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Irma Loredana Galgano

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Scuola dell’Infanzia violata da maltrattamenti e abusi. Come fermare tanta rabbia?

22 giovedì Mar 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, paura, RinnovamentoCulturaleItaliano, violenza

Dalla onlus La via dei colori, fondata e presieduta da Ilaria Maggi, avvertono di usare con cautela termini come maltrattamenti e abusi, almeno fin quando non si hanno prove certe di quanto può rivelarsi solo un’apprensione esagerata o un fraintendimento. Esistono dei campanelli d’allarme, sintomi specifici che connotano in maniera pressoché inequivocabile una situazione d’abuso. Questi campanelli però sembra che li ascoltino troppi genitori.

Dal dicembre 2010 al marzo 2017, La via dei colori ha preso in carico circa 95 processi per reati di maltrattamento (572 cp), abuso dei mezzi di correzione (571), abuso sessuale e pedofilia. 95 processi, non segnalazioni o denunce. Sul sito ministeriale si legge che, per quanto riguarda la scuola dell’infanzia, è previsto un numero minimo di 18 e uno massimo di 26 bambini per classe. Considerando una semplice media ponderale di 22 bambini se ne deduce che nei 95 processi seguiti dalla onlus sono coinvolti, a vario titolo, almeno 2090 alunni. La via dei colori non è l’unica associazione che si occupa di questo e i tribunali in Italia sono tantissimi… Si arriva così a cifre spaventosamente alte da indurre immediatamente a chiedersi cosa in concreto è stato fatto per prevenire ulteriori aggressioni e maltrattamenti, denunce e processi.

Sembra impossibile reperire, forse perché non esiste, un dossier, un report ufficiale, un’indagine conoscitiva istituzionale sulla situazione scolastica italiana, o meglio sulle qualifiche degli insegnanti, sulle procedure di valutazione, se ce ne sono, e sui dati relativi ai maltrattamenti e agli abusi ma soprattutto sulle conseguenze a lungo termine. Sulle innocenti vittime certo ma anche su chi le ha generate. Che fine fanno questi insegnanti?

I casi balzati alla cronaca che hanno destato maggiore clamore sono stati sovente accompagnati da spezzoni di video delle riprese effettuate dalle telecamere nascoste posizionate dalle forze dell’ordine. Immagini che colpiscono soprattutto per le urla, tante urla da parte delle o degli insegnanti. I locali di quelle scuole hanno l’isolamento acustico? Difficile a credersi. Come arduo è pensare che nessuno sentisse. Non si denuncia per omertà o perché lo si considera un atteggiamento educativo normale? In entrambi i casi si parla di situazione terrificante inammissibile e inaccettabile.

In un’intervista rilasciata per ilfattoquotidiano.it, la Maggi parla di circa 13 segnalazioni al giorno ricevute al numero verde dell’associazione. Non sempre si tratta di reati già commessi certo ma nel corso della loro attività hanno scoperto di «insegnanti che li tengono legati, che fanno mangiare loro il cibo vomitato e che usano percosse non solo con le mani. Le vessazioni sono all’ordine del giorno».

Più di una volta è capitato che i dirigenti dell’istituto coinvolto hanno provato a giustificarsi adducendo di non sapere, di non essere a conoscenza e di non essersi mai resi conto… scusanti che, in ogni caso, non li esimono dalla responsabilità legale e, soprattutto, morale di quanto accaduto. La legge italiana non ammette ignoranza, neanche noncuranza e mai come in questi casi così deve essere.

Violenze non solo fisiche ma anche psicologiche sono state documentate in diversi asili nido, con «urla sistematiche e cibo spesso raccolto da terra e imboccato a forza erano purtroppo la norma per una ventina di spaventatissimi bambini, troppo piccoli per reagire o solo per parlare con i genitori». Agghiacciante il resoconto che rovigooggi.it fa di quanto accaduto nell’asilo dove l’intero corpo docente, composto da tre maestre, è risultato coinvolto. Violenze fisiche e psicologiche protratte su bambini di età compresa tra uno e tre anni.

Sembra che oltre al danno ci si diverta quasi ad aggiungere anche la beffa allorquando si tenta di giustificare i comportamenti ritenuti “meno gravi” come reminiscenza di una formazione e, conseguentemente, di un’educazione all’antica. Il fatto è che non conta se e quando era in vigore o di uso comune una simile tipologia di educazione, in famiglia o a scuola, il punto è che nel Terzo Millennio è assolutamente inaccettabile anche solo credere di poter giustificare una tal simile mancanza di correttezza e professionalità in educatori ed educatrici che sono, in un certo senso, figure istituzionali perché si occupano, o dovrebbero farlo, dell’educazione di coloro che saranno i cittadini futuro dello Stato, che direttamente o indirettamente, tra l’altro, garantisce loro il posto di lavoro e il salario.

Lavorare a stretto contatto con i minori di anni sei richiede una preparazione e delle conoscenze che non riguardano solo la sfera della didattica, abbracciando invece campi che vanno dalla psicologia alla medicina in senso stretto. Gli operatori de La via dei colori sottolineano l’importanza di conoscere aspetti e caratteristiche del funzionamento del corpo umano anche per evitare di causare danni involontari ma che potrebbero egualmente essere gravi e irreversibili per i piccoli alunni.

Shaken Baby Syndrome, ovvero la ‘sindrome da bambino scosso‘ può essere una terribile conseguenza di un gesto che in pochi sanno o ritengono essere potenzialmente molto pericoloso. Il cervello dei neonati e dei bambini molto piccoli è ancora immaturo e lo scuotimento con brusche accelerazioni e decelerazioni del capo causa o può causare lesioni di tipo meccanico all’encefalo.

Il 21 novembre 2013 La via dei colori ha lanciato, a tal proposito, l’iniziativa #iostoconMattia per sensibilizzare genitori e insegnanti «sulla Shaken Baby Syndrome che ha ucciso il piccolo Mattia» e anche per fare in modo che la triste vicenda di Mattia Pierinelli, per troppo tempo passata in sordina, continui a essere raccontata sia come riscatto che come monito a non sbagliare più.

Negli Stati Uniti 30 bambini ogni 100mila nati l’anno subiscono gravi danni a causa della ‘sindrome da bambino scosso’. In Italia mancano dati ufficiali ma «tutte le strutture ospedaliere più avanzate per la diagnosi precoce del maltrattamento sui bambini ci confermano la necessità di avviare un’ampia azione informativa per la prevenzione». A dirlo è Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes, che ha lanciato la prima campagna di sensibilizzazione su questa sindrome, “Non scuoterlo!”, con uno spot tv e un sito informativo dedicato.

La scusante più frequente al comportamento aggressivo degli insegnati è la diseducazione o mala-educazione dei bambini che assumerebbero atteggiamenti ingestibili, emulati anche dai soggetti più remissivi, generando il caos in classe. Sottolineando che bisogna anche tenere presente le condizioni precarie e oggettivamente difficili nelle quali sono costretti a operare i docenti. E la soluzione che avrebbero trovato è aggredire i bambini? Viene da sé che questo ragionamento, portato avanti da chi vuol difendere l’indifendibile, non convince neanche un po’. Se ci sono dei bambini con deficit comportamentali non è aggredendoli che la situazione migliora. Se ci sono carenze strutturali e di organico sul posto di lavoro non è aggredendo i piccoli ospiti della struttura che si migliorano le cose.

Si dice che la violenza è lo strumento preferito di chi non ha a disposizione altri strumenti. E gli insegnanti di strumenti e metodi dovrebbero averne molti altri e differenti. Soprattutto con i bambini piccoli, piccolissimi e in età da asilo nido.

L’ordinamento giuridico italiano pone tra i diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo il pieno sviluppo della persona umana. L’articolo 13 della Costituzione sancisce che “la libertà personale è inviolabile”. La Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nell’articolo 2 consacra espressamente “il diritto alla vita”. Quando si parla di persona o di uomo bisogna leggere ogni cittadino di qualunque sesso o età anagrafica. Maltrattare verbalmente, psicologicamente e/o fisicamente un bambino è una grave violazione della sua libertà, della sua persona e dei suoi diritti umani.

Nel pieno di un dibattito pubblico e mediatico sulla sicurezza dei bambini dietro le porte chiuse delle aule, la segreteria nazionale della Federazione Italiana Scuole Materne (FISM) diffonde una nota nella quale, pur dichiarando di comprendere le preoccupazioni dei genitori, ritiene che «la richiesta di introdurre negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia sistemi di videosorveglianza allo scopo di prevenire comportamenti di violenza e maltrattamenti sui bambini da un lato non risolverebbe la preoccupazione, dall’altro darebbe origine ad altre questioni di non poco conto». La telecamera «disincentiva, quando non sostituisce, il dialogo, l’ascolto, la relazione indispensabili tra scuola e famiglia». Non sarebbe quindi necessario l’uso di questo strumento per ‘controllare’ «come gli insegnanti impostano e realizzano il lavoro educativo». Molto meglio sarebbe, a parer loro, il confronto, il dialogo, la parola… I genitori «devono essere aiutati a imparare a partecipare alla vita della scuola», perché «devono essere aiutati a imparare a ‘vedere’, leggere, capire, direttamente nei/dai loro figli la presenza di eventuali problemi e non guardare la loro esperienza di vita scolastica attraverso una telecamera».

