• Bio
  • Contatti
  • Curriculum

Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

Archivi tag: saggio

Il ‘maledettismo’ letterario tra ottocento e novecento in “Una tranquilla repubblica libresca” di Dario Pontuale (Edizioni Ensemble, 2017)

21 giovedì Dic 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

DarioPontuale, Ensemble, recensione, saggio, scrittori, Unatranquillarepubblicalibresca

Cosa accomuna autori apparentemente lontani tra loro? Qual è il filo invisibile che lega le opere e la ‘ribellione’ degli autori ‘maledetti’?

Domande queste che, forse, hanno incuriosito più di uno studioso del prolifico periodo letterario a cavallo tra ottocento e novecento, ricco di cambiamenti e contraddizioni che rispecchiavano i sussulti storici e sociali a cui assistevano, operosi o inermi, letterati e illetterati. Si potrebbe partire proprio da questo per analizzare e comprendere la reale portata del cambiamento in atto in quel periodo, che ha determinato tutte le susseguenti innovazioni. La letteratura perde il suo carattere aulico e diventa, come l’istruzione e la cultura in generale, produzione di massa e mezzo di conoscenza e diffusione dei malesseri e delle ribellioni di intere generazioni di artisti ‘maledetti’ perché in contrasto e in opposizione al sistema precostituito, nella società come nell’arte. E questo sembra essere stato il percorso seguito da Dario Pontuale nella sua ricerca tra le opere e il pensiero degli autori che maggiormente, a suo discernimento, hanno incarnato il malessere dell’epoca.

 

Uscito in prima edizione a giugno 2017 con le Edizioni Ensemble, Una tranquilla repubblica libresca. Incroci letterari tra ottocento e novecento si presenta al lettore come un dettagliato resoconto delle scoperte letterarie frutto delle assidue ricerche bio-bibliografiche di Dario Pontuale su autori, artisti e musicisti anche lontani tra loro, in apparenza. Arrigo Boito, Emilio Salgari, Italo Svevo, Fernando Pessoa, Renato Serra, Italo Calvino, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia… tutti studiati nell’ottica del «deflagrante pensiero del maledettismo», un universo rinsaldato da «una comune insofferenza per gli ipocriti costumi borghesi». Un’aspra lotta tra artisti e società, «un conflitto inedito fino ad allora nel panorama nostrano». Una ‘ribellione’ che ha come obiettivo la «autonomia dell’arte», una delle «virtù principali» che, unitamente a bellezza e natura, sembravano già allora irrimediabilmente compromesse dalla «industrializzazione imperante».

È trascorso oltre un secolo dalle lotte degli artisti della Bohème e della Scapigliatura, tante cose sono cambiate, il mondo stesso lo è, eppure i problemi che devono affrontare quotidianamente le persone e i malesseri raccontati dagli artisti nelle proprie opere sembrano essere immutati, o solo peggiorati.

 

Un lavoro, quello portato avanti da Pontuale, che può essere definito di investigazione letteraria. Come un autentico segugio infatti l’autore studia testi di letteratura e critica e ne assimila a fondo i contenuti, ricollocandoli poi nella composizione della sua opera, incastrandoli alla perfezione come tessere di un puzzle. Un modo nuovo di ‘raccontare’ la letteratura. Dal suo interno. L’autore infatti sembra mescolarsi al gruppo degli scapigliati milanesi, per fare un esempio di quanto trovato nel testo, sembra vedere ciò che essi hanno visto, sentire ciò che essi hanno sentito, raccontare poi ciò che immagina abbiano voluto raccontare, urlare, tramandare.

Si percepisce, lungo tutta l’opera di Pontuale, una ricerca non solo delle ragioni e delle responsabilità del «decadimento culturale italiano di inizi novecento», ma anche la volontà di citare tutti gli autori “disordinati e maledetti” i quali, attraverso il loro comportamento e le proprie opere, hanno denunciato il malessere, interpretandolo a volte come personale altre come cosmico.

Ciò invita il lettore a riflessioni sul senso della letteratura. Che sia solo intrattenimento ed evasione o denuncia ed educazione?

Colpisce, durante la lettura di Una tranquilla repubblica libresca, la capacità dell’autore di evitare giudizi e riflessioni troppo personali essendo egualmente egli riuscito a descrivere il volto umano, oltre quello letterario e artistico, dei personaggi trattati, i risvolti spesso nascosti o ignorati del periodo storico e di essere riuscito a mostrare al lettore le differenze e le similitudini con quello attuale senza mai sottolinearle apertamente.

Una critica impersonale che riesce comunque a trasmettere in chi legge tutta l’umanità presente negli artisti di cui si racconta come nello stesso autore. Una grande passione per la letteratura e il mondo delle arti e una notevole sensibilità per i temi della cultura intesa anche come mezzo di espressione e analisi dei malesseri e delle problematiche sociali.

Una lotta perenne contro ingiustizie e mali sociali che a volte assume i contorni della mobilitazione mentre più spesso si manifesta attraverso l’assordante silenzio dell’alienazione volontaria dal mondo e dalla stessa vita. Il grande merito che va riconosciuto a questi autori è l’aver portato «nella letteratura la vita vera» perché non può esserci «ordine nella scrittura se non c’è ordine nel mondo».

Ricordando gli insegnamenti di Sciascia, Pontuale sottolinea come «ogni cittadinanza esige responsabilità». Lui sembra essersi volontariamente assunto quella di non lasciare cadere nell’oblio questi autori ‘maledetti’ troppo spesso dalla critica di allora come da quella odierna perché eccessivi, trasbordanti le righe di un sistema che quando non riesce agevolmente a inquadrare preferisce cancellare.

Una tranquilla repubblica libresca di Dario Pontuale è un testo ben scritto, ordinato e corretto e si rivela, al contempo, una piacevole e amena lettura per chi è in cerca magari solo di curiosità e originalità e un interessante spunto per riflessioni più articolate sul panorama artistico e culturale del periodo storico interessato come di quello attuale.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Ensemble Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte della trama e della biografia dell’autore quarta di copertina

LEGGI ANCHE

La Letteratura del Terzo millennio, oltre l’impegno e l’evasione

Chi è lo scrittore più bravo al mondo?

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La Chiesa esemplare è solo un miraggio? “Peccato originale” di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2017)

10 domenica Dic 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Chiarelettere, GianluigiNuzzi, PeccatoOriginale, recensione, saggio, Vatileaks

«Per essere ascoltati dobbiamo essere esemplari». Con queste parole papa Ratzinger ammonisce il cardinale Bertone riguardo la linea dell’Istituto per le Opere di Religione , sottolineando che bisogna essere esemplari nei confronti del mondo finanziario internazionale. Gli imperativi categorici sono esempio e trasparenza. Per lo Ior come per tutto il resto.

