

Maurizio Pallante nel suo saggio Monasteri del terzo millennio cerca di focalizzare l’attenzione del lettore su un problema reale della modernità: «nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono dal mercato per ogni esigenza». Ipotizziamo che per una qualsiasi ragione il ‘mercato’ non fosse più in grado di soddisfare le richieste degli acquirenti-consumatori. Cosa accadrebbe?

«Il nazismo, con il suo cianciare sull’auspicabilità di una Volksgemeinschaft germanica, svendette il contenuto utopico di questa aspirazione popolare al localismo comunitario in nome del “principio di leadership” con il quale subordinò completamente il localismo al centralismo, la comunità alla nazione, il conservatorismo tecnologico all’innovazione industriale, particolarmente quella finalizzata alla progettazione bellica e ai metodi di sorveglianza politica.»

Paradossalmente, ma neanche poi tanto, a ben guardare le intenzioni e soprattutto i risultati della politica comunista si sono rivelati non molto dissimili. Salvo Vaccaro nell’introduzione al testo di Bookchin li identifica soprattutto in due punti focali:

  • Massimo sostegno all’autorità centrale dello Stato.
  • Nazionalizzazione della proprietà come unica alternativa alle forme capitalistiche di proprietà privata.

«Il peso che Marx e i marxisti di ogni risma hanno dato al ruolo “progressista” dello Stato-nazione sebbene comprensibile nel contesto delle lotte popolari del diciannovesimo secolo contro i residui del feudalesimo, si sono rivelate a posteriori una rovina per la quale siamo ancora oggi penalizzati.»

Una possibile soluzione secondo Murray Bookchin è «una politica senza partiti», in considerazione anche di ciò che è successo dove questi hanno agito e fallito, ripetutamente, e invita il lettore a qualche riflessione su quanto accaduto e a tutti noto in paesi come l’ex Unione Sovietica dove il partito costituiva lo Stato stesso. Una politica di decentramento e di assemblee popolari quella auspicata dall’autore. Una politica che non sia un «sistema di rapporti di potere gestito per lo più in modo professionale da persone in ciò specializzate, i cosiddetti “politici”» bensì, com’era prima dello Stato-nazione, «gestione degli affari pubblici da parte della popolazione a livello comunitario».

«Oggi, quel che chiamiamo “politica” è in realtà governo dello Stato. Essa è professionismo, non controllo popolare; monopolio del potere da parte di pochi, non potere dei molti; delega a un gruppo “eletto”, non processo democratico diretto che comprenda il popolo nella sua totalità; rappresentazione, non partecipazione.»

Vaccaro ancora nell’introduzione si sofferma sul grande problema della collusione tra politici e poteri economico-finanziari, ricordando lo scandalo Watergate e quello Irangate, raccontando dell’ingerenza che hanno questi poteri, queste lobby, sui vari governi, inducendo il lettore a interrogarsi su quali siano o possano essere poi le conseguenze della loro influenza sulle decisioni che riguardano la popolazione della comunità che di fatto controllano.

La politica e la cittadinanza sono state, per Bookchin, le vittime di questo processo corrosivo che è il capitalismo, «ma possono rappresentare anche l’antidoto». Per l’autore è necessario dare agli ideali del localismo, del decentramento e dell’auto-sufficienza un significato più ampio e completo e propone le eco-comunità morali basate sul confederalismo che «non segna una chiusura della storia sociale bensì il punto di partenza di una inedita storia ecosociale segnata da una evoluzione partecipativa nella società e tra la società e il mondo della natura».

Secondo Bookchin, l’economia confederata di una comunità grande o piccola gestisce le proprie risorse in una fitta rete di relazioni intercomunitarie ed è una economia redistributiva, cioè capace di dare alle comunità secondo le loro necessità, al contrario delle cooperative di segno capitalista che affondano nell’equivoco dei rapporti di scambio.

