• Bio
  • Contatti
  • Curriculum

Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

Archivi tag: saggio

Il ‘trumpismo’ decreterà la fine della più ‘grande’ democrazia occidentale? “TRUMPLAND” di Luca Celada (manifestolibri, 2018)

30 mercoledì Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

LucaCelada, manifestolibri, monocolooccidentale, NWO, Occidente, recensione, saggio, TRUMPLAND

 

Stando a quanto scrive Luca Celada in TRUMPLAND. Scheletri e fantasmi dell’America nazional-populista, edito da manifestolibri, il rischio di vedere l’inabissamento della democrazia americana c’è ed è anche molto alto. Il ‘trumpismo’ imporrà «una necessaria resa dei conti? O è semplicemente il prologo al degrado definitivo, all’inferno hobbesiano che anticipa secoli bui di un declino oscurantista?». Celada teme che ciò possa riguardare non solo l’America ma l’Occidente intero con ripercussioni sull’intero pianeta.

L’autore sembra dimenticare però che, per la gran parte degli abitanti del pianeta, questo “buio” così temuto per l’Occidente è realtà da secoli ormai. Per tutto il tempo che è servito allo stesso Occidente a cercare di convincere tutti che il libero mercato, incluso quello finanziario, avrebbe rappresentato la crescita estrema del pianeta. Una folle corsa verso il tanto agognato benessere che sta involvendo e rapidamente anche in una rovinosa caduta libera verso la distruzione, l’autodistruzione. Il presidente degli Stati Uniti viene indicato come un problema e, per tanti versi, lo è ma il nocciolo fondamentale è che non si riesce a vedere oltre, a guardare a un mondo che sia profondamente e realmente diverso, che non sia per intenderci neoliberista, capitalista, lobbista e finanziario.

Il dilemma americano, sottolinea Celada, è in gran parte quello di tutto l’Occidente, «e coincide con quello delle sinistre, che ovunque stentano a trovare una risposta adeguata alla crisi del tardo neoliberismo». Invece di dedicare ogni energia e ogni strumento a disposizione per risolvere questo vero problema le sinistre, in America come in Europa, rifiutano finanche di ammettere le sconfitte elettorali, la constatazione di essersi staccate dalla realtà nella quale vive il popolo che loro amano sempre più chiamare semplicemente “elettorato”.

È vero, come sostiene Celada in TRUMPLAND, che i proclami del presidente non servono, ma altrettanto inutili sono le ideologie e fors’anche le idee laddove non trovano la concretizzazione in leggi e provvedimenti efficaci. L’amministrazione Obama che tanto viene osannata e giudicata tra le migliori, e forse lo è anche stata, ha comunque continuato a siglare accordi esteri per la fornitura di armi e materiale bellico e la tanto declamata riforma sanitaria continuava a lasciare senza copertura sanitaria decine di migliaia di cittadini americani e, anche per coloro che rientravano nell’assistenza, le coperture erano risicole. “Meglio di niente” si potrebbe obiettare. Anche se lo spirito migliore sarebbe non di scegliere il male minore ma chiedere a gran voce il giusto. Il punto piuttosto è un altro: gli americani abbienti sono disposti ad accollarsi questi oneri? Il risultato elettorale delle presidenziali del 2016 parlano abbastanza chiaro.

Angelo Mincuzzi, autore insieme a Hervé Falciani de La cassaforte degli evasori (Chiarelettere, 2015), in un’intervista ha dichiarato: “tra i documenti della banca risulta chiaramente come i clienti della HSBC preferissero perdere i soldi in operazioni finanziarie sbagliate, a volte anche venire truffati dai gestori, ma la cosa che non volevano assolutamente era pagare le tasse su quei soldi”. Pagare le tasse equivale a contribuire a sostenere il welfare. E loro non lo vogliono fare.
È vero che la presidenza Trump l’ha strappata per i voti dei grandi elettori ma lo è anche che quasi 63milioni di americani hanno scelto di votare per lui. E non sono certo pochi.

Se almeno, in tutti questi anni, la gran parte dei media e dei giornalisti non si fossero, al pari di governi e amministratori, piegati ai diktat del mercato e della finanza forse non si sarebbe mai arrivati al punto in cui invece si è rovinosamente giunti.
La domanda da porsi è: “in che percentuale media e stampa raccontano e hanno raccontato la verità, sempre e comunque?”

Nel suo documentario, omonimo del libro di Celada, Micheal Moore sostiene che «ogni dipendente licenziato, anonimo, dimenticato, che fa parte della cosiddetta classe media, ama Trump. Lui è il cocktail umano esplosivo che loro stavano aspettando. La bomba a mano umana che potevano tirare legalmente sul sistema che gli aveva rubato la vita». Chi li ha portati a questo livello di rabbia e disperazione?

Elencare i difetti e gli errori di Trump serve fino a un certo punto. Se i media americani, per esempio, avessero sempre raccontato la verità invece di portarlo a diventare una star amata dal pubblico per i suoi già improbabili programmi forse il popolo americano non avrebbe preso così tanto sul serio la sua candidatura alle presidenziali. Troppo spesso e per troppo tempo i cronisti, di tutto l’Occidente, sono stati al servizio degli “stregoni della notizia” e quindi ogni loro allontanamento da questa “retta” linea viene automaticamente vissuto come una sorta di tradimento anche dallo stesso presidente americano il quale, «sparando a zero dalla postazione Twitter della Casa Bianca sulle riviste che gli negano la copertina di uomo dell’anno, chiedendo la chiusura di network, declassando l’intera categoria dei giornalisti a “nemici della patria”», in fondo non fa che manifestare il suo stupore. Quante copertine e quante apologie gli hanno dedicato osannando le sue doti di imprenditore e uomo d’affari e celando tutto il resto? Relazioni e amicizie che naturalmente continua a coltivare anche ora che è diventato presidente.

Per Celada l’America ancora non si capacita di ciò che è accaduto ma stiamo parlando di un Paese davvero “grande”, immenso, vasto e per comprendere gli americani non bisogna seguire l’informazione da format o da spot che viene propinata al pubblico mondiale in tutte le salse. Il Paese più democratico e liberale che esista al mondo. No, la vera America e la sua reale popolazione è quella che sta dietro le telecamere, lontano dai riflettori, “nascosta” e disseminata lungo un vastissimo territorio conquistato e dominato proprio in nome del tanto caro a Trump imperativo o mantra come dir si voglia che vede e vuole la supremazia assoluta e incondizionata dei bianchi su tutte le altre etnie.

Luca Celada non disdegna di sottolineare più volte all’interno del libro la sua consapevolezza che il neo presidente americano, la first family e le loro azioni rappresentano e incarnano, per certi versi, il male assoluto per l’America certo ma anche per l’intero pianeta. Ciò che realmente sorprende il lettore non è il resoconto dettagliato delle azioni di Trump, prevedibili e già note per chi sceglie di informarsi comunque e diversamente, bensì il fatto che l’autore, corrispondente Rai a Los Angeles per 20 anni e inviato per «Il Manifesto» abbia dovuto scrivere un libro e pubblicarlo con una casa editrice indipendente per raccontarle.

TRUMPLAND di Luca Celada è scritto con un ritmo serrato, come se l’autore avesse dovuto faticare per riuscire a far rientrare tutto quello che riteneva necessario scrivere e che, per questo, abbia dovuto “aumentare la velocità”. Lo stile è deciso. Celada voleva chiaramente che al lettore arrivasse in modo inequivocabile il messaggio e le informazioni che intendeva divulgare.