Il punto è che proprio attraverso la ‘lettura’ del comportamento dei propri figli i tanti genitori che hanno denunciato si sono accorti di quanto in realtà accadeva a scuola. Dopo che era accaduto. Invece di insistere tanto sul voler aiutare i genitori a ‘vedere’ i segnali di pericolo perché non si tenta di studiare un modo per prevenire i danni? Si può anche convenire che l’uso delle telecamere non sia la migliore delle soluzioni ma almeno si focalizzi sulla prevenzione, perché un bimbo maltrattato non è un danno collaterale ma il nocciolo della questione.

Una posizione che ricalca quella del garante della privacy espressosi in merito alla legge 2574 (Prevenzione abusi in asili e case di cura) ma che, forse, la minimizza troppo. Per Antonello Soro infatti non bisogna «inseguire le scorciatoie tecnologiche come esclusiva risposta ai problemi complessi» ma è importante sottolineare come «anche uno solo di questi episodi costituisce motivo di apprensione e di grave allarme sociale». Dovrebbe. Invece si rabbrividisce a leggere la voce pressoché univoca di coloro che operano a vario titolo nel comparto scolastico e che, pressoché all’unisono, definiscono il sistema scolastico nazionale un ambiente “sano” e un’istituzione che funziona “bene”, certo l’esistenza di mele marce, anche alla luce dei processi e delle sentenze giudiziarie, non può essere negata ma di casi isolati vogliono si tratti.

La realtà e l’onestà intellettuale invece vorrebbero che a fronte di maltrattamenti visti, sentiti e taciuti ognuno di questi operatori si passasse una mano sulla coscienza. Perché l’omertà difronte a un reato, anche laddove non è punibile legalmente, lo è per certo moralmente.

«La tecnica non potrà mai sostituire “l’uomo”, nessuna telecamera potrà mai sopperire a carenze insite nella scelta e nella formazione del personale deputato all’educazione e all’assistenza di soggetti particolarmente vulnerabili». Necessario quindi seguire le indicazioni del «disegno di legge approvato» volte a «introdurre sistemi di controlli più articolati ed efficaci che coinvolgano attivamente il personale tutto e, se del caso, le famiglie stesse».

Nel ddl 2574 infatti si parla di accurati metodi di valutazione dei requisiti all’atto dell’assunzione e di successivi e continuati processi formativi e di aggiornamento. Sostegno e ricollocamento per chi risulta non idoneo. Persiste il solito intoppo che dalle modifiche apportate «non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica» che stride notevolmente quando si parla di strutture pubbliche, statali o comunali. Nel testo ci si sofferma poi sull’utilizzo e sui modi di impiego delle telecamere di sorveglianza e sugli oneri finanziari, null’altro su requisiti, formazione e aggiornamento degli operatori.

Il quadro che emerge dall’osservazione di questo grave allarme sociale dipinge i tratti a tinte forti di una formazione (quella degli operatori) che cerca di fare il più possibile quadrato per difendere la categoria e anche il posto di lavoro, che si indispone e assume un atteggiamento ostile per ogni critica o accusa, continuando ad accumulare in questo modo rabbia e frustrazione. Per contro c’è la ressa dei genitori, intimoriti e spaventati, impossibilitati a ottenere garanzie certe e vessati dalla necessità di affidare i propri figli a queste strutture, diversamente non avrebbero a chi affidarli durante quelle ore. Anche in loro questa situazione genera rabbia e frustrazione. Quasi marginale appare la figura di questi piccoli che sembrano non avere voce e non solo perché per molti di loro è prematuro anche il solo saper parlare.

Lo Stress Lavoro Correlato è «la percezione di squilibrio avvertita dal lavoratore quando le richieste del contenuto, dell’organizzazione e dell’ambiente di lavoro, eccedono le capacità individuali per fronteggiare tali richieste», secondo la definizione datane dalla European Agency for Safety and Health at Work (EU-OSHA). Le categorie professionali più interessate dallo Stress Lavoro Correlato sono:
Medici
Infermieri
Poliziotti
Assistenti Sociali
Insegnanti
Autotrasportatori

Lasciando da parte un attimo le professioni sanitarie, immaginiamo che dei poliziotti sfoghino tutto l’eccesso di rabbia accumulata e il senso di frustrazione su vittime, a caso, inermi. Tipo quanto accaduto alla scuola Diaz dopo il G8 di Genova. Oppure che un autotrasportatore dia di matto e sfoghi tutto lo stress accumulato verso ignari automobilisti che, per caso, lo incontrano lungo le strade percorse. Anche i bambini che subiscono maltrattamenti sono vittime casuali. Visionando gli spezzoni di video delle riprese delle camere posizionate dalle forze dell’ordine si può osservare che si tratta, semplicemente, di bambini, con i loro atteggiamenti e le loro peculiarità. Niente di più e niente di meno.

Il voler cercare a tutti i costi di ridimensionare quanto sta accadendo, considerando gli eventi come esempi isolati e non come un grave allarme sociale rischia di ingigantire il problema piuttosto che arginarlo. Poi succede che i genitori, esasperati, cercano di farsi giustizia da soli, cercano la vendetta e per trovarla usano a loro volta la violenza.

Ilaria Maggi de La via dei colori, lei stessa genitore di un bambino maltrattato a scuola, lancia un accorato appello affinché episodi del genere non si verifichino più: «non solo corriamo il rischio di inficiare il processo, che è la giusta sede per punire i maltrattamenti, ma incorriamo nel grave errore di non dare il buon esempio. I nostri bambini hanno già conosciuto la violenza e meritano da noi un esempio diverso». Eguali parole sarebbe stato utile ascoltare o leggere da tutti quegli operatori che si ritengono la parte buona del ben funzionante sistema scolastico nazionale e sarebbe stata già una ottima base di partenza per contrastare il fenomeno. Il persistente tentativo diffuso di minimizzare, di negare, di distrarre oltre a confermare una carenza o una mancanza addirittura di professionalità, non fa altro che alimentare il fuoco della rabbia e della frustrazione, di entrambe le posizioni.


Articolo originale qui


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il futuro della comunicazione sono i video? Nasce a Milano il Festival #videomakeroftheyear

09 venerdì Mar 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Comunicazione, RinnovamentoCulturaleItaliano

Se il futuro della comunicazione sono i video allora ciò implica una grande responsabilità in coloro che li elaborano, ovvero la nuova figura professionale definita videomaker. Persone che, con l’avvento dell’era digitale, hanno condensato in un’unica figura le professioni di regista, cameraman, montatore, produttore e autore.

Una responsabilità enorme se si pensa che la maggiore diffusione i video la trovano nelle piattaforme online che premiano le visualizzazioni e non i contenuti, con il rischio elevato di far diventare virali produzioni trash, kitch, di cattivo gusto o gossip. Responsabilità degli utenti che li visualizzano certo ma anche di chi li produce con lo scopo precipuo di diffonderli.

Anche per questo motivo ben vengano iniziative volte a regolamentare le produzioni video e a premiare i meritevoli, in senso buono. Ovvero le produzioni di qualità.

Nasce a Milano #videomakeroftheyear il primo Festival dei videomaker e della comunicazione, che avrà luogo il 14 e il 15 marzo 2018 in diverse sale messe a disposizione dalla Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM). L’intero progetto nasce da un’idea del suo direttore, Marco Bertani, e sarà un’occasione per visionare i tanti video iscritti al concorso (500), premiare i più meritevoli, parlare della professione del videomaker, del filmmaker e dei video come strumento di comunicazione. Una parte dell’evento sarà dedicata alle opportunità di sviluppo del lavoro legato a videomaking e comunicazione, con incontri dedicati anche ad avvicinare differenti figure professionali del settore per discutere su idee e progetti, convergenze e possibilità (Meet Your Director).

Sono 15 le categorie video da premiare:

  • Cortometraggio
  • Lungometraggio
  • Documentario
  • Wedding
  • Spot
  • Virale/Fake
  • Travel/Reportage
  • Music/Videoclip
  • Sport
  • Action
  • Recensione
  • Vblog
  • Web serie
  • Istituzionale/Fashion/Training
  • Graphic/Animated

Cui si aggiungeranno 3 premi speciali offerti dalla rivista Tutto Digitale, per la miglior regia, miglior montaggio e miglior fotografia.

La giuria tecnica di 10 esperti sarà affiancata da 3 membri scelti tra videomaker professionisti e 3 semi-professionisti. Numerosi gli ospiti che interverranno durante gli speech, i workshop e le cerimonie di apertura e chiusura. Il Festival è aperto a tutti i talenti: il professionista, il semi-professionista, l’amatore e lo youtuber. I video inviati provengono da videomaker di ogni parte del mondo. Cosa che ha meravigliato gli stessi organizzatori. Ma, in fondo, questo è proprio uno degli aspetti peculiari della Rete e dell’era digitale.