Come si spiegano allora la controversa morte di Albino Luciani, ovvero papa Giovanni Paolo I? La scomparsa di Emanuela Orlandi? I progetti di riforma e trasparenza continuamente arenati? Le accuse di pedofilia e pratiche coatte di omosessualità?

«Noi dobbiamo essere tra quelli che cambiano le regole, per essere inattaccabili». Invece la strada che sembra essere stata scelta il più delle volte è quella della «impunità» che «rafforza gli autori delle violenze» o delle violazioni. Favorendo o comunque non ostacolando gli attacchi delegittimanti le vittime e ingenerando in questo modo la formazione di vere e proprie roccaforti di potere e «lobby gay».

Esce in prima edizione a novembre 2017 con Chiarelettere Peccato originale. Conti segreti, verità nascoste, ricatti: il blocco di potere che ostacola la rivoluzione di Francesco di Gianluigi Nuzzi. Un libro scritto con l’intento preciso di dare una risposta a sette interrogativi, ovvero i sette tasselli mancanti nel lavoro di ricerca, condotto dall’autore ormai da oltre dieci anni, sui segreti e sugli scandali in Vaticano.

Per trovare le risposte Nuzzi si è affidato agli insegnamenti del giudice Giovanni Falcone e ha «seguito il filo del denaro», che «in ogni storia di potere s’intreccia a quello del sangue e a quello del sesso». Tre infatti sono le parti in cui il libro è suddiviso: Sangue, Soldi, Sesso. Più l’appendice che riporta per esteso i documenti fonte della ricerca e dell’inchiesta dell’autore.

Uno stile, quello di Nuzzi, che ricorda gli scalpitii di un mustang imbrigliato. Un cavallo indomabile costretto dalle briglie a frenarsi mentre il suo desiderio è battere in lungo e in largo le praterie americane. È così l’autore, che vorrebbe raccontare apertamente tutto ciò che sa, che ha scoperto, che gli è stato raccontato… deve dosare e misurare ogni passaggio. Dicendo egualmente quanto necessario a comprendere la profondità e lo spessore dei «tre fili narrati», ma costretto a stare attento ai risvolti giudiziari che il resoconto potrebbe portare, per lui stesso, per i testimoni e le fonti, anche quando non vengono direttamente citati.

L‘autore ritorna più volte sullo stesso concetto o passaggio e sembra farlo non solo per essere certo della chiarezza della narrazione, ma anche per sincerarsi di essere rimasto fedele a quanto prefissosi di raccontare.

Nuzzi si sofferma in descrizioni e resoconti molto analitici e dettagliati eppure questo non sembra avere lo scopo di “illudere” il lettore lasciandogli credere di aver letto tutto quanto c’era da sapere. Il modo in cui egli presenta i fatti lascia agevolmente intendere sia solamente la superficie, appena rischiarata, del profondo pozzo nero di segreti custoditi tra le mura pluricentenarie dello Stato della Città del Vaticano.

Si percepisce in Peccato originale una grande volontà di fare chiarezza, di esporre i fatti in maniera tale che il tutto risulti il più comprensibile possibile nonostante, come nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, la durata infinita delle indagini, i sotterfugi, i depistaggi, gli intrighi, le dichiarazioni contraddittorie, le ritrattazioni, le sparizioni, gli occultamenti e gli eclissamenti, i decessi e l’improvvisa follia dilagante…

Forse perché un po’ plasmato sul linguaggio e sui tempi televisivi, lo stile narrativo di Nuzzi è puntellato di frasi che annunciano, di lì a breve, una rivelazione importante, un colpo di scena o comunque un qualcosa che deve per forza di cosa tenere lo “spettatore” incollato. In realtà, in un libro-inchiesta come il suo non servono questi espedienti. Il lettore è già invogliato a proseguire la lettura per l’interesse che suscita il narrato e non per queste intercalari che lo “preannunciano”.

Un libro, Peccato originale di Gianluigi Nuzzi, che è come una goccia d’acqua che perfora la roccia. La “testardaggine” dell’autore nel voler comunque continuare il suo lavoro d’indagine nonostante gli ostacoli e le difficoltà sono paragonabili proprio alla forza dell’acqua la quale riesce sempre a infiltrarsi e trovare la sua via di fuga, esattamente come la verità tanto cercata nelle buie stanze dello Stato Vaticano e che emerge, attraverso il lavoro dell’autore, illuminando lentamente ma sempre più tasselli di questa gigantesca “installazione” religiosa.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autore www.chiarelettere.it

LEGGI ANCHE

“Gli impostori. Inchiesta sul potere” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2017)

“Avarizia” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2015)

“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016)

Milano, convegno sulla famiglia. Tra il pubblico don Mauro Inzoli accusato di pedofilia

“I Buoni” di Luca Rastello (Chiarelettere, 2014)

Articolo disponibile anche qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017)

02 sabato Dic 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

BrunoMaida, Einaudi, LinfanzianelleguerredelNovecento, monocolooccidentale, recensione, saggio

Come si è potuto credere che dopo la firma degli accordi che decretavano la fine dei conflitti l’unica cosa che rimaneva da fare era la ricostruzione post-bellica dei territori devastati? Come si può pensare che la devastazione della guerra non abbia modificato e compromesso per sempre coloro che l’hanno vissuta in prima persona, maggiormente se bambini e bambine? Come ci si può illudere che una guerra non porti dei ‘cambiamenti’ a livelli globale? Intere etnie sterminate, popoli distrutti, traumatizzati, sfollati, costretti a spostarsi, a migrare… E soprattutto come è potuto accadere che tutto questo sia sempre rimasto fuori dai libri di storia?

Basterebbe solo un’attenta riflessione sulle risposte a questi interrogativi per comprendere l’importanza e la portata di un lavoro di ricerca e studio come quello condotto da Bruno Maida ne L’infanzia nelle guerre del Novecento, edito quest’anno dalla Einaudi. Ma c’è molto altro nel testo. C’è quello che, purtroppo, spesso non si ritrova nei libri di storia. Una ricerca documentaria dettagliata, uno studio accurato delle fonti, prontamente citate, una descrizione lucida e imparziale di fatti e conseguenze, uno sguardo all’intero pianeta e a quello che vi accade, scartando la visione e la descrizione troppo occidentale che spesso condiziona anche saggistica e storiografia.

Un libro imponente il testo di Maida sui disastri causati dalle guerre del secolo scorso e di quello appena iniziato. Una grandezza che non si misura con il numero delle pagine. Un resoconto importante che ‘costringe’ il lettore a considerazioni sul fatto che vedere «un bambino con un fucile in mano è un’immagine che non possiamo interrogare senza mettere in discussione noi stessi e le nostre responsabilità». Si chiede Maida se rendere visibile anche il più piccolo e feroce segno della guerra non sia «l’ultimo spazio possibile di narrazione per suscitare un sussulto etico» da parte di chi in Occidente è «ormai ‘dimitrizzato’ da ogni immagine di violenza» e si preoccupa invece «per gli spostamenti di popolazione che quelle guerre possono procurare».