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

 È la fine del ‘sogno americano’? “Trump” di Sergio Romano (Longanesi, 2017) 

Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 

In Terra Santa regnerà per sempre la guerra? 

Guerra alle fake news o retorica e propaganda? 

“Sono i deboli le prime vittime dell’evasione fiscale”. Intervista a Angelo Mincuzzi 

“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018)

22 martedì Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Giunti, GiuseppeLavenia, Ledipendenzetecnologiche, recensione, Rete, saggio

Quasi metà della popolazione mondiale utilizza internet. In Italia le connessioni da dispositivi mobili sono 80 milioni, pari al 134% della popolazione (stimata in quasi 60 milioni di persone), nella misura in cui in tanti dispongono di più dispositivi legati al medesimo account. È bene allora, e anche doveroso per certi punti di vista, rendersi conto di quanti accedono a esso, per quanto tempo e finalizzato a che cosa.

E questo è esattamente lo scopo della ricerca condotta da Giuseppe Lavenia e che ha portato alla scrittura di Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura, edito da Giunti a gennaio 2018. Un saggio sulle potenzialità del cervello umano e delle tecnologiche, sull’uso di entrambi ma, soprattutto, sull’abuso nell’utilizzo della Rete e sulle sue patologiche e deleterie conseguenze.

L’immensa diffusione di internet può considerarsi a tutti gli effetti un fenomeno di massa che si estende a tutti i Paesi e «diviene realmente globale, coinvolgendo la popolazione mondiale al di là delle differenze di genere, razza, etnia, ceto, religione». Una vera e propria rivoluzione con tantissime sfaccettature positive, come sottolinea lo stesso Lavenia nel testo, ma che rischia di diventare un boomerang allorquando soprattutto, ma non in via esclusiva, per i “giovani adulti” l’uso del proprio smartphone è «diventato così essenziale da richiedere di controllarlo e utilizzarlo in qualsiasi momento». Una dipendenza. Ecco di cosa si tratta. Una patologia che colpisce sempre più persone e che ha sintomi, devianze e livelli di gravità molteplici.

Il linguaggio di internet è interattivo e ipertestuale, le comunicazioni sono veloci, velocissime, garantiscono facilmente l’anonimato e regalano ai produttori come anche agli stessi fruitori un tanto benefico quanto ambiguo «senso di infinitezza». La Rete ma soprattuto i social creano con una certa semplicità ciò di cui l’utente come persona ha sempre bisogno, ovvero un «supporto sociale», una rete fatta di esseri umani questa volta che gli danno il supporto cercato con like, commenti, emoticon, messaggi… Tutto ciò “fa stare bene” nell’immediato ma quanto è reale? E quanto invece è effimero e magari anche controproducente?

Navigando in internet attraverso computer, tablet o smartphone si compiono azioni ed esperienze sensoriali limitate che danno una percezione alterata della realtà, quella vera non virtuale. Si possono addirittura creare dei personaggi, gli avatar, che sono versioni edulcorate e autocelebrative di se stessi, modellate sugli ideali cui si fa riferimento oppure sui modelli che si pensa gli altri vorrebbero vedere. Solamente che spesso si finisce con l’identificarsi in tutto e per tutto con l’avatar, staccandosi dalla vita vera. La dipendenza da MUD o giochi di ruoli online può portare a quel fenomeno definito hikikomori, in base al quale i giovani «di fronte a molteplici disagi della crescita, al fenomeno del bullismo e della competizione imposta dalla società impiegano la modalità della fuga nella tecnologia».

Fenomeno pericolosamente in crescita, anche in Italia, come il blue whale, il «modello manipolatorio di gruppo» che, seguendo un preciso «iter di manipolazioni e sottomissione», mette progressivamente a repentaglio la vita della vittima. Processo per certo agevolato dal «meccanismo di condivisione virtuale» che «potenzia l’effetto di distacco dal mondo reale».

La gran parte delle patologie comunque, sottolinea Lavenia, sono presenti anche nella vita offline, solo che con internet divengono di più facile accesso e perciò più diffuse:

Sovraccarico cognitivo
Gioco d’azzardo
Trading
Shopping convulsivo
Porno-dipendenza

Si assiste sempre più di frequente a manifestazioni più o meno gravi di nomofobia, ovvero di paura di rimanere fuori dalla connessione mobile e questi sono atteggiamenti che non possono e non devono essere minimizzati. Piuttosto è necessario provvedere a una corretta prevenzione e una tempestiva diagnosi. Ed è in questa fase che il libro di Lavenia diventa ancora più tecnico, con la descrizione analitica dei sintomi dei vari disturbi e patologie come anche degli strumenti di valutazione, in particolare i test, e dei protocolli di intervento, rimanendo al contempo utile e accessibile.

Nonostante i molteplici aspetti tecnici, Le dipendenze tecnologiche permane un saggio interessante e di facile comprensione anche per un lettore comune. Una lettura piena di informazioni teoriche ma soprattutto pratiche, con esempi concreti che agevolano l’immissione o meglio la re-immissione di problemi seri nel contesto della vera vera, reale. Perché è proprio questo il punto su cui invita a riflettere il saggio di Giuseppe Lavenia. Per quanto possano essere virtuali le realtà create e usate online ricadono inevitabilmente in quella che è la vita reale, offline. Sembra un’affermazione ovvia ma poi, guardando i numeri delle ricerche, non lo è, come il testo di Lavenia può sembrare il resoconto su un argomento di cui tanto, forse troppo, si parla ma ci si rende conto fin dalle prime pagine che non lo è, nell’impostazione come nel contenuto. Un libro necessario ecco cosa in realtà è. Assolutamente da leggere.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giunti Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografie e trama libro www.giunti.it



LEGGI ANCHE 

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016) 

Cosa accadrebbe se la Rete fosse distrutta? “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni (Galaad, 2017) 

Come difendersi dall’odio online? 

Cosa accade ai nostri studenti? Dal cyberbullismo al sexting, allarme web nelle scuole 

La memoria troppo condivisa dei social network: i like diventano surrogato della realtà. Quando la filter bubble la creiamo noi, a quale prezzo e ai beneficio di chi? 

“Come scrivono gli adolescenti. Un’indagine sulla scrittura scolastica e sulla didattica della scrittura” di Boscolo e Zuin (ilMulino, 2015) 

Stampa di Palazzo e fake news. Fermare gli “Stregoni della notizia”. Intervista a Marcello Foa 

Che futuro ha una società che non investe sulle nuove generazioni? “La parola ai giovani” di Umberto Galimberti (Feltrinelli Editore, 2018) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Less is more. Sull’arte di non avere niente” di Salvatore La Porta (il Saggiatore, 2018)

09 mercoledì Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

IlSaggiatore, Lessismore, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio, SalvatoreLaPorta

La casa editrice ilSaggiatore pubblica quest’anno Less is more, il libro sull’arte di non avere niente che Salvatore La Porta ha non scritto, come sottolinea lui stesso nella conclusione. Per scrivere realmente un libro su questa grande arte l’autore avrebbe dovuto ‘tediare’ il lettore con un, per fortuna, lungo elenco di esempi, dati e citazioni. Avrebbe dovuto raccontare di questa arte praticata «principalmente da chi non ha alcuna visibilità»e, sparso in tutte le parti del mondo, «spende quel poco che possiede per seguire le proprie idee».