Il Festival rientra tra le iniziative in programma per la Milano Digital Week (15-18 marzo), di cui è anche partner.

Tutte le info su www.videomakeroftheyear.com

C’è molta attesa ora per la visione dei video in concorso e per la premiazione, nella speranza che il Festival serva a lanciare un grande messaggio di qualità e professionalità, anche amatoriale, perché se è vero che i video sono il futuro della comunicazione lo è anche il fatto che rivestiranno sempre maggiore importanza nella diffusione della cultura, campo al quale il trash e il kitch non dovrebbero mai appartenere.


Source: Si ringraziano il direttore Marco Bertani e Ferdinando de Martino dell’Ufficio Stampa del Festival videomakeroftheyear per la disponibilità e il materiale


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Quando una poltrona in Parlamento conta più della dignità dei cittadini. Campagna elettorale e diritti fondamentali nell’Italia del Terzo Millennio

02 venerdì Mar 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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articolo, Diritti, DirittiFondamentali, DirittiUmani, Elezioni, RinnovamentoCulturaleItaliano

 

A ridosso della conclusione dell’ennesima campagna elettorale basata, per la gran parte, su promesse, vere-false buone intenzioni, veri-falsi buoni propositi, allarmismi vari e dominata dall’intramontabile retorica della propaganda, ci è sembrato doveroso analizzare e puntare i riflettori su un aspetto pressoché dimenticato da tutti, o quasi, i candidati alle imminenti parlamentarie: i diritti dei cittadini italiani.

Su una pubblica affissione si legge: “Incontro con gli elettori”. Si riduce a questo l’importanza dei cittadini per i politici alla ricerca disperata della poltrona o di un incarico? Ascoltare, o fingere di farlo, le lamentele, i disagi, i problemi, e promettere il cambiamento inevitabile ma successivo e conseguente le elezioni, o meglio l’elezione del diretto interessato.

Una ricerca dell’Espresso ha calcolato che, nelle liste presentate per le elezioni 2018, sono presenti tantissimi politici oltre il terzo mandato. Significa che sono persone entrate in parlamento da quasi o oltre venti anni.

Persone che della politica ne hanno fanno un mestiere certo ma che, soprattutto, non vedono alternativa al rimanere dentro le istituzioni. Sembra quasi lo considerino un loro diritto. Non è così. Il loro è un dovere invece. Hanno il dovere di servire lo Stato e il popolo italiano. Sono in tanti, tantissimi che dovrebbero farlo eppure i diritti dei cittadini italiani sono continuamente e ripetutamente calpestati. E sarebbe il momento di dire basta, indipendentemente dalle elezioni e dal loro esito.

Stando ai dati riportati nel report Rule of Law Index 2017-2018 di World Justice Project, l’Italia si attesta in 31° posizione, tra Barbados e Emirati Arabi.

Gli indicatori utilizzati sono:

Restrizioni del potere governativo
Livelli di corruzione
Amministrazione aperta (open government)
Diritti fondamentali
Ordine e Sicurezza
Rispetto e Controllo dei Provvedimenti
Giustizia (Civile e Penale)

A onor del vero va detto che, rispetto al precedente studio, l’Italia guadagna 4 posizioni ma viaggia ancora su un binario lento e accidentato rispetto alla nazione europea top performer, ovvero la Danimarca.
Naturale a questo punto chiedersi cosa manca davvero all’Italia e agli italiani rispetto alla Danimarca certo ma anche agli altri 29 Paesi che la precedono.

Dal precedente report del 2016, gli indicatori maggiormente peggiorati a livello globale riguardano l’area dei diritti umani, il controllo del potere governativo, la giustizia. In Italia gli indicatori evidenziati in negativo riguardano principalmente la corruzione, l’ordine e la sicurezza (della persona e della proprietà), la giustizia civile.

Anche una semplice ricerca online basta per mettere in risalto l’innumerevole quantità di organismi, enti e associazioni presenti in Italia sorti allo scopo di tutelare il cittadino, il consumatore, lo studente, il docente, il lavoratore, il pensionato, il diversamente abile, il lavoratore autonomo, l’imprenditore, l’orientamento religioso, l’orientamento sessuale, e via discorrendo. Ma per questo non ci sarebbero già le Istituzioni e lo Stato? Domanda ovviamente retorica.
Se un cittadino necessita dell’intervento di una terza parte per tutelare i propri interessi, o meglio i propri diritti, e farli valere anche nei confronti del medesimo stato di cui fa parte allora viene da sé che in questo “stato” molti conti non tornano.

Leggendo i dati pubblicati nel Rapporto sullo stato dei diritti in Italia dell’Associazione per le libertà A buon diritto, il quadro negativo viene confermato in toto. Scrive Luigi Manconi nella prefazione allo studio: «La tutela e l’effettività dei diritti umani non è questione esotica che riguardi solo lande lontane, popoli oppressi e regimi totalitari. Al contrario, è problema che ci riguarda direttamente. Ed è bene, di conseguenza, partire da noi, prima di andare in giro per il mondo a predicare, di quei diritti, il valore e l’urgenza». Come dargli torto.
La premessa fondante del progetto da cui ha avuto origine il rapporto è «una visione unitaria del sistema dei diritti e una concezione piena della persona umana che ne è titolare». Del resto se non si rispetta la persona come si può anche lontanamente pensare ne saranno tutelati gli averi e relativi diritti? La Storia passata e presente ci insegna che «non c’è libertà, non c’è eguaglianza, non c’è reciprocità senza il riconoscimento della dignità di ciascun essere umano in relazione con i suoi simili».

A settembre 2016 il ministro Poletti annuncia un incremento del Fondo per la non autosufficienza di 50milioni di euro. A febbraio 2017, in sede di Conferenza Stato-Regioni, l’aumento viene annullato. La associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità protestano. L’aumento viene reintegrato ma senza specificare tempi e modalità. «La vicenda del Fondo per le non autosufficienze è indicativa della situazione di incertezza e precarietà che accompagna la vita delle persone con disabilità nel nostro paese». Incertezza e precarietà che accompagnano la vita di tutti i cittadini ma che, certo, nel caso di disabili e malati, diventa un boccone ancor più amaro e disgustoso da ingoiare.

Dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili «non sembra esserci più nessuno in Italia che non sia stato invitato almeno una volta al matrimonio di due amici o di due amiche». Nell’immaginario collettivo infatti le unioni civili sono equiparate al matrimonio, ma «ciò non è pienamente vero». A cominciare dal «diritto ai figli», sia quelli già esistenti che quelli da concepire e mettere al mondo. Per giungere su un terreno «sul quale l’inezia della politica e del legislatore si fa pesantemente sentire ed è quella degli atti di omofobia».

Molteplici sono gli esempi che si potrebbero addurre per elencare le violazioni della libertà di espressione e di informazione. Troppe le intimidazioni fisiche e verbali ai danni di cronisti. Innumerevoli i casi in cui la libertà di stampa è pregiudicata da pressioni politiche sociali criminali.

La percentuale di laureati in Italia è tra le più basse in Europa. La spesa pubblica destinata all’istruzione è stata via via sempre più ridimensionata. La condizione contrattuale e lavorativa del corpo docente, la condizione di precarietà lavorativa per un significativo numero di insegnanti, lo stato disastroso in cui versano molte scuole pubbliche determinano una situazione di innegabile violazione del diritto allo studio e all’istruzione pubblica per i giovani e di sfavorevoli condizioni di lavoro per gli insegnanti.

Un sistema sanitario nazionale che, di fatto, si compone di «21 sistemi (19 Regioni e le Province di Trento e Bolzano), ognuno dei quali è strutturato in modo autonomo» non può garantire eguaglianza nelle prestazioni mediche e sanitarie e quindi se regna la disparità è presente una grave violazione dei diritti dei cittadini. Anche se sono stati rinnovati i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) da garantire su tutto il territorio, in concreto permangono forti squilibri su base territoriale nell’erogazione dei servizi, sull’importo dei ticket e sui tempi d’attesa. Inoltre va ricordato che i LEA sono gli “essenziali” appunto, ovvero la punta dell’iceberg dei servizi di cui i cittadini possono aver bisogno e a cui hanno diritto.

Sulle garanzie di lavoro e di reddito è quasi pleonastico sottolineare quanto la situazione italiana sia «ben lontana dal poter essere considerata positivamente». Lo stesso può dirsi di protezione dell’ambiente e vita buona.

Nel 1998 Grecia e Germania hanno istituito rispettivamente la Commissione per i Diritti Umani e la figura di un Commissario per i diritti umani e gli aiuti umanitari. Nel 2001 lo ha fatto l’Irlanda. Nel 2007 Francia e Regno Unito. E l’Italia? Non risulta esserci nulla del genere. Perché?
Un impegno che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite chiede agli Stati firmatari dal 1993 e che in Italia vede il progetto di legge per realizzarlo fermo in Parlamento dal 2002.