I bambini che hanno combattuto, che hanno conosciuto solo la guerra come condizione di vita, «spesso non vogliono la pace» e non perché abbiano qualcosa in contrario, «è che proprio non la conoscono, in fondo la temono anche un po’». La ‘temono’ come qualsiasi altra cosa sconosciuta. Vivono in un vero e proprio «deserto esistenziale» fatto di mancanze. Privi di famiglia, genitori, affetti e affetto, senza scuola né istruzione… privati di tutto hanno imparato a conoscere e riconoscersi solo nella guerra, nella violenza e nelle armi. Per loro spesso «tornare a essere bambini», semplicemente non è possibile.

L‘umanità non è l’alternativa alla guerra, ma «la condizione imprescindibile con la quale dobbiamo misurarci», il confine insuperabile che dovrebbe «definire il nostro rapporto con la polarità pace-guerra». E se la guerra rimane «il gioco più pericolosamente seduttivo», il ‘tirocinio’ che «ogni società in ogni epoca si è preoccupata di realizzare», alla pace anche se non si può giocare la si può sempre «insegnare». Ed è ciò che andrebbe sempre fatto.

Il testo di Bruno Maida L’infanzia nelle guerre del Novecento è quasi rivoluzionario nel genere perché non rappresenta un libro sulla memoria bensì un saggio storico sull’azione e sulla reazione alle «fratture profonde» che ogni guerra lascia in chiunque ne faccia esperienza e lo fa in riferimento a un periodo storico particolare, nel quale «all’affermarsi e al diffondersi di un sistema di protezione nazionale e internazionale per i civili nei contesti bellici» è corrisposto un progressivo e crescente «coinvolgimento diretto e indiretto dell’infanzia».

L‘infanzia nelle guerre del Novecento è un libro di storia chiaro, imparziale, descrittivo e analitico, basato su fonti e documenti certi. Un libro assolutamente da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore e trama libro quarta di copertina

LEGGI ANCHE

L’Italia nella Prima guerra mondiale, un’inutile strage

“Siamo umani solo attraverso l’umanità degli altri”, ritratto di Nelson Mandela e pratiche dell’identità

Rotta Libia-Italia: viaggio fatale per i bambini, la denuncia dell’Unicef

Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016)

Articolo disponibile anche qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Siamo umani solo attraverso l’umanità degli altri”, ritratto di Nelson Mandela e pratiche dell’identità

23 giovedì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

CosedAfrica, LaNuovaItaliaScientifica, LuoghidAfrica, NelsonMandela, PapKan, PierGiorgioSolinas, recensione, saggio

Chi o cosa determina il concetto di identità del singolo e del gruppo? Le pratiche dell’appartenenza e dell’esclusione sono innate o artificiali?

 

Pubblicato in seconda edizione ad aprile 2017 con Cose d’Africa, Nelson Mandela. Una luce per tutti di Pap Kan ripercorre i punti salienti della singolare vicenda di Madiba. La mobilitazione politica, la prigionia, l’amore e la vita privata nonché quella di pubblico dominio e a tutti nota venuta dopo la scarcerazione. La strenua lotta alla Apartheid affinché “ciascun essere umano avesse il diritto di non essere trattato così com’è accaduto a lui”. Un uomo, Nelson Mandela, con un “principio dominante: gli stessi diritti per tutti indipendentemente dal colore e dal sesso”, convinto che nessuno è interamente buono o cattivo ma che in tanti si comportano “come delle bestie” perché in base a questi comportamenti vengono premiati, lodati, fanno carriera o diventano personalità note.

Per Mandela l’Occidente ben rappresenta il bastione delle ambizioni personali:ogni individuo si batte per arrivare primo e sorpassare gli altri. In Africa la nozione di individualismo non è mai penetrata così tanto nel tessuto sociale anche se i secoli di contatto con i colonizzatori prima e i partner politici e commerciali poi ha profondamente modificato le etnie preesistenti.

I Britannici proposero, durante la convenzione nazionale riunitasi a Durban, il principio della superiorità dei bianchi. Il Colour Bar (Codice del Colore, ndr.), che regolava le relazioni interrazziali, stabiliva che “un nero contava poco più di un animale”. Una legge fondiaria del 1913 decretò che i neri non potevano possedere più del 7,8% delle terre sudafricane. La Risoluzione 134 del 1 aprile 1960 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò i massacri e impegnò il governo sudafricano ad abbandonare la sua politica di Apartheid, ma questi “continuò a massacrare i neri”. Ed è in questo clima di tensioni e scontri che matura la personalità di Mandela, la sua intolleranza alle ingiustizie, la sua profetica forza e la determinazione basata sul “verdetto puro e semplice dell’immoralità assoluta dell’Apartheid”.

Nelson Mandela, chiamato rispettosamente Madiba dalla sua gente per rimarcare le sue nobili origini, apparteneva egli infatti al clan del re di Thembu, era convinto che l’umanità che è in ognuno di noi emerga solo attraverso quella degli altri. Il principio dell’empatia, dell’entrare in sintonia con l’altro che in Africa è una religione praticata fin da piccoli mentre in Occidente è semplice materia di studio. Innegabile infatti che il principio fondante della cultura occidentale è la “ossessione classificatrice”, in base alla quale non si riesce proprio a sopportare “né che una sola gente stia in più posti, né che nello stesso posto stiano genti diverse”. La nascita delle nazionalità moderne in Africa, a partire dalla colonizzazione, si deve infatti proprio a questo principio, o meglio a questa ossessione.

La nozione etnografica di confine, ricordata anche da Pier Giorgio Solinas in Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità (La Nuova Italia Scientifica, 1995), prevede due livelli: quello “soggettivo” allorquando ogni gruppo si chiude là dove la sua somiglianza cessa, “dove il potere di uniformità ch’esso detiene nel suo interno cede a poteri d’uniformità altrui”, e l’altro “artificiale” o coloniale posto in essere quando “la fluidità sociale è indomabile”, quando le genti si assomigliano troppo e, soprattutto, si mescolano troppo facilmente e così accade che “qualcuno” interviene a “mettere ordine” stabilendo chi deve assomigliare ad altri e chi deve differenziarsi, “somministra confini e pretende che il discreto interrompa il continuo”.

Dadilahy, anziano Vezo del Madagascar, affermava che “in realtà la gente è solo un’unica gente, ma è il matrimonio che la separa” – “olo raiky avao, fa fanambalia ro mampisarasky”. Tutti sono imparentati fra loro, tutti costituiscono un’unica, vasta famiglia di relazioni. Il matrimonio separa questa unità in quanto crea la “differenza” che deve esistere tra due persone perché possano sposarsi. Parafrasando le parole di Dadilahy si potrebbe affermare che il confine artificiale o coloniale tra i popoli serve per definire ciò che di ogni popolo sarà il destino.