Avrebbe certamente potuto La Porta scrivere un testo del genere. Se lo avesse fatto però si sarebbe trattato soltanto della «ennesima trappola». Il lettore avrebbe avuto l’illusione di non avere più nulla da imparare riguardo questo argomento. Avrebbe perso «la coscienza della propria ignoranza», presupposto fondamentale affinché ci si faccia «ammaliare dal demone della ricerca».

Questo il motivo per cui l’autore non ha scritto il libro che avrebbe dovuto dando vita invece a un saggio che potrebbe essere definito esplorativo di un argomento per certi versi ancora troppo ostico per gran parte della collettività, convinta che la felicità vada inseguita nell’ultimo modello di smartphone o console per giochi, nell’autovettura più high tech si possa immagine o nella vacanza più glam possa essere concepita. La Porta si chiede però il perché del fatto che più le persone accumulino beni, averi, proprietà, legami, posizioni, impegni e quant’altro è più siano infelici, insoddisfatti, inappagati e stressati. È evidente a tutti allora che c’è in questo meccanismo una perversione di fondo che ingenera malessere proprio laddove promette il tanto agognato benessere.

Le persone continuano ad accumulare beni, averi e oggetti vari e ogni qual volta ultimano un acquisto vengono pervasi da una strana sensazione di vuoto, di incompletezza, come avessero dimenticato qualcosa, di comprare altro che, forse, li avrebbe fatti sentire più soddisfatti e così non si vede l’ora di ritornare al centro commerciale, che incarna alla perfezione questo meccanismo-mito del consumismo. Così nel tentativo di trovare finalmente quello che manca per terminare «il nostro ritratto», non ci rendiamo che, «come pittori inesperti che tornano continuamente su di un quadro, lo stiamo opprimendo di pennellate fino a renderlo inguardabile».

Solo che non si parla di un ‘semplice’ ritratto bensì della nostra stessa identità sempre più oppressa da tutto ciò che compriamo e accumuliamo. Al punto che in tanti, in troppi, arrivano a legare e far dipendere la propria autostima dal possedere o meno un determinato bene di consumo che può essere un paio di sneakers o uno smartphone.

Dalla mitologia greca ai poeti maledetti, dai miti della Letteratura americana alla cultura degli hippy, passando dal racconto di storie vere più o meno contemporanee Salvatore La Porta analizza l’arte di non avere niente, la ricerca e la rinuncia, i punti d’incontro e quelli di divergenza tra coloro che hanno coraggiosamente scelto di vivere fino in fondo il sogno della libertà: dai legami, dagli averi, dalle aspettative… ovvero dall’esoscheletro costruito, a strati sempre più spessi, e modellato su ogni persona dalla società, dai legami, dagli averi appunto. Da tutto quello definisce e inquadra ogni persona nella società facendogli però, al contempo, dimenticare se stesso.

Un saggio davvero interessante, Less is more di Salvatore La porta anche laddove qualche esempio addotto nel corso della narrazione è potuto sembrare quasi un azzardo al lettore. In realtà per comprendere appieno il senso del libro bisogna attendere di averlo letto per intero, compresa la conclusione che serve a chiarirne molti aspetti che sono potuti sembrare ambigui o confusi. Un libro scritto con un intento e uno scopo ben diverso da quello che il lettore ha immaginato leggendo capitolo dopo capitolo. Un fine più nobile di quello ipotizzato. Un saggio critico che vuol spronare chi legge insinuando dubbi legittimi che portano inevitabilmente a porsi degli interrogativi e stimolare la curiosità sempre positiva della conoscenza. Un libro che invita a «rimanere umani», a non piegarsi «alla schiavitù del possesso» che distrugge il nostro coraggio e «rende la nostra vita un’infelice menzogna».

Salvatore La Porta: È nato e vive a Catania. Autore di numerosi romanzi e racconti. Insegna Diritto d’Autore e Legislazione Editoriale all’Accademia delle Editorie.


Disclosure: Fonte trama libro www.ilsaggiatore.it


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea) 

“Rituali di resistenza. Teds, Mods, Skineads e Rastafariani. Subculture giovanili nella Gran Bretagna del dopoguerra” di Stuart Hall e Tony Jefferson, curatore Luca Benvenga (Novalogos, 2017) 

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Persone Editore, 2017) 

“Monasteri del Terzo Millennio” di Maurizio Pallante (Edizioni Lindau, 2014) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Che futuro ha una società che non investe sulle nuove generazioni? “La parola ai giovani” di Umberto Galimberti (Feltrinelli Editore, 2018)

06 domenica Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Feltrinelli, Laparolaaigiovani, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio, UmbertoGalimberti

“Bond of union” – Maurits Cornelis Escher 

I giovani di età compresa tra i quindici e i trenta anni sono al massimo della potenza biologica, sessuale e ideativa eppure la società «se non ne fa proprio a meno, certamente non impiega opportunamente e utilmente quella generazione». E allora non si può non domandarsi quale futuro avrà, se ce l’avrà, questa società. Se lo è chiesto anche Umberto Galimberti il quale ha preferito far rispondere direttamente a loro, ai giovani che lo incarnano in toto il futuro di cui tanto si parla.

Esce in prima edizione a gennaio 2018 nella Serie Bianca di Feltrinelli Editore La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, un saggio sul “disagio giovanile” che è in realtà una “crisi culturale”, una «condizione culturale depressiva in cui l’individuo è vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti». Ma quali ne sono le cause? E quali le responsabilità?

Dal groviglio inestricabile di opinioni, riflessioni, pareri, statistiche e ammonimenti vari che si leggono e si ascoltano su media, social, incontri, convegni e via discorrendo non si riesce a cavare un ragno dal buco e il «deserto di senso» delle discussioni non fa che lievitare al punto che Galimberti ha ritenuto doveroso ridare, o dare finalmente, la parola ai diretti interessati, ai giovani appunto. E dalle loro parole emerge un quadro dai tratti e dalle tinte molto diverso da quello che ci viene continuamente descritto.

La verità è che, per certi versi, la ‘vecchia’ società, ancorata a quelli che ritiene baluardi e principi inderogabili, sembra quasi aver paura di questa ‘massa giovane’ di nichilisti attivi che appaiono come i soli ad aver compreso che «l’amore è l’unico antidoto al valore del denaro», che non hanno timore di cambiare, stravolgere l’ordine dato, evolversi in altro, evolvere la società in altro. Così la paura arriva a essere camuffata in necessità di inquadrare questi corpi e queste giovani menti negli schemi dati e certi «dell’efficienza e della produttività», nonostante il fatto che «a differenza dei loro padri, i giovani d’oggi non hanno fatto del denaro lo scopo della loro vita».

È davvero possibile pensare che questa società abbia un futuro? Galimberti è giunto alla conclusione che uno spiraglio c’è, ma «unicamente a opera dei ‘nichilisti attivi’» i quali però, sono una minoranza e «spesso trovano solo all’estero le condizioni per potersi esprimere».

Il saggio si apre al lettore con una introduzione dello stesso autore che sembra una contraddizione, un invito a non leggere il testo allorquando Galimberti invita ad ascoltare i giovani, a parlare con loro invece di continuare a impantanarsi nelle innumerevoli considerazioni di psicologi, sociologi, insegnanti, educatori che parlano di loro. Il perché di queste affermazioni lo si comprende proseguendo la lettura che si rivelerà invece davvero utile e necessaria.