In L’Ecologia della libertà Bookchin analizza i comportamenti dell’umanità verso la natura che vanno o andrebbero osservati all’interno di una cornice più ampia «in cui l’umano dispone dell’altro umano in senso prettamente politico, dando luogo a una specifica forma di vita che noi definiamo società». E tale costruzione sociale delinea il campo della politica che non deve o non dovrebbe essere l’arte del governare ma una «modalità di organizzazione sociale volontariamente progettata e costruita nel concorso conflittuale di soggetti consapevoli e rischiarati nel dialogo permanente di ragioni, argomentazioni e obiezioni critiche». Per questo Bookchin anche in Democrazia diretta ritorna sul concetto deragliante di classe politica eletta, quasi a voler identificare in modo professionale persone in ciò specializzate. Mentre per l’autore necessita un ritorno alla situazione pre-capitalista, quando «la popolazione gestiva la cosa pubblica in assemblee cittadine dirette».

Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

© 2015 – 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Come scrivono gli adolescenti. Un’indagine sulla scrittura scolastica e sulla didattica della scrittura” di Boscolo e Zuin (IlMulino, 2015)

17 lunedì Ago 2015

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Comescrivonogliadolescenti, ElviraZuin, IlMulino, PietroBoscolo, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

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A marzo di quest’anno la Società Editrice Il mulino pubblica Come scrivono gli adolescenti di Pietro Boscolo e Elvira Zuin, con prefazione di Italo Fiorin. Un testo che racchiude e al contempo delucida la ricerca Scritture di scuola, «realizzata da IPRASE con la supervisione scientifica del professor Pietro Boscolo» e indirizzata sia agli studenti sia agli insegnanti.
L’indagine svolta da Boscolo e Zuin si è concentrata su 39 istituti del Trentino e ha coinvolto 1500 studenti di 15 anni e 450 insegnanti di italiano, ma nel testo si può leggere anche un’approfondita cronistoria e analisi delle varie ricerche in materia eseguite in Italia e all’estero negli ultimi cinquanta anni.
«Le comparazioni consentite dalle indagini mettono in evidenza come il sistema di istruzione del nostro Paese non solo non sia omogeneo, ma presenti delle differenze al suo interno che non è eccessivo definire scandalose e che non dovrebbero essere più tollerate», sottolinea Italo Fiorin nella prefazione, rimarcando la distanza che separa il nostro sistema scolastico d’istruzione da quello finlandese, quest’ultimo da sempre ai primi posti nelle classifiche internazionali: «la risposta è nel suo eccellente sistema di selezione degli insegnanti, nella qualità della loro formazione, nello spirito di innovazione sostenuto dalla ricerca».
“Eccellente sistema di selezione degli insegnanti, qualità della loro formazione, spirito di innovazione sostenuto dalla ricerca”: non stupisce la distanza abissale che separa la scuola italiana da quella finlandese. Ancora nell’indagine svolta da Boscolo e Zuin a essere messi al microscopio sono i ragazzi, giovanissimi, del primo e secondo anno del 2° ciclo d’istruzione, ‘invitati’ a svolgere una prova scritta e a rispondere a un questionario.
L’intento dichiarato dagli autori è quello di voler coinvolgere sia gli alunni che gli insegnanti, ma per quest’ultimi è stato previsto il solo questionario.
Appare utile monitorare la preparazione degli alunni del nostro sistema d’istruzione pubblico ma, soprattutto ove ciò evidenzi lacune e mancanze protratte, non sarebbe il caso di cominciare a ‘testare’ anche la preparazione di chi ha il compito di formare e istruire?