Fin dai primi anni del Novecento, le relazioni tra etnie saranno guidate essenzialmente dall’amministrazione coloniale che crea nuovi rapporti e nuove gerarchie a seconda delle politiche messe in atto. Ogni azione del “potere bianco”, dalla conquista alla gestione corrente, si appoggia su uno o più gruppi in particolare, contro altri gruppi rivali, “o resi tali proprio dall’intervento europeo”, e si ripercuote sulle relazioni interetniche.

Quanto universali fossero i principi su cui Nelson Mandela ha basato la sua lotta ben lo aveva compreso Eric Wolf, antropologo austriaco del secolo scorso, il quale affermava che è necessario abbandonare concettualizzazioni rigide delle singole società e studiare invece i modi di una rete di relazioni che, a partire dal Cinquecento, coinvolge l’intero pianeta. Un uomo con un obiettivo predominante: gli stessi diritti per tutti indipendentemente dal colore e dal sesso. E tutto il resto della sua vita è stata “una tattica per raggiungere questo nobile obiettivo”. Mai così sensato come ora che la globalizzazione ha reso tutti più vicini e interdipendenti.

Bibliografia di riferimento

Pap Kan, Nelson Mandela. Una luce per tutti, Teramo, Cose d’Africa Edizioni, 2017.

Pier Giorgio Solinas (a cura di), Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1995.

Biografia Autori

Pap Kan: è scrittore, musicista e compositore senegalese. Autore di numerosi libri e studioso della cultura africana.

Pier Giorgio Solinas: Antropologo ed etnologo italiano. Insegna all’Università di Siena. Ha diretto il programma di ricerca nazionale sulla Dipendenza. Si è dedicato anche allo studio dei linguaggi genealogici, dei sistemi di classificazione bio-molecolare nella parentela.

Nel saggio Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità da lui curato sono presenti contributi di: Rita Astuti, Simonetta Grilli, Berardino Palumbo, Fabio Viti.


Disclosure: Fonte vignetta satirica sul colonialismo in Africa dizionaripiu.zanichelli.it

LEGGI ANCHE

Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

La nascita dei ‘mostri’ del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Articolo disponibile anche qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017)

17 venerdì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

EliaMinari, Guardarelamafianegliocchi, mafia, recensione, Rizzoli, saggio

È ora di dire basta alla «antimafia della retorica e delle cerimonie». Non è sufficiente scandalizzarsi, indignarsi e commuoversi, «occorre muoversi». La mentalità mafiosa «conquista molte menti. Ma spesso non lo si confessa neppure a noi stessi». È presente in ognuno, ed è «quella parte della coscienza di ciascuno che è tentata di imboccare una scorciatoia, accettare una lusinga facile, un compromesso, una raccomandazione o un lavoro in nero». La forma mentis del “mi conviene” che ha consentito alle organizzazioni mafiose di estendersi oltre le loro zone di origine, fino a quelle località ritenute estranee a tutto ciò che invece è penetrato nel loro substrato modificando intere economie e società. Anche se in tanti ancora lo negano.

Guardare la mafia negli occhi di Elia Minari, uscito in prima edizione a settembre 2017 con Rizzoli, è il libro che racconta «le inchieste di un ragazzo che svelano i segreti della ‘ndrangheta al Nord» e quelli dei «professionisti plurilaureati, poliziotti, medici, figure istituzionali, giornalisti, preti, impiegati, imprenditori, uomini d’affari, commercialisti, amministratori pubblici» che della criminalità organizzata si servono per soddisfare la loro bramosia di successo, potere e denaro. Perché, è inutile negarlo, «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Come sottolinea il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che ha curato la prefazione al libro di Minari.

Per contrastare la criminalità organizzata, che sia Cosa Nostra, camorra, ‘ndrangheta o altro ancora, è necessario «diminuire la domanda di mafia». Gioco d’azzardo, sostanze stupefacenti, prostituzione, prodotti contraffatti o sottocosto, «sono tutti mercati in crescita che alimentano una mafia del capitale». Al pari dei «molti imprenditori del Nord» che ogni giorno richiedono «i servizi delle mafie»: smaltimento rifiuti, false fatturazioni, manodopera sottocosto, recupero crediti, «aggiudicazione degli appalti pubblici, soldi freschi per prestiti facilitati»… Per contrastare la criminalità organizzata bisogna innanzitutto scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da «ciascuno di noi, senza delegare gli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori». Perché di certo «non diventeremo onesti per decreto legge».

Il libro di Elia Minari, al pari delle inchieste da lui portate avanti con l’ausilio della “squadra” dell’associazione Cortocircuito da lui stesso fondata, è «una beffa per chi ritiene che ciò che può fare ogni singolo cittadino non conti nulla e per chi si adagia in una comoda rassegnazione», come evidenzia Marco Imperato, magistrato, curatore della postfazione a Guardare la mafia negli occhi. Parole forti, potenti e necessarie perché, per quanto sia lodevole, l’operato di Minari non deve essere descritto come “eroico”. Elia Minari non deve diventare un “eroe” non perché non lo meriti, semplicemente il suo esempio deve essere un monito per altre coscienze, un input per il cambiamento civico di ognuno, e non un mezzo per lavarsi la coscienza pensando che tanto ci sono altri designati a cambiare e migliorare la società.

Ciò naturalmente non significa che non debba essere riconosciuta la scelta coraggiosa di Elia Minari e dei suoi colleghi di Cortocircuito. Tutt’altro. Diviene sempre più necessario e importante fare fronte comune contro «le campagne mediatiche che assicurano visibilità ai mafiosi» e, al contempo, ostacolare «la macchina del fango che è pronta a colpire chi denuncia la criminalità organizzata del Nord-Italia» e non solo, purtroppo. Le persone, i cittadini preferiscono fingere di non vedere ciò che accade intorno a loro, anche perché «non sempre si tratta di comportamenti sanzionabili dal punto di vista penale. Per questo motivo sono atteggiamenti ancora più insidiosi», tuttavia non si può davvero credere che la mafia al Nord, come al Centro, non esiste solo perché non si incontrano per strada soggetti che imbracciano la lupara o indossano un gessato. Questo neanche al Sud lo vedi più ormai. Rimanere ancorati a vecchi stereotipi e luoghi comuni è semplicemente un modo per giustificare il diniego del radicamento, palese e conclamato, della criminalità organizzata in tutto il territorio nazionale e anche oltre.