Sul sito del Festival dei Diritti Umani a tal riguardo si legge una dichiarazione del luglio 2015 dell’allora ministro Paolo Gentiloni: «È importante che nasca con una fortissima caratteristica di indipendenza un’agenzia per la salvaguardia dei diritti umani, serve anche a noi che stiamo al governo». “È importante che nasca” e “serve anche a noi che stiamo al governo”. Già.

I principi fondamentali della Costituzione sono straordinari, nella teoria del pensiero e della ideologia che li ha generati ma diventano quasi improponibili volgendo lo sguardo al mondo reale concreto nel quale sono costretti a districarsi i cittadini di ieri come di oggi. Una realtà nella quale ogni diritto è una conquista ottenuta con la strenua forza di volontà, con la “lotta” non armata di cortei e manifestazioni, referendum e quant’altro dovrebbe servire a far ottenere e preservare i diritti di tutti i cittadini e di ognuno di essi.

Le campagne elettorali strutturate secondo la logica della promessa e della chiacchiera andrebbero abolite, vietate per coloro che sono politici uscenti, che essendo già stati in carica devono produrre prove concrete del lavoro svolto durante il mandato. Non promesse ma rendicontazioni perché l’ad e il consiglio di amministrazione di un’azienda che incassano corposi cedolini azionari e assegni sostanziosi mentre i dipendenti della medesima società temono il licenziamento o sono alla bancarotta non sono di certo dei buoni amministratori. Lo stesso deve valere per gli amministratori pubblici che hanno per certo incassato tutti i loro stipendi e benefit per l’intero periodo trascorso nelle istituzioni e oltre e devono dimostrare, quantomeno, di aver meritato quel denaro per il lavoro svolto e i risultati ottenuti. Le promesse non servono e le scuse non bastano, contano solo i fatti e i dati, reali, tangibili e documentati.

Determinante quindi, per i cittadini, l’abbandono del voto di scambio, di quello per cortesia, per abitudine, per illusione… necessario invece il voto ragionato per cambiare davvero un Paese, per costringere la sua classe dirigente a fare bene il proprio lavoro.
Albert Einstein definiva la follia come l’ostinazione nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso. I cittadini italiani devono smetterla di aspettare che le cose cambino rimanendo inermi ad aspettare, devono fare in modo di essere loro stessi il cambiamento che vogliono vedere, come auspicava Martin Luther King. A cominciare dal voto per le prossime elezioni parlamentarie. Un voto ragionato.


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“Rituali si resistenza. Teds, Mods, Skinheads e Rastafariani. Subculture giovanili nella Gran Bretagna del dopoguerra” di Stuart Hall e Tony Jefferson, curatore Luca Benvenga (Novalogos, 2017)

25 domenica Feb 2018

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insicurezza, Novalogos, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, Ritualidiresistenza, saggio, StuartHall, TonyJefferson

Uscito in prima edizione a ottobre 2017 con la casa editrice Novalogos, curato da Luca Benvenga e tradotto dall’originale in lingua inglese da Luigi Cocciolo e Angela Giorgino, Rituali di resistenza (titolo originale: Resistance Through Rituals: Youth Subcultures in Post-War Britain) si presenta come una lettura surreale. Risulta infatti molto difficile per il lettore metabolizzare l’idea che uno studio sociale così articolato, compiuto dal centro di studi culturali (Centre for Contemporary Cultural Studies) che Stuart Hall ha personalmente diretto dal 1968 al 1979, sia giunto in Italia solo nell’anno 2017. Addirittura in un Millennio differente da quello in cui ha avuto luogo.

Va chiarito subito comunque che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ovvero che si tratti ormai di una ricerca “datata” e per questo meno valida e attendibile, lo studio rimane interamente valido e interessante. Oltretutto, come ricordato anche nella prefazione curata da Davide Borrelli, «fare sociologia guardando al contributo degli Studi culturali significa, quindi, guadagnare una chance in più per mettersi al riparo contro l’ovvietà e l’immediatezza del senso comune», perché non sempre il buon senso produce «senso “buono”, cioè fornisce un resoconto adeguato dei regimi di verità, delle relazioni di potere, delle pratiche sociali, delle strutture di sensibilità, e delle forme di soggettività che caratterizzano un certo contesto culturale».

Un lavoro importante quello portato avanti da Hall e Jefferson, un «esercizio sistematico di “decodifica oppositiva” rispetto alle pratiche e ai codici delle forme culturali dominanti», uno studio orientato alla «esplorazione delle nuove aggregazioni di giovani che hanno squarciato la società inglese» negli anni successivi l’ultimo conflitto bellico. Sub-culture giovanili che vivevano un mondo diverso da quello attuale ma anche da quello precedente i conflitti bellici mondiali, gruppi di aggregazione che volevano mostrare il loro essere. L’ascesa dei “giovani” come nuovo soggetto nella Gran Bretagna del dopoguerra è una delle «manifestazioni più impressionanti, e tangibili, di mutamento sociale in quel periodo».

La “cultura dominante” rappresenta se stessa come «l’unica forma di cultura» e, in quanto tale, cerca di definire e contenere «entro il suo raggio inclusivo tutte le altre» che nascono come sub-culture spesso di opposizione e contrasto ma è necessario ricordare che sempre di essa, in un certo qual modo, ne sono espressione. Le sub-culture devono «esplicitare una forma e una struttura eterogenea rispetto alla cultura “madre” per esserne riconoscibili» ma, di contro, in quanto sottoinsiemi, è indispensabile la presenza di «caratteri essenziali che le ricolleghino e innestino nella cultura più ampia».

I membri di una sub-cultura possono «camminare, pensare, agire e apparire diversamente rispetto ai genitori e al resto dei coetanei», ma essi appartengono a quelle stesse famiglie, frequentano le stesse scuole, svolgono più o meno gli stessi lavori, e abitano le stesse «squallide strade». Cultura dominante e sub-culture sopraggiunte con la nuova condizione di benessere, di «crescente interesse attribuito al mercato, al mercato e all’incremento dell’industria del tempo libero» che aveva nei giovani i principali destinatari. Molto prevedibile quindi che la «predisposizione dei giovani al consumo» non fosse altro che «l’inizio di una sostanziale base economica di una cultura giovanile unica, indipendente e autoprodotta».

Alcuni aspetti della nuova cultura giovanile erano visti come «caratterizzanti degli effetti peggiori della nuova cultura di massa», ovvero la «tendenza a ridurre l’impulso ad agire e la resistenza della classe operaia». Mentre gli studi culturali di Stuart Hall e Tony Jefferson «focalizzarono stili, simboli e vita quotidiana», ovvero tutte quelle «visioni soggettive dei giovani proletari (e non)», nella «nuova sinistra italiana invece tutto questo fu ignorato e apertamente attaccato dalle impostazioni “oggettivistiche” dell’operaismo».

Le sub-culture britanniche hanno influenzato gran parte del mondo, specie nell’area occidentale, eppure «è singolare notare l’isolamento in cui si muovono queste ricerche». L’indifferenza verso una politica culturale espansiva ha «favorito la radicalità dei movimenti, il loro relativo successo e la catastrofe finale».

Un saggio fuor di dubbio interessante, quello di Stuart Hall e Tony Jefferson sui Rituali di resistenza che sono al contempo presagio e conseguenza dei cambiamenti. Uno studio che merita senz’altro di essere conosciuto e diffuso, per le analisi intrinseche come per quelle ad esso correlate. Una lettura che a tratti può apparire impegnativa ma che, alla fine, risulta soddisfacente nella sua totalità e istruttiva nella sua complessità.

Stuart Hall: (1932-2014), sociologo e teorico della cultura, cofondatore della New Left Review nel 1960. Direttore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1968 al 1979, è stato docente di sociologia alla Open University.

Tony Jefferson: criminologo, collaboratore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1972 al 1979, direttore del Dipartimento di Criminologia e professore emerito alla Keele University.

Luca Benvenga: sociologo, si occupa di linguaggi corporali e comunicazionali delle culture giovanili metropolitane, sulle quali ha scritto articoli in riviste e monografie.


Articolo originale qui


Source: Fonte vignetta raffigurante alcuni idealtipi subculturali e immagine: www.sociologicamente.it


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Università: corsi, titoli, tanto studio ma quanto lavoro? Dati occupazionali a confronto e riflessioni sulla formazione accademica in Italia

25 domenica Feb 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Il 25 gennaio 2018 viene pubblicata una news sul blog informativo del Miur presentata come una “buona notizia” per le studentesse che intendono frequentare l’università e in particolare per coloro che scelgono corsi accademici con indirizzo scientifico.
Con un Decreto a firma della ministra Fedeli vengono stanziati 64,2milioni di euro per le università pubbliche, da utilizzarsi nella misura di 59,2milioni per il Fondo giovani e 5milioni per i Piani per l’orientamento, e 2,6milioni di euro per le università non statali. 3milioni di euro sono destinati a essere un incentivo per l’iscrizione a corsi scientifici da parte delle studentesse. Le università potrebbero prevedere per questo l’esonero totale o parziale delle tasse, contributi aggiuntivi o varie forme di sostegno. Una misura resasi necessaria in virtù del fatto che questi percorsi accademici sono «scelti, in media, da solo tre studentesse su dieci». Vengono anche suggeriti dei possibili profili, come «data scientist, esperto di Big Data, analista degli investimenti o come ingegnere».