Il 59% dei docenti coinvolti nella ricerca Scritture di scuola ha dichiarato di essersi auto-formato sulla scrittura e sulla didattica della scrittura. Se ne deduce quindi che pur essendo l’80% convinto dell’importanza dello «insegnare a scrivere» si presume che le tecniche apprese per farlo siano eterogenee e tali di conseguenza saranno i metodi applicati. Inoltre il 36% degli insegnanti ha dichiarato di aver appreso le tecniche con «esperienze dello scrivere» al di fuori della scuola. Chi ha valutato questi metodi?
Il libro Come scrivono gli adolescenti di Boscolo e Zuin si suddivide in quattro parti; nella prima si leggono due saggi introduttivi sulle ricerche in ambito internazionale e nazionale sulla scrittura seguiti dalla presentazione di Scritture a scuola e degli strumenti utilizzati, la seconda parte è dedicata agli esiti della “sezione insegnante” mentre la terza all’analisi dei risultati degli elaborati prodotti dagli alunni. Chiudono il testo le considerazioni conclusive.
Per Fiorin il quadro generale del sistema nazionale italiano di formazione e ricerca non brilla certo per eccellenza ma «il Trentino è un’eccezione, molto più vicino al modello finlandese in tanti suoi tratti».
A dirlo non è solo lui ma i risultati dell’indagine OCSE-PISA che hanno evidenziato la competitività della scuola trentina non solo rispetto al resto dell’Italia ma a livello internazionale.
Ed è alla luce di questi dati che gli esiti della ricerca Scritture a scuola divengono più allarmanti.
Al di là dei vari errori di punteggiatura e ortografia riscontrati negli elaborati, incuriosiscono e stupiscono quelli rilevati e inseriti nelle categorie concordanze e lessico e singoli termini usati impropriamente.
Gli errori di concordanze raggiungono una percentuale del 20,48% mentre quelli sul lessico superano la metà (54,10%). E per quanto riguarda la seconda categoria ci è parso più eloquente riportare alcuni esempi di errori riscontrati: «La terra è in fase di aumento della temperatura sia per cause naturali, sia per la manodopera dell’uomo; Gli osservatori climatici hanno approvato che l’anno 2007 è stato l’anno più caldo registrato dal 1860; Inoltre nel 2007 è stato scritto un documento che parla degli adattamenti da prendere nei confronti dei cambiamenti climatici; La terra infatti sta attraversando una fase di alzamento della temperatura».
Rappresentano una piccola parte ma questi errori lasciano comunque basiti trattandosi, tra l’altro, di termini di uso comune riferiti ad argomenti di stretta attualità.
Boscolo e Zuin affermano che «i primi anni della scuola secondaria di secondo grado rappresentano un momento importante nello sviluppo delle abilità di lettura e scrittura», tuttavia nel nostro sistema d’istruzione finisce che la lettura assume una funzione prevalentemente “efferente”, volta a ricavare informazioni e concetti, mentre la scrittura viene considerata una “materia” a sé stante, formalmente inserita nella materia “Italiano”. Eppure pressoché all’unisono gli insegnanti coinvolti hanno dichiarato che lettura e scrittura sono propedeutiche e che per imparare a scrivere il primo esercizio da fare è leggere. Posizione tra l’altro che non sembra errato presumere essere largamente condivisa anche fuori la scuola.
Allora perché nel nostro sistema di istruzione la lettura continua a essere considerata un esercizio finalizzato all’apprendimento e spesso alla memorizzazione delle nozioni orali?
Stando all’ufficio studi AIE che si basa su dati ISTAT nel 2014 il 51,1% dei ragazzi tra i 15 e i 17 anni ha letto «almeno un libro non scolastico nei 12 mesi precedenti». Se consideriamo che la media italiana si aggira sul 41,4% si può affermare che la lettura piace a molti ragazzi di quella fascia di età. Lettura di testi non scolastici però. Inoltre osservando i siti di scrittura e/o di fanfiction si può notare quanto piaccia ai giovani scrivere oltre che leggere.