 

Elia Minari negli anni ha accumulato conoscenza ed esperienza eppure il suo approccio al problema che cerca di analizzare e contrastare è rimasto genuino, semplice, come il modo stesso di raccontarlo. Una chiarezza e una semplicità che è propria di chi dice, unicamente, la verità. Se un “semplice” liceale spulciando su internet, in cerca di informazioni per scrivere il suo articolo per il giornalino della scuola, trova dati e nomi che legano imprenditori locali e malavita, da documenti pubblici accessibili online su siti di istituzioni e Prefettura, viene da chiedersi come mai a nessun “professionista” del settore, locale e non, sia mai venuto in mente di farlo. O peggio, se lo ha fatto perché poi quelle informazioni non sono state diffuse.

Notizie che andrebbero diffuse e che invece passano in sordina. «Quasi nessun telegiornale nazionale ne parla» del «maxi-processo» che si sta svolgendo dal 2016 «nell’aula bunker al centro della Pianura Padana», costruita apposta «nel vasto cortile del tribunale di Reggio Emilia».

Convocare i giornalisti, per parlare a un tavolo con i microfoni accesi, «non è più un’esclusiva di politici e vip: anche i mafiosi scalpitano per avere il proprio spazio mediatico». Chi sono i giornalisti che rispondono al loro appello? Perché lo fanno? Perché scelgono di riportare “fedelmente” la loro versione dei fatti? Diventiamo così «vittime inconsapevoli di un depistaggio culturale», frutto della “campagna mediatica” dei clan. Secondo i magistrati, in alcune aree del Nord Italia, c’è stato un «condizionamento dei cittadini e delle loro menti». Parole che pesano, «parole di piombo».

Se il sindaco di Brescello, il paesino noto per i film di Don Camillo e Peppone, afferma pubblicamente che «i cittadini devono avere la possibilità di leggere al bar la Gazzetta dello Sport senza essere disturbati da un giornalista che fa domande sulla mafie» è evidente che il condizionamento mediatico non avviene solo da parte dei mafiosi dichiarati e se i cittadini appoggiano le sue dichiarazioni diventa palese il grande problema civico e sociale cui non si può assolutamente assistere inermi. Tutto ciò è quantomeno sbalorditivo. Come se il vero diritto per i cittadini fosse leggere le notizie sportive e non vivere nella legalità.

Elia Minari in Guardare la mafia negli occhi riporta una interessante descrizione di fatti, dati e testimonianze della situazione reale di vaste aree indicate come lontane ed estranee alla realtà malavitosa del Sud Italia ma che poi tali non sono. Un resoconto altrettanto interessante delle scelte e dei progetti portati avanti da politici e amministratori locali diventati in seguito “nazionali”. Chiamati quindi a governare l’intero Paese dopo aver compiuto determinate scelte in ambito locale.

Quando preti, amministratori locali e cittadini lamentano il “calo d’immagine” del territorio e il “danno al turismo” come conseguenza delle inchieste, delle denunce e dei processi contro il malaffare comprovato allora davvero non si può negare la presenza mafiosa ma neanche l’esistenza di una propaganda mediatica e sociale che ha come «obiettivo principale screditare gli organi dello Stato», in secondo luogo «creare le condizioni per un atteggiamento più morbido nei confronti di questi “giovani imprenditori edili”» che amano definirsi «vittime delle leggi».

Invita il resoconto di Elia Minari alla riflessione sulla provincia italiana, quella distante dai grandi agglomerati urbani, dove non si trova nulla di ciò che c’è nelle grandi città compreso un presidio delle forze dell’ordine. Ed è proprio qui, nella “tranquilla” provincia che la mafia insinua il suo potere tentacolare presentandosi come “degno” sostituto di uno Stato quantomeno distante quando non proprio assente. Molto educativa anche la storia del nonno di Elia, Lino Minari. L’unica vera “favola” che meriterebbe di essere raccontata a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne… di qualunque età. Per contrastare la criminalità mafiosa «non è necessaria la scorta, è sufficiente essere cittadini» e maturare un grande senso civico e civile.

Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa della Rizzoli e l’Associazione Cortocircuito per l’interesse, il materiale e la disponibilità

Disclosure: Fonte tema libro, biografia autore, info sul testo www.rizzoli.eu

LEGGI ANCHE

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Perrone Editore, 2017)

L’Italia infuocata dai rifiuti nel libro-confessione di Gaetano Vassallo (Sperling&Kupfer, 2016)

“Santa Mafia. Da Palermo a Duisburg: sangue, affari, politica e devozione” (Nuovi Mondi Edizioni, 2009). Intervista a Petra Reski

“Sbirritudine” di Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015)

“I giorni della Cagna”, come le mafie si sono prese Roma e l’Italia (Rizzoli, 2016). Intervista a Daniele Autieri


Articolo disponibile anche qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“La forza della necessità. Antologia del radicalismo inglese dei secoli XVIII e XIX” di Mauro Cotone (Rogas Edizioni, 2017)

31 martedì Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Laforzadellanecessita, MauroCotone, Occidente, recensione, RogasEdizioni, saggio

1

forza della necessità

Pubblicato con Rogas Edizioni La forza della necessità di Mauro Cotone si presenta proprio come una classica antologia. Dopo la prefazione, curata Adolfo Noto, e una introduzione al periodo storico il testo è strutturato in capitoli, ognuno dei quali dedicato a un singolo autore. L’idea è quella di ripercorrere, attraverso le singole elaborazioni, il pensiero e i movimenti che hanno portato, più o meno pacificamente, alla nascita del radicalismo sociale. Tesi e proposte che «esulino dall’ambito agrario» e che spazino «dalle esigenze del movimento femminile, fino alla condanna dello schiavismo, per arrivare persino alla semplificazione linguistica».

Leggendo il testo di Cotone si ripercorre mentalmente tutta la storia delle travagliate lotte, giurisdizionali e sociali, combattute dalle popolazioni per vedere riconosciuti i propri diritti. I medesimi che oggi, purtroppo, vengono dati per scontati, accantonati o non giustamente considerati.

La forza della necessità, pur trattando argomenti che facilmente possono risultare tediosi o ostici per il grande pubblico, risulta ben strutturato, chiaro e interessante. In diversi punti la narrazione si fa talmente sublime che il lettore quasi dimentica di stare leggendo. Gli sembra di trovarsi in un’aula accademica e di stare ascoltando una lezione o una conferenza sul tema dello «sviluppo di alcune linee di pensiero politico che cominceranno così a definirsi e a essere definite ‘democratiche’».

2

Articolo originale qui

 

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Gli impostori. Inchiesta sul potere” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2017)

25 mercoledì Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

EmilianoFittipaldi, Feltrinelli, GliImpostori, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

Che fine ha fatto Emanuela Orlandi dopo la sua scomparsa il 22 giugno 1983? Chi comanda davvero al Comune di Roma? Qual è la vera storia del “Giglio magico” di Matteo Renzi?