Dando uno sguardo anche sommario alla classifica stilata dal social Linkedin, il cui scopo dichiarato è far entrare in contatto le aziende con chi cerca lavoro, si riesce a ipotizzare almeno una motivazione per cui il ministro spinga verso l’iscrizione a questi precisi corsi accademici e non altri.
I mestieri più ambiti, con uno stipendio più alto e una maggiore offerta di impiego sono, o sarebbero:

Medico
Ingegnere
Ingegnere informatico
Product manager
Analista finanziario
Data (Big Data)

Si parla naturalmente di chi entra o cerca di entrare nel mercato del lavoro, altrimenti sono ben altri i lavori con retribuzioni da capogiro e via discorrendo… ma questo è un altro discorso.
Il Rapporto 2017 del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, XIX Indagine Condizione occupazionale dei Laureati, redatto con il sostegno dello stesso Miur, offre numerosi spunti di riflessione e analisi anche riguardo i suggerimenti della ministra Fedeli.

Il gruppo disciplinare scelto come percorso di studi ha una notevole incidenza per le chance occupazionali. Le professioni sanitarie e di ingegneria risultano più favorite, i gruppi disciplinari psicologico e geo-biologico i meno favoriti. Confermate le tradizionali differenze di genere, quelle su cui cerca di incidere la ministra, e soprattutto territoriali. Si riescono a collocare meglio gli uomini e quanti risiedono nei medesimi luoghi di studio, preferibilmente al Nord Italia. I neo-laureati provenienti da famiglie nelle quali almeno un genitore è laureato registrano una minore occupazione a un anno dal conseguimento del titolo. Il voto conta, ma di certo è più determinante la velocità, il rispetto dei tempi previsti dal corso di studi e quindi il proporsi nel mercato del lavoro in età giovane. Le esperienze di lavoro, le competenze informatiche, i tirocini e gli stage, come pure le esperienze di studio all’estero contribuiscono ad aumentare le probabilità di lavorare entro un anno dalla laurea.

Per il 51% dei laureati triennali e il 48% dei magistrali biennali il titolo risulta “molto efficace o efficace” ai fini dell’assunzione. Valori ancora in calo rispetto al 2008 ma confermati se confrontati con «l’utilizzo, nel lavoro svolto, delle competenze acquisite all’università e la richiesta, formale o sostanziale, della laurea per l’esercizio della propria attività lavorativa».
I dati di AlmaLaurea migliorano ancora se si considera l’occupazione a cinque anni e la percezione dell’efficacia del titolo, ma chi osserva questi grafici rimane un tantino perplesso in virtù anche delle considerazioni e delle conclusioni cui giungono i rapporti internazionali su preparazione universitaria e occupazione.

The Sodexo International University Lifestyle Survey 2017, intervistando oltre 4000 studenti cerca di capire qual è il loro livello di soddisfazione. Le percentuali delle risposte date dagli universitari italiani definisce un quadro un po’ meno roseo di quello abbozzato da AlmaLaurea.
Il 43% degli intervistati si dichiara insoddisfatto circa le scarse possibilità di trovare un’occupazione dopo la laurea. Questi studenti lamentano anche un eccessivo carico di lavoro (51%) e un disequilibrio nel tempo da dedicare a studio, socializzazione e lavoro (44%). Ci si chiede allora se gli studenti universitari abbiano delle ambizioni eccessive, fretta nel realizzarle, stanchezza cronica nell’essere ancora degli studenti oppure se i dati occupazionali a un anno o cinque anni dalla laurea necessitino di un’analisi più dettagliata.

I dati prodotti dal Rapporto di AlmaLaurea si basano su rilevazioni Istat, presumibilmente quindi con esse dovrebbero convergere anche prendendo in considerazione altri parametri.
L’Italia del Sud e del Centro si colloca in posizioni molto inferiori alla media degli altri Paesi dell’Europa a 28 e delle aree settentrionali dello stivale. Per intenderci, i livelli medi occupazionali dell’Italia si trovano esattamente tra Spagna, Croazia e Grecia. Questa volta la fonte dei dati riportata dall’Istat è Eurostat.

Salta subito all’occhio l’elevata incidenza dell’aumento dell’occupazione a termine per i dipendenti, la stima Istat a novembre 2017 calcolava in +14mila lavoratori permanenti e ben +54mila lavoratori a termine. Un dato che diventa ancor più significativo se si prende in considerazione il trimestre settembre-novembre, dove l’occupazione è cresciuta esclusivamente tra i dipendenti a termine (+101mila). Ed ecco allora che ci si ritrova a pensare ai numeri, ma soprattutto alle persone che stanno dietro a questi valori e li vanno realmente a comporre. Gli occupati a termine del trimestre settembre-novembre non è detto che saranno i medesimi del trimestre, per esempio, gennaio-marzo. In questo modo i tassi di occupazione potrebbero anche restare stabili o magari salire ma le persone veramente occupate non è detto che siano sempre le stesse. Lavorare per un trimestre o un semestre e rimanere inattivo magari per il resto dell’anno o anche più come si configura nelle classifiche occupazionali?

Il calo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 49 anni «amplifica in particolare la diminuzione della disoccupazione nella classe 35-49 anni», mentre la crescita della popolazione di ultracinquantenni «amplifica l’aumento della disoccupazione in questa classe di età». Sorge il dubbio a questo punto sulla veridicità degli slogan che parlano di “aumento di posti di lavoro”, quando in realtà a concretizzarsi è solamente una diminuzione nel numero della forza lavoro.

Rimanendo sulle esigenze e sui doveri della classe di età più giovane, ovvero quella compresa tra i 15 e i 24 anni, numerosi sono i problemi da dover affrontare nella scelta prima e nell’impiego poi dei titoli scolastici conseguiti. Anche in virtù del fatto che poi in tanti si ritrovano a dover cercare e a svolgere mansioni differenti dalle quali, in teoria, si erano preparati durante gli anni della formazione scolastica, è bene ricordare che la scelta dell’indirizzo di studi viene compiuta troppo spesso usando il parametro dell’esclusione o il metro dell’onere, di studio ed economico. Anche per questo, presumibilmente, la ministra Fedeli ha scelto di impiegare 5milioni di euro per i Piani per l’orientamento.

Stando ai dati diffusi dal Rapporto Economico sull’Italia 2017 dell’OCSE, la situazione occupazionale nel nostro Paese non è buona «perché non c’è incontro tra domanda e offerta di lavoro». Ci sono relativamente pochi laureati nelle materie che interessano le aziende o le istituzioni e, contemporaneamente, continuano a ingrossarsi le fila tra i laureati il cui titolo conduce a lavori che hanno un mercato già oltremodo saturo. Il che è ulteriormente paradossale se si considera che l’Italia ha un numero di laureati (in percentuale 18%) che è molto inferiore alla media europea (in percentuale del 37%).
Cosa chiede il mercato del lavoro lo abbiamo visto, interessante a questo punto scorrere l’elenco delle facoltà che hanno più iscritti e più laureati:

Lettere
Scienze politiche
Economia
Formazione artistica

Un deciso aumento si è riscontrato negli iscritti alla facoltà di ingegneria, mentre in netto calo le iscrizioni a medicina e chirurgia. A scoraggiare e fare da imbuto per certo i test di ammissione. Meglio allora ripiegare su qualcosa di più “accessibile”. Con la pecca però che poi gli studenti italiani continuano a essere meno preparati, rispetto ai coetanei stranieri, in materie scientifiche, in formazione linguistica e anche in tecnologia. Poco competitivi quindi sul mercato del lavoro italiano e ancora peggio su quello internazionale.

La formazione è una sfida e, come per tutte le sfide, se si preferiscono le scorciatoie si arriverà forse prima al traguardo ma per certo si sarà impreparati ad affrontarlo e superarlo. Non bisogna lasciarsi abbindolare da facili promesse. Bisogna metterci il massimo impegno e pretendere che i propri diritti, come quello all’istruzione, vengano rispettati. È doveroso chiedere, urlare, pretendere l’adeguamento della formazione scolastica a tutti i livelli e non lasciarsi facilmente abbindolare o tentare da entrate immediate, legate a lavori saltuari e temporanei perché, inutile illudersi, se non si maturano le competenze necessarie, con estrema difficoltà si riuscirà poi a inserirsi adeguatamente nel mercato del lavoro. A meno che non si scelga la via biasimevole della “raccomandazione”. La peggiore delle scorciatoie, perché non creerà mai una forza lavoro all’altezza della concorrenza, nazionale e soprattutto internazionale, ma continuerà a generare solamente degli schiavi, sottomessi all’avidità senza scrupoli di classi dirigenti e malavitosi che si nutrono, come vere e proprie sanguisughe, di cittadini ignoranti, inermi e passivi.