Dopo la prima breve parte introduttiva il saggio si compone quasi interamente delle lettere che i giovani hanno inviato a Galimberti per la rubrica che egli tiene settimanalmente per D di Repubblica, intervallate da chiose e cappelli dell’autore stesso. I temi trattati spaziano dalla sessualità alla crescita, dalla formazione al lavoro, dalla spiritualità ai desideri e sono affrontati tutti in maniera originale, unica. Il solo filo conduttore comune è la singolarità dei punti di vista mai falsati da luoghi comuni, pregiudizi di genere, razzismo, omofobia…

Si parla di una parte di giovani, quella che ha scelto di rivolgersi all’autore per la sua rubrica. Non si tratta quindi della totalità dei giovani bensì di un campione più o meno corposo e rappresentativo. Tuttavia in esso si ritrova più equilibro, giudizio e metodo che non in tanta informazione “matura” o in una scuola strutturata sempre più «sull’oggettività di insegnamenti e verifiche, nella quale la soggettività di ogni studente tende sempre più a venire schiacciata, compressa, arginata, limitata». Un sistema educativo che dovrebbe invece avere come obiettivi: «la formazione, il senso critico e la capacità di ricerca». Una scuola, ma si potrebbe tranquillamente parlare di una società tutta, che «si esonera dall’educazione emotiva dei giovani», concentrandosi sulla sola istruzione, ovvero sulla «semplice trasmissione di informazioni da testa a testa».

Occorrerebbero, ed è esattamente quello che i giovani chiedono a gran voce, «insegnanti motivati e carismatici» perché, inutile negarlo, il miglior metodo per apprendere qualcosa o appassionarvisi è la fascinazione, come accade sempre o quasi per ogni cosa nella vita.

“Cubic space division” – Maurits Cornelis Escher

Forse siamo oggi in presenza di un’alienazione ben più radicale di quella denunciata da Marx, ipotizza Galimberti, vittime tutti di una società nella quale «l’uomo non è più il soggetto del suo operare, ma il semplice esecutore di azioni descritte e prescritte dall’apparato tecnico», sempre in nome di quegli imperativi categorici che neanche si vuol più sapere con esattezza dove condurranno il mondo intero (efficienza, produttività, lavoro, guadagno, crescita, consumo…).

Un saggio fuor di dubbio interessante La parola ai giovani di Umberto Galimberti. Un libro che obbliga chi legge a interrogarsi, insieme all’autore, insieme ai giovani e per loro sul senso di tanti atteggiamenti dati troppo per scontati. Come il fatto che se la felicità consiste nella realizzazione di sé, «che senso ha una vita dove si ha l’impressione che altro non resti se non eseguire azioni descritte e prescritte dagli apparati di appartenenza»? Un libro necessario, assolutamente da leggere.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Feltrinelli Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama e biografia dell’autore www.feltrinellieditore.it



Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

“Less is more. Sull’arte di non avere niente” di Salvatore La Porta (il Saggiatore, 2018)

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Persone Editore, 2017)  

“Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017)

“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea)  

Chi tutela questi bambini? “Bellissime – Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite” l’inchiesta-faro di Flavia Piccinni (Fandango, 2017) 

Neuromarketing e potere subipnotico dell’era digitale. “Il cervello aumentato l’uomo diminuito” di Miguel Benasayag (Erickson, 2016) 

La preparazione degli studenti italiani rispetto ai coetanei stranieri 

La preparazione degli insegnanti italiani. La verità  

Università: corsi, titoli, tanto studio ma quanto lavoro? Dati occupazionali a confronto e riflessioni sulla formazione accademica in Italia

Neuroschiavi, la Manipolazione del Pensiero attraverso la Ripetizione 


© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Continuare a lavorare per un mondo migliore. “L’ultima lezione” di Zygmunt Bauman (Editori Laterza, 2018)

26 giovedì Apr 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Laterza, Lultimalezione, monocolooccidentale, Occidente, ordinemondiale, Oriente, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio, ZygmuntBauman

Esce in prima edizione a gennaio 2018 per Laterza L’ultima lezione di Zygmunt Bauman nella versione tradotta da Valentina Pianezzi e Fabio Galimberti, che si è occupato de L’eredità del XX secolo e come ricordarla; contenente anche un saggio di Wlodek Goldkorm. Un libro con un grande insegnamento positivo, come sottolinea nella prefazione Fabio Cavallucci: «La crisi della storia, le avversità della natura, persino la natura spesso malvagia dell’uomo non possono impedirci di continuare a operare, a costruire, a lavorare per un mondo migliore». Un saggio frutto delle più profonde e importanti analisi di Bauman orientate dallo sforzo costante di individuare i fili nascosti della trama della vita sociale e di trasformare in senso comune le idee maturate nella propria ricerca intellettuale. Unico modo per garantire «quell’osmosi feconda tra riflessione e vita condivisa», come evidenzia lo stesso editore nella sua nota.

Un filosofare, quello di Zygmunt Bauman, che nasce spesso da «teorizzazioni delle sue vicende biografiche», ricorda a margine del saggio Goldkorm. Una biografia che ne ha di cose da raccontare, pregna di esperienze difficili e che hanno portato l’autore a vedere davvero il mondo con occhi diversi. Una visione globale del pianeta che abbraccia soprattutto i popoli e non, come si vorrebbe, soltanto le economie. Un’analisi obiettiva e a tratti ‘spietata’ degli errori commessi e protratti nell’affrontare conseguenze gravi, come le migrazioni globali di popoli, con una visione ancora troppo nazionalista e faziosa.

Un rifiuto nel vedere e soprattutto nel tentare di capire quanto sta accadendo nel mondo, il perché intere popolazioni sono costrette a migrare, nel razionalizzare, coscientemente o meno, che quanto sta accadendo a loro è, alla fin fine, casuale, nel senso che potrebbe un giorno accadere anche a noi. E se da un lato è vero che qualsiasi cosa accade nell’universo è casuale, lo è anche che le guerre «possiamo fare in modo che non scoppino». Tuttavia nello Stato moderno si preferisce scegliere la strada del rifiuto e della negazione con «l’esclusione di tutto ciò che è ingestibile e pertanto indesiderabile». Arrivando ripetutamente agli “omicidi categoriali”, allorquando «uomini, donne e bambini sono stati sterminati perché assegnati a una categoria di esseri da sterminare». E Bauman parla in maniera approfondita degli ebrei, degli armeni, dei kulaki, dei musulmani, degli induisti… sottolineando come «tutti i continenti della terra hanno avuto i loro hutu che hanno massacrato i loro vicini tutsi, e ovunque i tutsi del luogo hanno ripagato con la stessa moneta i loro persecutori».

Edith Birkin, “A Camp of Twins – Auschwitz” – 1980/1982

Quello che conta è arrivare in cima e rimanerci, essere il più forte. L’inattaccabile. Mascherando la ferocia con la necessità di sopravvivere, un valore che «vale la pena perseguire di per sé, non importa quanto elevato possa essere il costo per gli sconfitti, e fino a che punto possano uscirne depravati e degradati i vincitori». Una lezione che Bauman stesso definisce “terrificante”.