Tre quesiti semplici, chiari, necessari. È da questi che parte l’idea del nuovo saggio di Emiliano Fittipaldi, Gli impostori. Inchiesta sul potere, uscito in prima edizione con Feltrinelli a settembre 2017. Ed è sempre da queste domande che sono partite le inchieste portate avanti dall’autore, descritte passo passo nel testo.

Ma chi sono gli impostori di cui si parla nel libro? Sono coloro che «attraverso menzogne, occultamenti e propaganda sfacciata si presentano alla gente diversamente da come sono in realtà». Impostori sono i preti pedofili. Impostori sono quei politici che «dicono di aiutare gli ultimi e poi fanno il contrario, tagliando le tasse ai ricchi». Compito dei giornalisti è raccontare la verità smontando menzogne occultamenti e propaganda.

Fittipaldi si sofferma spesso nella descrizione dell’iter seguito nella fase investigativa delle sue inchieste e sembra farlo non tanto per dare fondatezza alle stesse, basata piuttosto sui dati e sui risultati, quanto per dimostrare che chiunque (giornalisti, investigatori, cittadini…) in realtà, volendo, lo potrebbe fare, almeno nella parte di ricerca da fonti pubbliche. In teoria quindi se tanti cronisti non fossero così “pigri” avremo migliaia di inchieste come quelle portate avanti dall’autore e dai pochi “investigatori” come lui. Non è impossibile e neanche tanto complicato ma ci vuole determinazione correttezza coraggio. Qualità che, purtroppo, sembrano scarseggiare nel mainstream della comunicazione e non solo.

Un altro punto su cui l’autore ritorna spesso è lo scarso clamore mediatico e il freddo interesse del pubblico alle sue rivelazioni e scoperte. E lo fa non perché sia in cerca di gloria ma per tentare di capirne le motivazioni. Che ci sia tra il pubblico italiano una preoccupante assuefazione allo scandalo e alla corruzione? Che queste notizie in qualche modo “disturbino” non solo i diretti interessati ma anche il pubblico che, quasi quasi, ne farebbe volentieri a meno per meglio concentrarsi su partite di calcio, trash tv e gossip vario?

Ma il compito del giornalista va ben oltre quello delle pubbliche relazioni, come ricordano anche le citazioni con le quali Gli impostori si apre al lettore e che rendono molto bene l’idea di cosa ci si deve o ci si debba aspettare leggendo testi che raccolgono il frutto di inchieste giornalistiche. Saggi che, come dimostrano le parole stesse di Fittipaldi, non servono solo come fonte di informazione fungendo anche da archivio di dati e fatti che possono tornare utili nel tempo.

Gli impostori è strutturato in tre distinte parti: Emanuela, Raggirati, Il Giglio nero. Tutte centrate sullo scopo prefissosi da Fittipaldi, ovvero «alzare i tappeti in cerca di polvere e notizie insabbiate» per riuscire così a misurare «la distanza tra quanto promesso dai poteri di turno e quanto poi realizzato». Ovvero, in altre parole, «misurare lo spread tra la propaganda delle parole e la durezza dei fatti». Nel caso dell’analisi della scomparsa di Emanuela Orlandi si va oltre con il tentativo non solo di capire chi e perché c’è dietro questa vicenda ma anche la volontà di scoprire cosa effettivamente sia accaduto e a quale destino sia poi andata incontro questa giovane ragazza.

Più volte si è cercato di ostacolare o di fermare il lavoro di Emiliano Fittipaldi, anche per via giudiziaria. Leggendo i suoi reportage se ne evince con chiarezza il perché. Fittipaldi non sembra lasciarsi influenzare dalla cultura dominante o dai luoghi comuni, né condizionare dal flusso di notizie e/o opinioni in merito all’argomento trattato… egli basa le sue elaborazioni sui fatti, sui dati e sulle fonti certe. Una vera seccatura insomma per chi vorrebbe che quelle informazioni non venissero mai diffuse.

Gli impostori. Inchiesta sul potere di Emiliano Fittipaldi conta oltre duecento pagine ma si legge quasi tutto d’un fiato, con bramosia, con “famelica” sete di conoscenza. Determinato corretto coraggioso. Insomma un libro necessario.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Feltrinelli Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte tema libro e biografia autore www.feltrinellieditore.it

LEGGI ANCHE

“Avarizia” di Emiliano Fittipaldi (Feltrinelli, 2015). Intervista all’autore

La macchina della corruzione a Roma alla vigilia delle elezioni comunali. “E io Pago” (Chiarelettere, 2016). Intervista agli autori

“L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia” di Davide Vecchi (Chiarelettere, 2014)

“I panni sporchi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del Pd” (Chiarelettere, 2014). Intervista a Stefano Santachiara

“La Repubblica del selfie. Dalla meglio gioventù a Matteo Renzi” di Marco Damilano (Rizzoli, 2015)

Il giornalismo d’inchiesta: aspetti e conseguenze. Intervista a Stefano Santachiara

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

“Grande Raccordo Criminale” di Bulfon e Orsatti (Imprimatur, 2014)

“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016)

Articolo disponibile anche qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea)

07 sabato Ott 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Ilcollassodellamodernizzazione, Mimesis, monocolooccidentale, NWO, Occidente, ordinemondiale, Oriente, recensione, RobertKurz, saggio, SamueleCerea

Gli effetti collaterali involontari del moderno «sistema della merce», durante la sua «fase storica ascendente», hanno eclissato per molto tempo «la sua natura negativa». Si è preferito vederne solo gli aspetti positivi al punto che le crisi apparivano, o volevano essere interpretate, come mere «interruzioni nel suo processo di ascesa» e considerate sempre «superabili in linea di principio». A cosa ha condotto questo atteggiamento protratto e diffuso è sotto gli occhi di tutti.

Mimesis editore propone quest’anno, nella versione tradotta dal tedesco e curata da Samuele Cerea, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz. Libro uscito per Eichborn Verlag nel 1991 e, per certi versi, terribilmente profetico.

Scrive infatti l’autore, ventisei anni fa, che se pure la crisi del sistema della merce non dovesse superare i limiti che ha finora raggiunto, «il subsistema occidentale non potrebbe sopravvivere al collasso globale». In alcune regioni dell’Asia, in Arabia e nel Nordafrica la reislamizzazione si è trasformata «nel surrogato di un’ideologia militante, diretta contro l’Occidente», che così sta alimentando «un becchino di tipo nuovo, privo di obiettivi trascendenti ma pronto a tutto».

Un estremismo che diventa «brodo di coltura per iniziative violente e suicide» che potrebbero diventare, e in realtà lo sono poi diventate, «aggressioni militari disperate su grande scala contro i centri del mercato mondiale». Un fondamentalismo islamico accomunato solo dal nome all’antica cultura islamica premoderna che mostra e ha mostrato per certo tratti barbarici ma che «non sono certamente più barbarici delle pretese che i signori ‘civilizzati’ delle istituzioni finanziarie internazionali avanzano, senza battere ciglio, nei confronti di una parte sempre maggiore dell’umanità».