Articolo originale qui


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La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri 

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017)


 

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“Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017)

31 mercoledì Gen 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Denunciare i danni del lavoro precario, in una società strutturata secondo la regola che il valore di ogni cosa è commisurato al suo costo, è assolutamente doveroso e bene ha fatto l’autrice a sottolineare che non si deve in alcun modo «soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce». Bisogna smetterla di enumerare i suicidi per precariato o fallimento come un elenco di casi individuali. È necessario urlare e mobilitarsi contro le classi dirigenti e politiche che promettono, illudono, arraffano e affamano. Ribellarsi alla cultura mafiosa e omertosa che nel lavoro prolifera più che altrove. Inchiodare alle proprie responsabilità generazioni intere di italiani che hanno preferito il compromesso, turandosi il naso prima al seggio elettorale e poi accettando leggi e provvedimenti che hanno generato condizioni di lavoro da vero e proprio sfruttamento.

Pubblicato con la casa editrice Laterza, Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana è un testo molto ben scritto e articolato che analizza vari aspetti del fenomeno e da varie angolazioni, senza mai perdere di vista l’obiettivo, ovvero il racconto e la denuncia. Punti di partenza fondamentali affinché si metta in essere la “rivoluzione” del cambiamento, quello voluto dal popolo e non da esso subito.

È vero quanto dice l’autrice, che l’unità di classe della popolazione è stata costantemente attaccata proprio allo scopo di fare breccia e dividere. Ma lo è anche il fatto che ciò è stato possibile perché glielo si è lasciato fare. Andrebbe comunque ridimensionato l’aspetto di socializzazione del lavoro, e anche della scuola. Si può e si deve avere una vita anche fuori da questi luoghi che hanno, o dovrebbero avere, come scopo principale lo svolgimento della propria attività professionale e di formazione. L’essere umano è molto altro, il lavoro è solo una parte, una necessità generata dal bisogno di possedere un reddito, una retribuzione. Ottimo quando la Fana ricorda che dovrebbero lavorare tutti e di meno. È esattamente ciò che serve. Basta straordinari non pagati o sottopagati, basta collaborati “volontari” … lavorare tutti e meno.


LEGGI ANCHE – Primo Maggio: Festa dei lavoratori o del lavoro? 


Doveroso aprire una parentesi sul reale ruolo svolto dai sindacati, più volte citati dall’autrice, nati per essere e farsi portavoce delle richieste dei lavoratori e garanti dei loro diritti e diventati, con il tempo e con i pubblici finanziamenti, sempre più dei semplici delegati, valvola di sfogo, mediatori, pacificatori tra le parti, zona cuscinetto tra l’avidità della ricchezza e lo sfruttamento della forza lavoro.


«Una triste storia di sfruttamento che ha coinvolto circa 18.500 lavoratori e che vede la firma dei tre maggiori sindacati italiani Cgil, Cisl e Uil.»


Un esempio tra i tanti, troppi che si potrebbero elencare, il reclutamento di giovani sponsorizzato con lo slogan a effetto “Essere volontario in Expo Milano 2015”.

Un libro interessante, necessario, doveroso Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana, pubblicato nell’epoca che si definisce della digitalizzazione, e si ritiene evoluta rispetto a quelle oramai “arcaiche” industriale, agricola, capitalista. Una società che però sembra mantenere intatte moltissime forme e logiche di sfruttamento usate anche in passato. Solo che viene dato loro un nome diverso, preferibilmente preso in prestito dalla terminologia inglese. Così tutto diventa più cool, glam, fashion, trendy… Appunto. E così la precarizzazione del lavoro diventa jobs act, il lavoro a chiamata diventa voucher, il lavoro a cottimo diviene free lance. Ma la sostanza resta immutata, o peggiora. Purtroppo. E quando si ha necessità ulteriore di “ottimizzare” i costi per il personale entra in gioco la vera essenza dell’alternanza scuola-lavoro.

Straordinaria la lettera indirizzata al ministro Poletti, apparsa sul portale online dell’Espresso il 20 dicembre 2016 e riproposta anche nel testo, dettata forse, più che dal sentimento o dall’impulsività, dal tentativo di arginare con l’azione i conati di vomito che si riaffacciano a ogni decreto, legge o dichiarazione pubblica, ufficiale o ufficiosa, che corrisponde, in realtà, alla manifestazione di un potere immeritato, immotivato e malgestito da parte di intere classi politiche e dirigenti.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa degli Editori Laterza per la disponibilità e il materiale


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Guerra alle fake news o retorica e propaganda?

29 mercoledì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli

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Con la pubblicazione dell’articolo sul New York Times si ravviva il dibattito sulle fake news e sul loro possibile condizionamento della campagna elettorale e dell’opinione pubblica. A essere nuovamente chiamati in causa sono i social network, più volte indicati come facile veicolo di diffusione dei fake.

Nell’articolo a firma di Sheera Frenkel viene citato anche il segretario dem Matteo Renzi e il suo accorato appello ai social appunto, in particolare Facebook, affinché si possa avere una campagna elettorale pulita.

«We ask the social networks, and especially Facebook, to help us have a clean electoral campaign. The quality of the democracy in Italy today depends on a response to these issues».

Beh, se la qualità della democrazia in Italia dipende da questo allora sono molti gli interrogativi che dovremmo porci. Perché l’ex capo del governo, che è stato fra i più assidui politici a utilizzare i social network per comunicare con i cittadini, improvvisamente vi si scaglia contro? Cosa va considerato fake news e soprattutto a chi spetta il compito di deciderlo?

Renzi e il suo partito dal palco della Leopolda hanno lanciato accuse molto pesanti contro l’opposizione. Accuse che non sembrano trovare grande riscontro nei dati, neanche in quelli di Adsense Google. E se così fosse, non sarebbe anche questa una fake news?

È chiaro quindi che il problema non sono “i social network, soprattutto Facebook”, non sono soltanto i social il problema. Le fake news possono diffondersi attraverso qualsiasi mezzo di informazione e anche nelle piazze, ai comizi, agli incontri, per le strade… La soluzione va cercata in tutt’altro modo rispetto a quello proposto da Matteo Renzi, dal Partito democratico e anche dal governo.

Assegnato alle commissioni riunite 1° Affari Costituzionali e 2° Giustizia il 28 febbraio 2017, il disegno di legge Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica parte da un presupposto ingannevole e a tratti offensivo: siccome le persone non sono e non possono essere in grado di comprendere e di distinguere una notizia vera da un fake allora bisogna intervenire preventivamente per evitare “la manipolazione dell’informazione online” e “garantire la trasparenza sul web”.

Lecito a questo punto chiedersi a chi spetta il compito di selezionare “preventivamente” le notizie che possono poi trovare diffusione online e su quali principi e in base a quali competenze specifiche lo debba fare.

Nel testo si legge che, avendo il web mostrato i suoi ‘pericoli’, si rende necessaria «una netiquette per il rispetto degli utenti». Poco oltre però si legge: «le notizie false, o fake news o bufale, ci sono sempre state, ma non sono mai circolate alla velocità di oggi. Per questo non è più rinviabile un dibattito serio in questo senso». Il pericolo quindi sarebbe insito nella velocità di circolazione delle bufale e non solo o non tanto nella loro esistenza, che è più antica del web.

Le notizie false, le opinioni che rischiano di essere scambiate per fatti e non per pareri ci sono sempre stati ma internet ne ha velocizzato la diffusione e quindi questo è il momento di agire. Bene. Ma come si intende procedere?

«Usare gli strumenti già a disposizione nel nostro ordinamento giuridico spostando l’attenzione dal reale al virtuale perché gli attori sono sempre gli stessi». Esistono quindi già gli strumenti nel nostro ordinamento giuridico atti a evitare il diffondersi di notizie false, fuorvianti, di campagne a favore dell’odio e via discorrendo. Se esistono già vuol dire che sono già testati. Hanno funzionato nel reale? Sono risultati efficaci? E se non hanno funzionato nel reale perché si pensa funzioneranno nel virtuale?

Stando a quanto scritto nel testo del disegno di legge all’incremento dei consensi di movimenti populisti nei Paesi occidentali ha fatto seguito la «accresciuta» preoccupazione che le fake news possano essere diffuse a poi «cavalcate» a fini politici.

Si guarda alle azioni poste in essere da Francia e Germania, ai loro programmi volti a verificare l’attendibilità delle notizie che circolano sul web e alla celere rimozione di quelle ritenute false. Viene da chiedersi a questo punto: e tutte le altre? Come vengono verificate le notizie che passano attraverso tutti gli altri canali di informazione e istruzione? Anche per quelle c’è un monitoraggio costante che prevede la loro rimozione qualora fossero poi indicate come fake? Ovviamente non è possibile. Al massimo ci sono le smentite. E quelle ci sarebbero anche per il web ma evidentemente per i legislatori non bastano.

Si propone ai «colossi della rete» l’uso di selettori software per rimuovere «i contenuti falsi, pedo-pornografici o violenti» e si ritiene necessario ridiscutere «i tabù dell’anonimato, della trasparenza e della proprietà dei media online, del diritto di replica, di rettifica, del diritto all’oblio, della protezione della privacy e della rimozione dal web dei contenuti lesivi».