Nel nostro mondo di modernità liquida, di rapida disintegrazione dei legami sociali e dei loro contesti tradizionali, le comunità, così come le società, possono essere soltanto conquiste, «artifizi di uno sforzo produttivo». E l’omicidio categoriale va inteso ormai come un sottoprodotto, «un effetto collaterale o una scoria della loro produzione». Per Bauman, la rilevanza dell’olocausto «risiede nel suo ruolo di laboratorio», dove sono state condensate, portate in superficie e rese visibili «certe potenzialità, precedentemente diluite e sparpagliate, delle forme moderne e largamente condivise di convivenza umana». La lezione più importante che dà è il rivelare «il potenziale genocidiale innato nelle nostre forme di vita e le condizioni in presenza delle quali tale potenziale più produrre i suoi frutti letali».

Per tagliare alle radici la tendenza genocida «si deve dichiarare inammissibile il sistema dei due pesi e delle due misure», del trattamento differenziato e della separazione, che getta le basi per «una battaglia per la sopravvivenza condotta come gioco a somma zero». La “concorrenza sfrenata per la violenza” si alimenta dello stesso «disordine mondiale su cui prospera la concorrenza sfrenata per i profitti». Non esistono soluzioni locali a problemi globali e, in un pianeta in via di globalizzazione, «i problemi umani possono essere affrontati e risolti solo da un’umanità solidale».

Un grande saggio L’ultima lezione di Zygmunt Bauman, un testo che espone senza pregiudizi quanto accade o è accaduto e che propone delle soluzioni assolutamente non di parte, come è giusto che sia, se risolutive si vuole esse siano. Un libro assolutamente da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Gruppo Editoriale Laterza per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore www.laterza.it


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

“Il collasso della modernizzazione: dal crollo del socialismo di caserma alla crisi dell’economia mondiale” di Robert Kurz (Mimesis, 2017 a cura di Samuele Cerea) 

 “È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

Guerre dichiarate e guerre segrete. Analisi geostrategica della guerra delle informazioni combattuta nel conflitto civile siriano 

Quando l’intreccio di un libro è quello di vite vere. “Il bambino del treno” di Paolo Casadio (Piemme, 2018) 

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed (Tre60, 2016) 

Prigioni mentali e dittature politiche in “193 gabbie” di Rezart Palluqi (Ensemble, 2016) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Guerre dichiarate e guerre segrete. Analisi geostrategica della guerra delle informazioni combattuta nel conflitto civile siriano

17 sabato Mar 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Articoli, Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

AndreaFoffano, articolo, BanaAlabed, CaroMondo, GiuliettoChiesa, LatrappolaDaesh, monocolooccidentale, Occidente, paura, Piemme, PierreJeanLuizard, Putinofobia, recensione, RosenbergSellier, saggio, Siria, Solfanelli, terrore, Terrorismo, tre60

I governi di tutto il mondo basano le proprie decisioni sui rapporti informativi dei servizi di intelligence, strutture di sicurezza cui spetta il compito di reperire tutte le informazioni possibili necessarie alle autorità per compiere le proprie scelte e prendere le relative decisioni. Un potere enorme racchiuso nelle mani di una rete di persone pressoché invisibili, ma che esistono e agiscono, anche se all’ombra di governi e istituzioni, determinandone però la linea e le iniziative. Andrea Foffano, docente di sicurezza e intelligence presso ASCE e ANVU-ISOPOL, sottolinea come alcune notizie di carattere internazionale sono in grado di poter stabilire l’andamento politico, sociale ed economico di un’intera comunità nazionale. Anche laddove queste informazioni fossero volutamente forzate o addirittura falsate. Infatti, uno dei principi cardine dell’attività d’intelligence, svolta da tutti i servizi di informazione del mondo, non è altro che l’imperativo: usa tutto e tutti per raggiungere i tuoi scopi.
Quali sono allora gli scopi dei servizi di intelligence e quali quelli degli stati per cui lavorano?

Per esemplificare il lavoro svolto da servizi segreti e governi Foffano analizza il conflitto civile siriano partendo da quanto accaduto due anni prima l’inizio della guerra. Ovvero allorquando nel tratto di mare compreso tra l’Iran e la penisola del Qatar, fu scoperto uno dei più grandi giacimenti energetici di gas naturale, usufruibile da entrambi i Paesi. La Siria, al cui governo si trovavano gli Alauiti del Presidente Bashar al-Assad, fedeli alleati degli Sciiti iraniani, negò il consenso al transito delle strutture di trasporto sul proprio territorio nazionale per la Qatar-Turkey pipeline, che avrebbe dovuto collegare l’Europa con il Qatar. Mentre diede il proprio consenso per il passaggio dell’Islamic pipeline progettato dall’Iran. Washington decise di intervenire in difesa dei propri alleati (Qatar e Arabia Saudita) e iniziò a sostenere militarmente le fazioni ribelli che, dopo l’avvento della Primavera Araba in Siria, avevano iniziato a opporsi al regime di Assad. Parallelamente, l’Arabia Saudita iniziò a finanziare in modo massiccio molti dei gruppi terroristici e jihadisti che si opponevano allo stesso regime.

Secondo quanto riportato in un’inchiesta del NewYork Times, l’Arabia Saudita avrebbe finanziato la guerra segreta della CIA in maniera continua e massiccia, si parla di circa un miliardo di dollari da parte degli Stati Uniti e svariati miliardi di dollari provenienti da ricchi e anonimi finanziatori sauditi. Un servizio segreto estero che fornisce sistemi d’arma di ultima generazione a gruppi ribelli divenuti poi estremisti, jihadisti, terroristi è di sicuro una scomoda verità. Modi di agire che ricordano molto, forse troppo, la guerra russa in Afghanistan, con gli americani intenti a sostenere militarmente i Talebani e i Mujaheddin. Americani e sauditi, con il sostegno fondamentale del Pakistan e dei pashtun della zona tribale, avevano creato a Peshàwar il più grande centro jihadista del mondo. Come ricorda Pierre-Jean Luizard, storico e direttore del Centre national de la recherche scientifique, del tempo in cui gli jihadisti erano i nostri eroi che combattevano contro l’Impero del Male, e solo in un secondo momento si trasformarono in barbari che avevano portato il terrorismo nel cuore dell’Occidente.

Per Luizard, il regime siriano ha avuto sempre alcuni difetti agli occhi degli occidentali. In primis per il diniego a una pace con Israele che non prevedesse la restituzione del Golan, occupato dall’esercito ebraico nel 1967. Continua ad avere ottimi rapporti con Mosca, alleato della repubblica sciita dell’Iran e a sostenere militarmente gli Hezbollah, l’unica formazione araba che abbia fermato Israele nella guerra del 2006. Appartiene a quell’asse della resistenza che intende mantenere un’indipendenza dal sistema occidentale alleato con le potenze sunnite del Golfo. Insomma, il nemico perfetto che ha fatto della Siria il terreno ideale per una guerra santa.

Secondo Joshua Landis, uno dei massimi esperti mondiali della politica siriana, circa il 60-80% delle armi che gli Stati Uniti hanno introdotto nel paese sono finiti nelle mani di gruppi terroristici jihadisti riconducibili ad al-Qaeda. Ma se a qualcuno venisse in mente di trovare le prove per accusare gli Stati Uniti di fomentare la guerra in Medio Oriente, avverte Foffano, sappia che andrà incontro a un fallimento certo. Il conflitto in atto in Siria appartiene a una nuova tipologia di guerra: quella per procura, nella quale gli attori in campo mascherano il proprio intervento tramite il sostegno, più o meno indiretto, ad una delle parti in causa. Scontri nei quali il secondo livello, ovvero la guerra delle informazioni, risulta alla fin fine più potente e pericoloso del primo, gli scontri armati sul campo. Almeno per gli Stati che non risultano in apparenza coinvolti direttamente nello scontro perché per quelli direttamente chiamati in causa e soprattutto per le popolazioni ad essi afferenti la situazione naturalmente cambia e anche di molto.