Un saggio, quello di Kurz, che fa rabbrividire il lettore e, al contempo, gli permette di comprendere i motivi reali per cui il filosofo tedesco, «assai poco incline ai compromessi» non poteva che «suscitare forti reazioni di amore e odio» nella comunità intellettuale internazionale, in quella economica e anche nel pubblico raramente incline ad accettare e metabolizzare il catastrofismo insito in alcuni ragionamenti, come quelli portati avanti da Kurz, anche e soprattutto quando corrispondono a realtà e verità.

Il collasso della modernizzazione è fuor di dubbio, come sottolinea Samuele Cerea nell’introduzione al libro, «un’analisi radicale e spietata della società capitalistica», ma lo è altrettanto del socialismo di Stato essendo «la differenza tra le forme dell’economia di mercato e quella dell’economia pianificata solo relativa». La loro base comune è il lavoro o, per meglio dire, «il lavoro astratto, cioè l’attività umana assoggettata all’automovimento del denaro».

Certamente è stato «un grossolano errore interpretare il tracollo storicamente asincrono dei paesi del socialismo di Stato e dei paesi del Terzo mondo come la prova di superiorità dell’Occidente, cioè dell’avanguardia storica del capitalismo globale, e del suo modello». Che poi è esattamente ciò che si voluto credere in tutti questi anni e allora non si può non chiedersi, insieme al curatore, fino a che punto «l’opinione pubblica, gli intellettuali, i media, ma soprattutto l’establishment politico ed economico» siano consapevoli «della catastrofe che incombe su di una società globale che sembra fare acqua da tutte le parti».

Per Kurz l’Occidente è stato un «bizzarro trionfatore» frastornato dalla «sua stessa superiorità e dalle conseguenze del proprio trionfo». Questa vanagloria la si può facilmente ritrovare nella mancata oculatezza nell’analisi delle conseguenze della «crisi particolare del sistema perdente» che poteva, e in effetti lo ha fatto, innestare una «crisi globale in grado di minacciare anche il presunto vincitore».

Molto interessante risulta per il lettore la descrizione fatta da Kurz del paradosso insito quanto ignorato delle moderne economie. La produzione non è finalizzata al consumo personale ma a un «mercato anonimo» e il senso del processo non è la soddisfazione delle necessità concrete ma «la metamorfosi del lavoro in denaro (salario o profitto)». E così accade che «l’astratto interesse monetario» spinge ogni produttore verso quei prodotti e quelle forme produttive che gli garantiscono il massimo guadagno, nel modo più rapido e diretto, «a dispetto dei contenuti e delle conseguenze, per quanto deprecabili». Senonché lo stesso produttore «nel suo alter ego di consumatore» manifesta l’interesse precisamente opposto. Insomma, peggio di un cane che morde la sua stessa coda perché la ragione di tutto ciò è solamente il denaro.

Produttori e consumatori «si sfidano l’un l’altro in un confronto perpetuo», con il risultato che «ciascun produttore tende a tutti gli altri delle trappole» in cui tutti e ciascuno «finiscono invariabilmente per cadere a causa dell’universalità del legame sociale».

L’Occidente – «che è ormai entrato nella sua fase di crisi» – e l’Est – «che si è convertito a discepolo della logica capitalistica della concorrenza dopo il suo tracollo» – alla fine «si ingannano vicendevolmente». L’Est guarda di continuo al «passato splendore» mentre l’Occidente attende il suo definitivo tracollo per poter fruire di «nuovi mercati che però esistono solo nella sua fantasia» e lo stesso accade per le «centinaia di milioni di individui in Africa». Ciò che tutti sembrano dimenticare e che Kurz invece sottolinea è che «necessità concrete e aspirazioni umane non possono generare nessun mercato», ossia alcun potere di acquisto produttivo. Quest’ultimo infatti nasce solo dallo «sfruttamento di forza-lavoro umana in forma aziendale» e per giunta a un livello «conforme allo standard mondiale di produttività».

Il Terzo mondo, che ha già quasi «ultimato la sua fase di collasso», rappresenta per Kurz «il modello autentico della ‘modernizzazione di recupero‘». Le strutture interne della modernizzazione del Terzo mondo e quelle dei paesi del socialismo reale «si dimostrano, a posteriori, sorprendentemente affini». Soprattutto se si fa «astrazione dai camuffamenti ideologici e politici». A posteriori sembrano essersene accorti anche «gli istituti di credito internazionali, allineati all’economia di mercato occidentale», come la Banca mondiale o il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ovvero «i principali creditori delle economie del collasso». Tuttavia anche qui, come per le nuove riforme di mercato nei paesi dell’Est, «la causa viene scambiata con l’effetto».

Il FMI, la Banca mondiale e gli altri grandi creditori occidentali stanno «spingendo da tempo il Terzo mondo verso la destabilizzazione interna, sociale e politica». Cosicché «controreazioni violente, per quanto parossistiche e insensate, saranno inevitabili». La Storia recente e contemporanea ha dimostrato, purtroppo, la veridicità di queste affermazioni. Per la massa crescente degli «esclusi», la «barbarie ‘ufficiale’ del denaro» appare ancor «più soggettivamente terrificante dell’aperto dominio della mafia».

Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale di Robert Kurz, nella versione in italiano curata da Samuele Cerea è un saggio da leggere assolutamente.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mimesis per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Fonte biografia autori e tema del saggio www.mimesisedizioni.it

LEGGI ANCHE

La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa

“Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

Primo Maggio: Festa dei lavoratori o del lavoro?

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016)

Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

“Monasteri del Terzi Millennio” di Maurizio Pallante (Edizioni Lindau, 2014)

Articolo disponibile anche qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Le sfide all’ordine mondiale: “Il ritorno delle tribù” di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017)

16 domenica Lug 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Califfo, flussimigratori, Ilritornodelletribu, immigrazione, jihad, MaurizioMolinari, migranti, monocolooccidentale, NWO, ordinemondiale, recensione, Rizzoli, romanzo, saggio, Terrorismo

Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.

Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.

Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.

Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.

LEGGI ANCHE – La nascita dei ‘mostri’ del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016)

Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?

LEGGI ANCHE – Gli errori occidentali contro il terrorismo islamista. Intervista a Franco Cardini

La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.

LEGGI ANCHE – “Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione” di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna (Editori Laterza, 2016)

La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».

Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo.