Perché allora nel test effettuato dagli autori si è notata una certa ‘resistenza’ da parte dei ragazzi evidente ancor di più nelle risposte frettolose e abbozzate del questionario? Potrebbe essere riconducibile al fatto, come ipotizzato dagli stessi Boscolo e Zuin, che gli alunni hanno visto nell’elaborato e nel questionario l’ennesima prova valutativa, oppure il discorso va fatto in maniera più ampia. Quali sono gli argomenti di cui piace leggere e scrivere ai ragazzi di quindici anni? Perché gli adolescenti che sentono il perenne bisogno di comunicare tra di loro, chattare, messaggiare, scambiare opinioni e segreti nella scuola si chiudono a riccio e fingono di non interessassi a nulla?
In base a quanto si legge nella prima Raccomandazione dell’UE, riferita alla comunicazione nella madrelingua, gli studenti, al termine dell’obbligo scolastico, devono aver acquisito la «capacità di esprimere e interpretare concetti, pensieri, sentimenti, fatti e opinioni in forma sia orale che scritta, […] l’abilità di distinguere e di utilizzare diversi tipi di testi, di cercare, raccogliere ed elaborare informazioni». In buona sostanza, qualora decidano di non proseguire gli studi al termine dei cicli obbligatori, devono essere dei cittadini pronti a vivere in società. I quindici-sedicenni italiani lo sono? Stando ai risultati della ricerca condotta da IPRASE in Trentino no.
L’82% dei docenti coinvolti in Scritture a scuola esprime la convinzione che «sia non solo utile ma doveroso promuovere una partecipazione intenzionale e consapevole da parte degli studenti al processo di apprendimento della scrittura». Prospettiva condivisibile ma ancora limitata nel concreto alle attività scolastiche straordinarie che in genere vengono strutturate come ‘lavori di gruppo’ e che quindi proprio nella loro organizzazione strutturale potrebbero trovare le motivazioni che ne vanificano gli effetti. Un dato molto interessante della ricerca infatti dimostra come «lo scrivere in gruppo, collettivamente, sia in realtà apprezzato solo da una minoranza degli studenti e delle studentesse».
Boscolo e Zuin hanno notato «uno scarto tra ciò che gli insegnanti scelgono di realizzare, che di norma è coerente con ciò che pensano, e ciò che ritengono sia veramente funzionale all’insegnamento della scrittura». Incongruenze, distanze tra la convinzione e l’efficacia dell’attività, «con la convinzione che permane nonostante l’attività che ne deriva non sia ritenuta efficace».
Albert Einstein sosteneva che è «follia fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso», ma gli insegnanti del Trentino coinvolti nella ricerca di Boscolo e Zuin non sono il fisico e filosofo tedesco e preferiscono a quanto pare seguire una differente filosofia.
I docenti lamentano scarsità di tempo, frammentarietà, disfunzionalità dei dipartimenti disciplinari, «spesso impegnati in adempimenti burocratici anziché in attività di studio e ricerca comune», frattura tra il 1° e il 2° ciclo d’istruzione, nonché la «difficoltà a collaborare con i colleghi». Ma per Boscolo e Zuin «il fattore veramente decisivo rimane la formazione iniziale e in servizio».
Uno dei tre obiettivi che gli autori si erano prefissati con la ricerca Scritture a scuola era quello di aprire un dibattito intorno al tema trattato, soprattutto interno al sistema d’istruzione scolastico. È certamente auspicabile un confronto che preveda la partecipazione attiva di tutti gli attori: dirigenti, docenti, alunni, genitori.
Uno scopo non previsto invece della ricerca e che ha meravigliato gli stessi autori è stato il «contribuire all’elaborazione di indicazioni, esempi, strumenti didattici e valutativi», a cui fanno accenno Boscolo e Zuin nella parte conclusiva di Come scrivono gli adolescenti.