Bana Alabed, la ragazzina che ha fatto conoscere il dolore dei cittadini di Aleppo a tutto il mondo attraverso i suoi tweet inviati ai presidenti di tutte le maggiori potenze mondiali, si chiede come le persone possano essere così crudeli da far diventare, per un bambino, nessun posto sicuro e dedica il libro che racchiude la sua storia a tutti i bambini che soffrono a causa di una guerra, per dire loro che non sono soli, purtroppo. In tanti, in troppi soffrono e subiscono le conseguenze di scelte non proprie, non volute e non condivise in nome di una pace che stenta ad arrivare e a causa di interessi che raramente coincidono con quelli di interi popoli e troppo spesso invece con quelli elitari di ristrette cerchie e categorie di persone.

 

Quei terroristi che in altri scenari operativi sparsi per il mondo gli Stati Uniti stavano combattendo, a prezzo di numerose vittime fra i soldati dell’esercito americano e della coalizione internazionale, anche come conseguenza dell’intervento, diretto o indiretto che sia, degli stessi nel conflitto civile rischiavano di prendere il potere in Siria e allora lo Stato Maggiore decise di servirsi dei servizi segreti di intelligence per passare informazioni militari alle forze armate delle altre nazioni impegnate nel conflitto. Con la certezza che i servizi segreti di Assad avrebbero intercettato il movimento di dati e utilizzato il tutto nella lotta contro gli jihadisti. I cablo del Dipartimento di Stato americano, resi pubblici nel corso degli anni da Wikileaks, avrebbero gettato un fascio di luce su un retroscena assai torbido e buio.

Un rischio enorme quindi quello corso dagli americani. Non si può non chiedersi il perché reale del continuo e persistente intervento degli Stati Uniti in Medio Oriente o in qualsiasi altra parte del mondo si prospetti o si profili una qualsivoglia instabilità. Al termine della cosiddetta Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono diventati l’unico polo dominante schierato in campo geopolitico mondiale. L’America è una di quelle nazioni, insieme a tante altre del cosiddetto Occidente, ad aver improntato il proprio sistema economico sulla competitività: non riescono a trovare una sicura e certa stabilità interna, senza ricorrere a nuovi mercati e ad altrettanti investimenti. Lo slogan del ventennio era: “Chi si ferma è perduto!”. Ecco, mai parole furono più adatte a descrivere la situazione di alcune potenze mondiali a ridosso del ventunesimo secolo.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001, da questo punto di vista, sono stati un avvenimento strategicamente molto importante. Hanno decretato l’inizio della «guerra al terrore» che ha significato l’invasione dell’Afghanistan, la guerra ai Talebani, l’invasione dell’Iraq, gli interventi in Libia e in Siria. Operazioni nelle quali ogni mossa è politica, è dettata da convenienze economiche e risponde sempre a chiare regole sociali. Giulietto Chiesa, giornalista e politico italiano, considera il terrorismo islamico un prodotto diretto dell’azione coordinata degli occidentali che usa semplicemente i terroristi, che pure esistono, come manodopera che spesso non riesce a capire neanche per chi sta lavorando. L’Occidente ha sempre avuto bisogno di un nemico. L’Unione Sovietica del ventesimo secolo era perfetta in questo senso. Ma, una volta abbattuto il Comunismo sovietico, l’Occidente si è ritrovato senza un nemico da combattere. Senza nemici e con un nuovo gigantesco alleato e vassallo non è riuscito a spiegare al mondo intero come mai l’economia mondiale andava comunque a rotoli. Il problema non sarebbe quindi esterno, bensì interno, nel modello di sviluppo scelto. Il piano messo in atto sarebbe stato quello di sostituire il terrore rosso con il terrore verde. Il terrore rosso non era un’invenzione, era un antagonista serio. Il terrore verde non è un’antagonista, è stato inventato dall’Occidente. È un’ipostasi messa davanti agli occhi della gente per terrorizzarla e costringerla a rifugiarsi sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti d’America.

Per Foffano, prima di passare all’analisi oggettiva dei fatti, provando conseguentemente a interpretarli sino a giungere a una spiegazione logica e razionale degli avvenimenti, bisogna forzatamente sgombrare il campo da ogni sorta di pregiudizio politico-ideologico, che potrebbe in qualche modo viziare la nostra intrinseca capacità critica. Quello che Chiesa definisce con parole molto più crude Matrix, con riferimento diretto alla omonima produzione cinematografica. L’Occidente ha forgiato un apparato di comunicazione, attraverso il suo meraviglioso sistema dell’immagine gradevole e dell’immagine in movimento in generale, che è riuscito a modificare profondamente la psicologia della gente. Ha lavorato in tutti i modi possibili e immaginabili alla penetrazione cognitiva nel cervello degli uomini, delle donne e dei bambini soprattutto, modificando la loro percezione del mondo. Il mondo reale è altrove però, fatto in un altro modo, è furibondo, è feroce, è senza tregua. Siamo sistematicamente mitragliati da una sterminata quantità di messaggi gradevoli che uccidono la nostra capacità critica di sentire, di percepire e di conoscere.

Anche quanto sta accadendo o è già accaduto in Siria, per fare un esempio, viene tagliato fuori dall’immagine che del conflitto hanno milioni di occidentali indotti a credere che si stia parlando, solo, dell’ennesima lotta contro il terrorismo, di matrice islamica questa volta, necessaria e imprescindibile per la sicurezza e la stabilità del mondo, occidentale naturalmente.


Bibliografia di riferimento:

A. Foffano, “Siria. La guerra segreta dell’intelligence”, Ed. Solfanelli, 2017
P.J. Luizard, “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna”, Rosenberg&Sellier, 2016
B. Alabed, “Caro mondo”, Tre60, 2017
G. Chiesa, “Putinofobia”, Piemme, 2016


LEGGI ANCHE

La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016) 

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed (Tre60, 2016) 

Perché Putin ci fa paura? Intervista a Giulietto Chiesa per “Putinofobia” (Piemme, 2016) 

Perché Russia e America non attaccano l’Isis? Intervista ad Alessandro Orsini 

L’Isis, versione ultravioletta e macabra dell’Occidente. Intervista a Francesco Borgonovo 

Combattere l’Isis sul campo, le ragioni. Intervista a Carlo Panella 

La minaccia islamica, tra Isis e Iran. Intervista a Fiamma Nirestein 

Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’Isis, intervista a Sergio Romano 


Articolo originale qui


Disclosure: Per l’immagine in evidenza, credits www.pixabay.com


© 2018 – 2022, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Rituali si resistenza. Teds, Mods, Skinheads e Rastafariani. Subculture giovanili nella Gran Bretagna del dopoguerra” di Stuart Hall e Tony Jefferson, curatore Luca Benvenga (Novalogos, 2017)

25 domenica Feb 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

insicurezza, Novalogos, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, Ritualidiresistenza, saggio, StuartHall, TonyJefferson

Uscito in prima edizione a ottobre 2017 con la casa editrice Novalogos, curato da Luca Benvenga e tradotto dall’originale in lingua inglese da Luigi Cocciolo e Angela Giorgino, Rituali di resistenza (titolo originale: Resistance Through Rituals: Youth Subcultures in Post-War Britain) si presenta come una lettura surreale. Risulta infatti molto difficile per il lettore metabolizzare l’idea che uno studio sociale così articolato, compiuto dal centro di studi culturali (Centre for Contemporary Cultural Studies) che Stuart Hall ha personalmente diretto dal 1968 al 1979, sia giunto in Italia solo nell’anno 2017. Addirittura in un Millennio differente da quello in cui ha avuto luogo.