C’è però un qualcosa di profondamente sbagliato nell’azione del legislatore che dice di agire per proteggere gli interessi dei cittadini ma forse lo fa per proteggere i propri. Ed è la considerazione, scarsa, che si dimostra avere di questi. Il ritenere che non possono né potranno mai essere in grado di discernere da soli il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso. Se così è bisognerebbe allora agire su questo. Formare i cittadini affinché siano indipendenti.

Il concetto di notizia «è sicuramente mutato nel passaggio dai media tradizionali ai social media e alle piattaforme online», colme di contenuti generati dagli utenti, dove «si è imposto l’infotaintment», ovvero la mescolanza tra informazione e intrattenimento, «tipicamente sfruttabile ai fini commerciali». Siamo certi che ciò sia avvenuto solo nel mondo virtuale?

«Chiunque, infatti, può dire quello che vuole, per la più che legittima libertà di espressione, ma se il pubblico di internet prende per buono e fondato qualsiasi cosa circoli online, senza più distinguere tra vero e falso, il pericolo è enorme». Il pericolo è enorme, è vero, ma permane anche se gli poni dei filtri artificiali perché in questo modo si potranno, forse, bloccare le notizie ritenute false o dannose ma non si farà nulla per creare dei cittadini più responsabili, più critici e più scaltri. Inoltre continuando ad additare i social e la Rete come principali veicoli di diffusione delle fake news, a volte citando solo questi, si rischia di ingenerare l’illusione che tutte le altre notizie che circolano al di fuori di essi siano automaticamente vere e fondate. Cosa che palesemente non è così.

Per aumentare il senso di panico nel testo viene anche ricordato che il pericolo si fa ancor più particolare quando si va a guardare come vengono trattati «aspetti sensibili della società», e viene citato a titolo esemplificativo la sanità. Sarebbe opportuno precisare e ricordare, come bene hanno fatto Beatrice Mautino e Dario Bressasini nel saggio Contro natura. Falsi allarmismi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola (Rizzoli, 2015), che quasi tutta l’informazione scientifica viene fatta da esperti e professionisti del settore solo nelle pubblicazioni scientifiche mentre nei mezzi di informazione che siano radio, tv, giornali e quant’altro sono dei generalisti a occuparsene. Che poi si vuole ritenere i generalisti sempre più affidabili delle persone comuni è un altro discorso.

Va da sé che i fomentatori di odio, i pedo-pornografi, i faker devono essere perseguiti legalmente, che deve essere impedito loro di truffare gli altri ma il punto è che i loro sostenitori o seguaci, come dir si voglia non li educhi certo al cambiamento bloccando o rimuovendo qualche notizia o video su internet. Chiuso un canale di sfogo ne cercheranno un altro. Se non tenti almeno di capire perché cadono facilmente in queste trappole, se non formi, in buona sostanza, dei cittadini con un elevato spirito critico, una vasta cultura e un notevole senso civico, dentro ma soprattutto fuori la Rete, chiuderai una porta ma loro cercheranno e troveranno un altro portone per dare libero sfogo alla propria rabbia.

Il giornalista del Guardian Joris Luyendijk nel saggio Nuotare con gli squali. Il mio viaggio nel mondo dei banchieri (Einaudi, 2016) parla della disinformazione e del disinteresse del pubblico da un’altra angolazione, e si chiede perché «tanta gente mostra così scarso interesse a proposito di tematiche direttamente connesse ai loro interessi». Passa a descrivere poi i punti salienti del metodo da lui stesso inventato e definito della «curva di apprendimento». Luyendijk sostiene che spiegando con meticolosità, serietà e correttezza i dati e i fatti, nella maniera più chiara e continuativa possibile, il pubblico apprezzerà leggere anche di notizie e materie un tempo per lui ostiche. Forse seguendo il metodo di Luyendijk ci si lascerebbe meno facilmente abbindolare da bufale, fake o propaganda che, se letta con spirito critico e attenzione, appare chiaramente per quello che è: una surreale menzogna.

Modificando la legge 13 luglio 2015, n° 107, cosiddetta Buona Scuola, si stabilisce nel nuovo disegno di legge che le istituzioni scolastiche, «nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili», individuino tra gli obiettivi formativi quello riguardante «l’alfabetizzazione mediatica» e sostengano «programmi di formazione volti a promuovere l’uso critico dei media online». E gli altri media? A chi spetta il compito di portare avanti questi progetti? Agli stessi insegnanti? Sulla base di quali competenze e conoscenze? Parlando di social e di odio forse andrebbe ricordato che proprio su Facebook esistono innumerevoli gruppi formati da docenti e leggendo i loro post e commenti si comprende la scarsa stima che hanno del sistema scolastico in generale, l’apatia verso gli studenti, la frustrazione per i compensi da fame… Nessuno nega che in Italia come nel resto del mondo ci siano o ci possano essere i migliori insegnanti ma ci sono anche coloro che scrivono e partecipano a questi gruppi di sfogo collettivo e tra essi ci sono anche gli educatori che verrebbero selezionati per stimolare «l’uso critico dei media online» negli studenti.

I legislatori italiani per arginare il problema dei fake online guardano alle misure repressive poste in essere, per esempio in Germania. Un Paese che stenta a introdurre nel proprio sistema legislativo norme contro la criminalità organizzata adducendo come motivazione il fatto che in Germania questa semplicemente non ci sia ma che ritiene doveroso, necessario e urgente muoversi per punire un faker, online.

Se anche dovessero riuscire a bloccare le fake news online resterebbero le altre, quelle che ci sono sempre state, come ammettono anche i legislatori italiani, che però viaggiavano a velocità meno sostenuta. Oppure, per dirla con altre parole, arrivavano in ritardo. Ma c’erano e non erano un problema urgente. Come c’erano i pedo-pornografi, i fomentatori di odio e tutto il resto. Internet è solo un nuovo canale utilizzato. Chiuso questo è molto probabile ne troveranno un altro. Per evitare che ciò accada è necessario fornire i cittadini di tutti gli strumenti utili alla formazione di un concreto e profondo senso critico e ciò non potrà mai avvenire attraverso una selezione preventiva o una rimozione tempestiva di contenuti ritenuti scomodi o falsi. E non si riuscirà a farlo neanche gravando una categoria di lavoratori già molto frustrata, come quella dei docenti e degli insegnanti, di ulteriori compiti per cui molto probabilmente non sono adeguatamente preparati.

La democrazia italiana non è certo in pericolo per un tot di bufale che girano in internet. Lo è magari per la corruzione dilagante, per il voto di scambio, per i ricatti elettorali delle mafie, per l’evasione fiscale che ruba fondi destinati all’istruzione e alla sanità pubbliche, lo è perché abbiamo insegnati sottopagati, malpreparati a svolgere il proprio lavoro, frustrati e amareggiati perché non vengono riconosciuti loro i propri diritti, perché abbiamo dei ragazzi e delle ragazze costretti a recarsi in aule bislacche di istituti fatiscenti, perché vengono negati loro i mezzi necessari per una preparazione adeguata ai tempi, per essere competitivi in ambito internazionale. La democrazia in Italia è a rischio perché abbiamo un elevato numero di politici corrotti, perché c’è una cospicua infiltrazione mafiosa nelle amministrazioni comunali, perché spesso si legifera tutelando interessi che non sono quelli dei cittadini.

Combattiamole queste fake news ma combattiamo anche tutto il resto.

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La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri

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“Gli impostori. Inchiesta sul potere” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2017)

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Il romanzo che l’autore non voleva scrivere: “Piano americano” di Antonio Paolacci (Morellini Editore, 2017)

07 martedì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AntonioPaolacci, MorelliniEditore, PianoAmericano, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, romanzo

Il libreria da ottobre 2017 con Morellini Editore, Piano americano di Antonio Paolacci è il romanzo che l’autore “non voleva scrivere” ma che i lettori invece vogliono di sicuro leggere.

 

Una trama che si tesse intorno a uno degli eventi più importanti della vita di un uomo e di una donna e si intreccia con tutti i sentimenti che l’autore sceglie di mettere nero su bianco o che finge di confidare ai suoi lettori. La nascita di un figlio è un evento che cambia la vita dei genitori già nove mesi prima la venuta al mondo e il protagonista del libro, una volta realizzato, sembra smarrire tutti i suoi precedenti punti di riferimento.

Piano americano si presenta al lettore come uno spettacolo teatrale, una irriverente “messa in scena” della vita dello scrittore Antonio Paolacci, protagonista del libro, il quale è al contempo attore, comparsa, pubblico e regista della rappresentazione per antonomasia delle “maschere”. Il grande drammaturgo Luigi Pirandello ha ricordato nelle sue opere la presenza delle “maschere” che tutti e ognuno indossano ogni giorno ma l’autore per meglio chiarire il concetto chiama in causa il noto sociologo Erving Goffman che, in La vita quotidiana come rappresentazione (Il Mulino, 1969), ne dà un’eccellente interpretazione e spiegazione.