Come scrivono gli adolescenti

 

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“L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia” di Davide Vecchi (Chiarelettere, 2014)

13 sabato Dic 2014

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Chiarelettere, Davide Vecchi, Lintoccabile, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

Lintoccabile_Vecchi_piatto

A Ottobre di quest’anno la Chiarelettere ha pubblicato la prima edizione de L’intoccabile di Davide Vecchi, giornalista de «Il Fatto Quotidiano».

Il libro non vuole essere una critica, in esso infatti non si trovano opinioni personali o commenti dell’autore, piuttosto un resoconto, dettagliato e sistematico, delle vicende che hanno portato all’ascesa politica dell’attuale Presidente del Consiglio, gli incontri, i fondi, le amicizie, le nomine, le cariche e anche le sue parole. Non solo e non tanto quelle che espone pubblicamente davanti a un microfono o dietro una telecamera, quanto quelle trascritte dagli inquirenti relative alle intercettazioni, ambientali e telefoniche, sue e di persone a lui molto vicine.

Basta già la lettura della prefazione, firmata da Marco Travaglio, a far capire al lettore l’importanza di un libro come questo. La necessità di raccontare ciò che per ovvie convenienze viene taciuto, per capire i retroscena del ‘palco luccicante della politica’.

«Solo gli ingenui possono pensare che un boy scout di provincia, noto fra gli amici come il ‘Bomba’ per la spiccata attitudine a spararle grosse, possa scalare il potere in un paese come l’Italia con una tale rapidità e facilità, e soprattutto da solo. A spiegare la strepitosa arrampicata non bastano le sue innegabili doti di coraggio, prontezza, velocità, abilità comunicativa e sintonia con la pancia del paese, rimasta a digiuno dopo il ventennio berlusconiano. Il self-made man è roba americana, non italiana. Il nostro italianissimo selfie mad man ha, dietro le spalle, robusti appoggi. La qual cosa non sarebbe affatto uno scandalo se fosse tutto dichiarato e alla luce del sole. Purtroppo non lo è» (dalla prefazione).

Il testo di Vecchi lascia intendere che dietro ci sia stato un grande lavoro di ricerca e indagine, sia documentale che sul campo, per ricostruire e allineare tutti i tasselli della vicenda. La scrittura è molto attenta e curata, l’autore soppesa le parole conscio del fatto che sta raccontando di una ‘bomba a orologeria’ e non desidera certo gli scoppi in mano. Cita sistematicamente le fonti, le date e i nomi, e riporta inoltre tutta la documentazione atta a testimoniare non soltanto le sue parole ma gli accadimenti di cui parlano. L’ultima parte del libro infatti è una carrellata di documenti, interessantissimi da visionare.

L’intento informativo del testo è evidenziato dal fatto che l’autore ha stilato una lista di dieci domande, le cui risposte potevano tornare molto utili per confermare, smentire o spiegare alcuni avvenimenti riportati nel libro, e l’ha fatta pervenire a Matteo Renzi tramite il suo portavoce. Non vi è stata risposta alcuna. Gli interrogativi comunque sono riportati per esteso.

È recentissimo, risale infatti ai primi mesi di questo 2014, lo scandalo dell’attico di via degli Alfani  8 sito a pochi passi da Palazzo Vecchio e abitato da Matteo Renzi dal marzo 2011 «nulla di male, se non fosse che a pagare l’affitto per il primo cittadino è Marco Carrai, all’epoca amministratore delegato della controllata del Comune Firenze Parcheggi». La libertà di stampa come a pari-merito quella di opinione sono indiscutibilmente diritti inviolabili, tuttavia qualche perplessità sorge nel momento in cui ci si è ritrovati a leggere su un quotidiano a tiratura nazionale qual è  «La Stampa» l’opinione in merito di Massimo Gramellini «di tutte le forme di favoritismo questa mi sembra, se non la migliore, per lo meno la più umana».

Invece a noi questo modo di fare informazione sembra tutt’altro che il migliore o il più umano. Ed è anche per questo che è importante leggere libri come L’intoccabile di Davide Vecchi, poi ognuno potrà scegliere in tutta libertà la strada o l’opinione da seguire e fare propria.

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