Va chiarito subito comunque che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ovvero che si tratti ormai di una ricerca “datata” e per questo meno valida e attendibile, lo studio rimane interamente valido e interessante. Oltretutto, come ricordato anche nella prefazione curata da Davide Borrelli, «fare sociologia guardando al contributo degli Studi culturali significa, quindi, guadagnare una chance in più per mettersi al riparo contro l’ovvietà e l’immediatezza del senso comune», perché non sempre il buon senso produce «senso “buono”, cioè fornisce un resoconto adeguato dei regimi di verità, delle relazioni di potere, delle pratiche sociali, delle strutture di sensibilità, e delle forme di soggettività che caratterizzano un certo contesto culturale».

Un lavoro importante quello portato avanti da Hall e Jefferson, un «esercizio sistematico di “decodifica oppositiva” rispetto alle pratiche e ai codici delle forme culturali dominanti», uno studio orientato alla «esplorazione delle nuove aggregazioni di giovani che hanno squarciato la società inglese» negli anni successivi l’ultimo conflitto bellico. Sub-culture giovanili che vivevano un mondo diverso da quello attuale ma anche da quello precedente i conflitti bellici mondiali, gruppi di aggregazione che volevano mostrare il loro essere. L’ascesa dei “giovani” come nuovo soggetto nella Gran Bretagna del dopoguerra è una delle «manifestazioni più impressionanti, e tangibili, di mutamento sociale in quel periodo».

La “cultura dominante” rappresenta se stessa come «l’unica forma di cultura» e, in quanto tale, cerca di definire e contenere «entro il suo raggio inclusivo tutte le altre» che nascono come sub-culture spesso di opposizione e contrasto ma è necessario ricordare che sempre di essa, in un certo qual modo, ne sono espressione. Le sub-culture devono «esplicitare una forma e una struttura eterogenea rispetto alla cultura “madre” per esserne riconoscibili» ma, di contro, in quanto sottoinsiemi, è indispensabile la presenza di «caratteri essenziali che le ricolleghino e innestino nella cultura più ampia».

I membri di una sub-cultura possono «camminare, pensare, agire e apparire diversamente rispetto ai genitori e al resto dei coetanei», ma essi appartengono a quelle stesse famiglie, frequentano le stesse scuole, svolgono più o meno gli stessi lavori, e abitano le stesse «squallide strade». Cultura dominante e sub-culture sopraggiunte con la nuova condizione di benessere, di «crescente interesse attribuito al mercato, al mercato e all’incremento dell’industria del tempo libero» che aveva nei giovani i principali destinatari. Molto prevedibile quindi che la «predisposizione dei giovani al consumo» non fosse altro che «l’inizio di una sostanziale base economica di una cultura giovanile unica, indipendente e autoprodotta».

Alcuni aspetti della nuova cultura giovanile erano visti come «caratterizzanti degli effetti peggiori della nuova cultura di massa», ovvero la «tendenza a ridurre l’impulso ad agire e la resistenza della classe operaia». Mentre gli studi culturali di Stuart Hall e Tony Jefferson «focalizzarono stili, simboli e vita quotidiana», ovvero tutte quelle «visioni soggettive dei giovani proletari (e non)», nella «nuova sinistra italiana invece tutto questo fu ignorato e apertamente attaccato dalle impostazioni “oggettivistiche” dell’operaismo».

Le sub-culture britanniche hanno influenzato gran parte del mondo, specie nell’area occidentale, eppure «è singolare notare l’isolamento in cui si muovono queste ricerche». L’indifferenza verso una politica culturale espansiva ha «favorito la radicalità dei movimenti, il loro relativo successo e la catastrofe finale».

Un saggio fuor di dubbio interessante, quello di Stuart Hall e Tony Jefferson sui Rituali di resistenza che sono al contempo presagio e conseguenza dei cambiamenti. Uno studio che merita senz’altro di essere conosciuto e diffuso, per le analisi intrinseche come per quelle ad esso correlate. Una lettura che a tratti può apparire impegnativa ma che, alla fine, risulta soddisfacente nella sua totalità e istruttiva nella sua complessità.

Stuart Hall: (1932-2014), sociologo e teorico della cultura, cofondatore della New Left Review nel 1960. Direttore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1968 al 1979, è stato docente di sociologia alla Open University.

Tony Jefferson: criminologo, collaboratore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1972 al 1979, direttore del Dipartimento di Criminologia e professore emerito alla Keele University.

Luca Benvenga: sociologo, si occupa di linguaggi corporali e comunicazionali delle culture giovanili metropolitane, sulle quali ha scritto articoli in riviste e monografie.


Articolo originale qui


Source: Fonte vignetta raffigurante alcuni idealtipi subculturali e immagine: www.sociologicamente.it


LEGGI ANCHE

Il dossier “UNDER. Giovani mafie periferie” curato da Danilo Chirico e Marco Carta per illuminare il buio dei suburbi di vita (Giulio Persone Editore, 2017) 

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini (Mondadori, 2017) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Il linguaggio mafioso. Scritto, parlato, non detto” di Giuseppe Paternostro (AutAut Edizioni, 2017)

02 venerdì Feb 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

AutAutEdizioni, GiuseppePaternostro, Illinguaggiomafioso, mafia, recensione, saggio

Un saggio, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, che lo stesso autore definisce non scientifico ma divulgativo, nella accezione più alta, ovvero quella «di diffondere una conoscenza al più vasto pubblico possibile».

Un libro che racconta «storie di mafia e di antimafia» ma che, soprattutto, narra degli uomini di mafia chiamandoli, finalmente, come andrebbero sempre appellati: «uomini del disonore». Altro che “onore” e “rispetto”.

Gli strumenti utilizzati da Paternostro per analizzare il fenomeno mafioso sono quelli a lui più consoni, per vocazione e professione. Sociolinguistica, linguistica testuale e pragmatica della comunicazione, «in grado di far luce sulle componenti essenziali della comunicazione umana». L’intera analisi portata avanti dall’autore non perde mai di vista il “vizio” all’origine di un esame di questo tipo, ovvero il fatto che entrambe le comunicazioni mafiose (interna ed esterna) e relativi sottogruppi non sono mai o quasi spontanee, falsate da quello che in realtà gli attori vogliono sia inteso o interpretato.

Il fine prefissosi da Paternostro sembra essere stato raggiunto ottimamente. «Esiste un linguaggio mafioso o piuttosto un linguaggio dei mafiosi o della mafia?», si chiede l’autore cercando le dovute risposte. Il linguaggio esiste come il gruppo che lo definisce e la società che sembra assimilarlo sempre più. Anche per ciò l’autore sottolinea l’importanza di dare più peso «alle questioni legate al rapporto fra usi linguistici e contesto rispetto alle strutture linguistiche in sé». Tenendo sempre presente l’evoluzione costante della mafia come del suo linguaggio.

Un saggio interessante, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, pensato e scritto davvero per essere quanto più divulgativo e accessibile possibile.