Tra il serio e il faceto, tra il reale e il surreale… Paolacci in Piano americano dà libero sfogo a tutti i sentimenti repressi di coloro che, con impegno e fatica, scelgono di “donare” le loro creazioni al mondo intero sotto forma di opere di narrativa o componimenti in versi e vengono ripagati con scarso interesse e ancor meno moneta sonante. L’autore volutamente sembra estremizzare la situazione che, comunque, nella realtà non è poi tanto dissimile da quella descritta e analizzata dal protagonista del libro.

«Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile.»

Lo stile narrativo di Paolacci sembra un vestito di sartoria che scivola dolcemente ma con precisione estrema sulle curve del corpo che avvolge. E così che la scrittura si modella intorno alle emozioni, alle sensazioni, ai sentimenti che vuol descrivere al punto da creare o stroncare, con volontà, pathos in chi legge. Un libro interessante Piano americano che, se pur Antonio Paolacci non voleva scrivere, il lettore ha di certo piacere a leggere.

Antonio Paolacci: Nato nel basso Cilento, vive a Genova. È scrittore e editor. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È l’ideatore di Progetto Santiago, il primo progetto editoriale italiano gestito interamente da scrittori, artisti e professionisti indipendenti.

Source: Si ringrazia l?ufficio Stampa di Morellini Editore per la disponibilità e il materiale.

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“Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” di Roberto Alfatti Appetiti (Bietti, 2014)

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Le “myricae” della vita in “Due volte a settimana” di Ernesto Valerio (presentARTSÌ, 2016)

03 venerdì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Duevolteasettimana, ErnestoValerio, presentARTSÌ, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, romanzo

Come si fa a «sopravvivere, nonostante tutto»? I dolori, le delusioni, le malattie, le perdite… tutte quelle ombre che vanno a “scurire” e, al contempo, a caratterizzare la vita di ognuno e che la possono condizionare al punto che si può, di punto in bianco, scegliere di resettare l’essere che si è stati fino a quel momento e “crearne” un altro, plasmandolo intorno all’umano che si vuol essere. Così è stato per Elio, il protagonista di Due volte a settimana di Ernesto Valerio, pubblicato dall’associazione presentARTSÌ – bottega di prodotti culturali, in prima edizione a maggio 2016.

Abbandonare carriera e amore per riscoprire la vita, propria e degli altri, attraverso piccoli e grandi oggetti recuperati, riadattati, comprati e rivenduti. Storie ed epoche che si incontrano e si intrecciano lungo il cammino delle esistenze umane. E così questi oggetti diventano per Elio le myricae care al Pascoli, le “piccole” cose che consentono al poeta di riscoprire sensazioni, presenze, fenomeni agli altri impercettibili e che permettono di capire e carpire il cosmo e la vita. A Elio serviranno per riscoprire se stesso e suo padre, con cui inizierà a sentirsi telefonicamente due volte a settimana.

Il libro di Ernesto Valerio si compone pezzo dopo pezzo, capitolo dopo capitolo e solo alla fine il lettore ne riesce a ben comprendere il senso e il grande potenziale. Ci sono delle ripetizioni cicliche che durante la lettura infastidiscono ma poi si realizza che sono servite all’autore per meglio definire il personaggio e la sua storia. Quella di Valerio in Due volte a settimana è una scrittura che sembra ruotare intorno alle piccole cose della vita ma che egualmente gli consente delle puntate verso i grandi sbagli del vivere contemporaneo, la frenesia che a volte assume proprio i contorni della follia. Per la carriera. Per il denaro. Quasi azzerando l’essenza vera e profonda dell’esistenza.

La storia raccontata da Ernesto Valerio in Due volte a settimana riflette alla perfezione la citazione di Michele Mari che accoglie il lettore: «e adesso che te ne sei accorta non so se la mia vita sarà rubricata come cosa patetica o come cosa eroica». La differenza la farà la sensibilità di chi legge e l’ordine costituito della sua personale scala dei valori. Chi scrive ritiene il testo di Valerio un ottimo modo per raccontare di come le persone, quelle reali che affrontano ogni giorno la vita a testa alta, riescono a «sopravvivere, nonostante tutto». 

Ernesto Valerio: Nasce a Lanciano. Si laurea in Comunicazione a L’Aquila e in Sociologia Economica a Trento. Risiede e lavora a Mantova. Due volte a settimana è il suo primo romanzo.

Source: Si ringrazia Raffaella Tenaglia della Pixie Promotion per la disponibilità e il materiale

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La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017)

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017)

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Gli impostori. Inchiesta sul potere” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2017)

25 mercoledì Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EmilianoFittipaldi, Feltrinelli, GliImpostori, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

Che fine ha fatto Emanuela Orlandi dopo la sua scomparsa il 22 giugno 1983? Chi comanda davvero al Comune di Roma? Qual è la vera storia del “Giglio magico” di Matteo Renzi?

Tre quesiti semplici, chiari, necessari. È da questi che parte l’idea del nuovo saggio di Emiliano Fittipaldi, Gli impostori. Inchiesta sul potere, uscito in prima edizione con Feltrinelli a settembre 2017. Ed è sempre da queste domande che sono partite le inchieste portate avanti dall’autore, descritte passo passo nel testo.

Ma chi sono gli impostori di cui si parla nel libro? Sono coloro che «attraverso menzogne, occultamenti e propaganda sfacciata si presentano alla gente diversamente da come sono in realtà». Impostori sono i preti pedofili. Impostori sono quei politici che «dicono di aiutare gli ultimi e poi fanno il contrario, tagliando le tasse ai ricchi». Compito dei giornalisti è raccontare la verità smontando menzogne occultamenti e propaganda.

Fittipaldi si sofferma spesso nella descrizione dell’iter seguito nella fase investigativa delle sue inchieste e sembra farlo non tanto per dare fondatezza alle stesse, basata piuttosto sui dati e sui risultati, quanto per dimostrare che chiunque (giornalisti, investigatori, cittadini…) in realtà, volendo, lo potrebbe fare, almeno nella parte di ricerca da fonti pubbliche. In teoria quindi se tanti cronisti non fossero così “pigri” avremo migliaia di inchieste come quelle portate avanti dall’autore e dai pochi “investigatori” come lui. Non è impossibile e neanche tanto complicato ma ci vuole determinazione correttezza coraggio. Qualità che, purtroppo, sembrano scarseggiare nel mainstream della comunicazione e non solo.

Un altro punto su cui l’autore ritorna spesso è lo scarso clamore mediatico e il freddo interesse del pubblico alle sue rivelazioni e scoperte. E lo fa non perché sia in cerca di gloria ma per tentare di capirne le motivazioni. Che ci sia tra il pubblico italiano una preoccupante assuefazione allo scandalo e alla corruzione? Che queste notizie in qualche modo “disturbino” non solo i diretti interessati ma anche il pubblico che, quasi quasi, ne farebbe volentieri a meno per meglio concentrarsi su partite di calcio, trash tv e gossip vario?

Ma il compito del giornalista va ben oltre quello delle pubbliche relazioni, come ricordano anche le citazioni con le quali Gli impostori si apre al lettore e che rendono molto bene l’idea di cosa ci si deve o ci si debba aspettare leggendo testi che raccolgono il frutto di inchieste giornalistiche. Saggi che, come dimostrano le parole stesse di Fittipaldi, non servono solo come fonte di informazione fungendo anche da archivio di dati e fatti che possono tornare utili nel tempo.

Gli impostori è strutturato in tre distinte parti: Emanuela, Raggirati, Il Giglio nero. Tutte centrate sullo scopo prefissosi da Fittipaldi, ovvero «alzare i tappeti in cerca di polvere e notizie insabbiate» per riuscire così a misurare «la distanza tra quanto promesso dai poteri di turno e quanto poi realizzato». Ovvero, in altre parole, «misurare lo spread tra la propaganda delle parole e la durezza dei fatti». Nel caso dell’analisi della scomparsa di Emanuela Orlandi si va oltre con il tentativo non solo di capire chi e perché c’è dietro questa vicenda ma anche la volontà di scoprire cosa effettivamente sia accaduto e a quale destino sia poi andata incontro questa giovane ragazza.

Più volte si è cercato di ostacolare o di fermare il lavoro di Emiliano Fittipaldi, anche per via giudiziaria. Leggendo i suoi reportage se ne evince con chiarezza il perché. Fittipaldi non sembra lasciarsi influenzare dalla cultura dominante o dai luoghi comuni, né condizionare dal flusso di notizie e/o opinioni in merito all’argomento trattato… egli basa le sue elaborazioni sui fatti, sui dati e sulle fonti certe. Una vera seccatura insomma per chi vorrebbe che quelle informazioni non venissero mai diffuse.

Gli impostori. Inchiesta sul potere di Emiliano Fittipaldi conta oltre duecento pagine ma si legge quasi tutto d’un fiato, con bramosia, con “famelica” sete di conoscenza. Determinato corretto coraggioso. Insomma un libro necessario.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Feltrinelli Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte tema libro e biografia autore www.feltrinellieditore.it

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