I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017)

09 domenica Lug 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

AntonioNicaso, Lingannodellamafia, mafia, NicolaGratteri, RaiEri, recensione, romanzo, saggio

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Se lo chiedono gli stessi autori, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, de L’inganno della mafia. Quando i criminali diventano eroi, edito da RaiEri, «che cosa deve succedere che non sia già successo per voltare pagina e combattere seriamente un’organizzazione criminale che condiziona la crescita e lo sviluppo del nostro Paese». Un’organizzazione criminale la cui storia, fondata su miti e personaggi leggendari, in realtà «è fatta di continue trattative con lo Stato». Quello Stato di cui siamo tutti parte che «quando poteva sferrare il colpo decisivo, si è sempre tirato indietro». Ed è da questo che bisogna partire per creare una coscienza e una cultura che sia veramente in grado di ostacolare e magari anche sconfiggere questa rete criminale fatta di mafiosi certo ma anche di politici corrotti e collusi, di amministratori accondiscendenti, di professionisti che prestano nome e quant’altro possa servire a riempire tasche e portafoglio perché, ed è inutile negarlo, «senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo».

LEGGI ANCHE – La macchina della corruzione a Roma alla vigilia delle elezioni comunali

Perché è l’idea di un Paese e di un popolo veramente libero dalle catene di corruzione e concussione che non deve mai essere abbandonata, anche ora che più di ogni altro periodo si vuole continuare a far passare l’idea che la mafia sia una rete inestricabile, una piovra inestirpabile, che gli impavidi cavalieri solitari votati a combatterla sono destinati a soccombere… Visioni stereotipate e contraffatte la cui diffusione sui network e sui media nazionali crea più danni che benefici. Libri e produzioni televisive che finiscono col rappresentare i mafiosi come degli eroi, protagonisti di vicende nelle quali sono non solo i protagonisti ma i vincitori finendo col diventare gli idoli dei ragazzi delle periferie come dei figli della nuova borghesia. Insistono molto su questo aspetto, pericolosamente sottovalutato o volutamente diffuso, Gratteri e Nicaso, sottolineando l’importanza culturale delle famiglie, dello Stato e delle scuole per evitare che tanti giovani italiani diventino emuli di Genny Savastano (personaggio della serie televisiva Gomorra) o altri, incapaci fino in fondo di distinguere tra il bene e il male, tra realtà e finzione.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Uno dei videogiochi più diffusi si chiama Mafia III e vince chi riesce, con ogni mezzo e senza scrupoli, la scalata nella “famiglia” mafiosa. Libertà di stampa, libertà d’espressione, libertà di opinione… ci sta tutto ma non si riesce proprio a fare a meno di chiedersi perché sia stata autorizzata la vendita di questa tipologia di prodotto, destinata anche ai minori, in un Paese che in teoria ha, o dovrebbe avere, tra i primi punti in Agenda la lotta alle mafie. La lotta non la scalata.

«Solo la cultura, le competenze, oltre alla famiglia, possono dare ai giovani la possibilità di non cadere nelle “tentazioni” del malaffare», la capacità di comprendere che «le “scorciatoie”, siano esse economiche o professionali, hanno sempre “un padrone” che prima o poi chiede il conto». Far capire ai giovani, ma anche a tutti gli altri cittadini e cittadine, che «passerelle, eventi spot e manifestazioni ludiche servono solo a far perdere agli studenti un giorno di scuola». Che è doveroso ricordare le vittime ma con azioni diverse non con retorica e luoghi comuni, parole dette su un palco dell’ennesima cerimonia a cui sono invitati a partecipare tutti, anche coloro che si dovrebbero combattere.

LEGGI ANCHE – “Grande Raccordo Criminale” intervista a Floriana Bulfon e Pietro Orsatti

Stato, politici, amministratori, Scuola, dirigenti, docenti, famiglie… tutti sono tenuti a dare il buon esempio perché «i mafiosi hanno più paura dei maestri elementari che delle manette». Partendo dal sistema scolastico, gli autori suggeriscono misure concrete da porre in essere affinché vero cambiamento sia:

  •          Reale meritocrazia.
  •          Eliminazione dei baronati universitari.
  •          Reale sostegno alla ricerca.
  •          Bonifica dell’ambiente accademico e scolastico dalle clientele.

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L'inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso

Perché «la conoscenza aiuta a fare scelte consapevoli», a decidere da che parte stare. E la gente consapevole «sa come esercitare il diritto-dovere del voto, sa distinguere chi progetta politiche di cambiamento e chi millanta promesse». Perché è necessario formare dei cittadini in grado di discernere informazione e disinformazione, con una cultura che dia loro la capacità di compiere scelte libere, indipendenti, coraggiose.

Alcuni sostengono che «l’arte e la fiction non debbano avere un ruolo pedagogico». E sia ma non si può certo ignorare il fatto che «la spettacolarizzazione del mondo criminale» in atto rischia di essere davvero molto pericolosa. Principalmente se si considera che le mafie «sono state protette e utilizzate dal potere politico ed economico» e maggiormente fino a quando la politica non deciderà di «affrontare la mafia. Soprattutto al suo interno».

Un libro interessante, L’inganno della mafia di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, ben strutturato e che senza tanti giri di parole mette nero su bianco tanti aspetti volutamente e indebitamente ignorati dalla politica e dai media. Un libro che è l’esempio tangibile dei suggerimenti dati. «Le mafie sono fenomeni complessi e per comprenderli non bisogna limitarsi a guardare qualche film. Nelle scuole bisognerebbe promuovere sistematicamente la lettura critica dei media e non solo in occasione di progetti estemporanei». Perché lo scopo della scuola oggi non può ridursi al mero indottrinamento, deve essere e diventare il luogo in cui si formano i nuovi cittadini, ai quali sono stati forniti tutti gli strumenti necessari allo sviluppo di un indispensabile spirito critico che consenta e garantisca loro la possibilità e la volontà di compiere scelte in piena autonomia, una vasta cultura tale da renderli in grado di comprendere, selezionare e valutare le informazioni e tutti gli input esterni ricevuti, la capacità di discernere le notizie vere dalle false, l’informazione corretta dalla disinformazione strumentale.

Articolo originale qui

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Sostieni le Attività di Ricerca e Studio di Irma Loredana Galgano

Translate:

Articoli recenti

  • Joana Salém Vasconcelos, Il soldato e il professore
  • La guerra tra Stati Uniti e Russia passa ancora attraverso Cuba
  • Testo, immagini e cultura nella fotografia siciliana del Novecento raccontata da Monica Maffioli
  • Palestina vs Israele: la scrittura è il mezzo per restare umani o per contrastare i culti della morte?
  • Le metamorfosi di Trieste sono davvero un laboratorio per la storia e un monito per il futuro?

Archivi

Categorie

  • Articoli
  • Interviste
  • Pubblicazioni Scientifiche
  • Recensioni

Meta

  • Accedi
  • Feed dei contenuti
  • Feed dei commenti
  • WordPress.org

Proudly powered by WordPress

Questo sito utilizza i cookie per migliorarne l'esperienza d'uso. Continuando la navigazione l'utente ne accetta l'uso in conformità con le nostre linee guida.