Un libro che indaga un fenomeno, quello mafioso, attraverso il suo linguaggio anche perché necessario, visto che ancora oggi una grandissima parte dell’opinione pubblica «ha una percezione distorta» di esso, legata spesso «alla rappresentazione che di esso hanno dato», media cinema e tv in primis ma anche libri videogame e via discorrendo fino ad arrivare alla percezione di sé che trasmettono gli stessi attori e agenti afferenti ai vari clan.

Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

Quando inizieremo a fare sul serio contro le mafie? “L’inganno della mafia” di Gratteri e Nicaso (RaiEri, 2017) 

Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017) 


 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017)

31 mercoledì Gen 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ 2 commenti

Tag

Italia, Laterza, lavoro, MartaFana, Nonelavoroesfruttamento, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, saggio

Denunciare i danni del lavoro precario, in una società strutturata secondo la regola che il valore di ogni cosa è commisurato al suo costo, è assolutamente doveroso e bene ha fatto l’autrice a sottolineare che non si deve in alcun modo «soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce». Bisogna smetterla di enumerare i suicidi per precariato o fallimento come un elenco di casi individuali. È necessario urlare e mobilitarsi contro le classi dirigenti e politiche che promettono, illudono, arraffano e affamano. Ribellarsi alla cultura mafiosa e omertosa che nel lavoro prolifera più che altrove. Inchiodare alle proprie responsabilità generazioni intere di italiani che hanno preferito il compromesso, turandosi il naso prima al seggio elettorale e poi accettando leggi e provvedimenti che hanno generato condizioni di lavoro da vero e proprio sfruttamento.

Pubblicato con la casa editrice Laterza, Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana è un testo molto ben scritto e articolato che analizza vari aspetti del fenomeno e da varie angolazioni, senza mai perdere di vista l’obiettivo, ovvero il racconto e la denuncia. Punti di partenza fondamentali affinché si metta in essere la “rivoluzione” del cambiamento, quello voluto dal popolo e non da esso subito.

È vero quanto dice l’autrice, che l’unità di classe della popolazione è stata costantemente attaccata proprio allo scopo di fare breccia e dividere. Ma lo è anche il fatto che ciò è stato possibile perché glielo si è lasciato fare. Andrebbe comunque ridimensionato l’aspetto di socializzazione del lavoro, e anche della scuola. Si può e si deve avere una vita anche fuori da questi luoghi che hanno, o dovrebbero avere, come scopo principale lo svolgimento della propria attività professionale e di formazione. L’essere umano è molto altro, il lavoro è solo una parte, una necessità generata dal bisogno di possedere un reddito, una retribuzione. Ottimo quando la Fana ricorda che dovrebbero lavorare tutti e di meno. È esattamente ciò che serve. Basta straordinari non pagati o sottopagati, basta collaborati “volontari” … lavorare tutti e meno.


LEGGI ANCHE – Primo Maggio: Festa dei lavoratori o del lavoro? 


Doveroso aprire una parentesi sul reale ruolo svolto dai sindacati, più volte citati dall’autrice, nati per essere e farsi portavoce delle richieste dei lavoratori e garanti dei loro diritti e diventati, con il tempo e con i pubblici finanziamenti, sempre più dei semplici delegati, valvola di sfogo, mediatori, pacificatori tra le parti, zona cuscinetto tra l’avidità della ricchezza e lo sfruttamento della forza lavoro.


«Una triste storia di sfruttamento che ha coinvolto circa 18.500 lavoratori e che vede la firma dei tre maggiori sindacati italiani Cgil, Cisl e Uil.»


Un esempio tra i tanti, troppi che si potrebbero elencare, il reclutamento di giovani sponsorizzato con lo slogan a effetto “Essere volontario in Expo Milano 2015”.

Un libro interessante, necessario, doveroso Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana, pubblicato nell’epoca che si definisce della digitalizzazione, e si ritiene evoluta rispetto a quelle oramai “arcaiche” industriale, agricola, capitalista. Una società che però sembra mantenere intatte moltissime forme e logiche di sfruttamento usate anche in passato. Solo che viene dato loro un nome diverso, preferibilmente preso in prestito dalla terminologia inglese. Così tutto diventa più cool, glam, fashion, trendy… Appunto. E così la precarizzazione del lavoro diventa jobs act, il lavoro a chiamata diventa voucher, il lavoro a cottimo diviene free lance. Ma la sostanza resta immutata, o peggiora. Purtroppo. E quando si ha necessità ulteriore di “ottimizzare” i costi per il personale entra in gioco la vera essenza dell’alternanza scuola-lavoro.

Straordinaria la lettera indirizzata al ministro Poletti, apparsa sul portale online dell’Espresso il 20 dicembre 2016 e riproposta anche nel testo, dettata forse, più che dal sentimento o dall’impulsività, dal tentativo di arginare con l’azione i conati di vomito che si riaffacciano a ogni decreto, legge o dichiarazione pubblica, ufficiale o ufficiosa, che corrisponde, in realtà, alla manifestazione di un potere immeritato, immotivato e malgestito da parte di intere classi politiche e dirigenti.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa degli Editori Laterza per la disponibilità e il materiale


Articolo originale qui

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

È la fine del ‘sogno americano’? “Trump” di Sergio Romano (Longanesi, 2017)

09 martedì Gen 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

≈ Lascia un commento

Tag

Longanesi, monocolooccidentale, recensione, saggio, SergioRomano, Trump

“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Uscito con Longanesi, il saggio di Sergio Romano Trump e la fine dell’american dream sembra raccontare in realtà la fine delle speranze che il mondo occidentale per intero ha riposto nella più grande potenza mai esistita che non dei sogni degli stessi americani, da sempre parti opposte di una nazione al contempo «puritana e liberale, bigotta e spregiudicata, isolazionista e internazionalista, protezionista e liberoscambista».

Si è liberi di pensarla come si vuole ma resta il fatto che il neo-presidente degli Stati Uniti d’America è stato democraticamente eletto con un’elezione in cui a premiarlo è stato proprio l’elettorato, ovvero la parte reale dell’America, disseminata nei cinquanta stati tra praterie, deserti, città e campagne, centri e periferie… non solo geograficamente ma anche socio-culturalmente parlando. I suoi elettori lo hanno votato perché le sue dichiarazioni e le sue promesse «erano esattamente quelle che volevano sentire dal loro presidente».

Il saggio di Romano è una sorta di biografia non autorizzata di Donald Trump come personaggio pubblico attratto dalla politica, anche se restatone formalmente fuori fino al momento della candidatura a presidente. Un libro che ripercorre le tappe che lo hanno portato a diventare prima molto ricco poi molto famoso, poi ancora, credibile agli occhi di una gran fetta degli americani, visti i risultati delle elezioni presidenziali. La parte più interessante del testo, comunque, risulta essere Un proscritto europeo nel quale l’autore elenca una serie di «domande che gli europei dovrebbero fare a se stessi». Ad esempio la prima chiede se sia «ancora utile affidare la propria sicurezza a un consorzio militare in cui il principale socio è, dallo scorso novembre, un personaggio contraddittorio, stravagante e imprevedibile».

“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Interrogativi che, in realtà, bisognava porsi da tempo per eventi e situazioni che con Trump hanno trovato un più ampio margine di dibattito ed estensione ma che prima non erano di certo del tutto assenti. Romano stesso ammette che «esiste una stampa che ha rinunciato a qualsiasi pretesa di obiettività per scalzarlo dal potere», la medesima che in altri punti del libro definisce “la migliore americana”. Mezzi di informazione che hanno inevitabilmente influenzato gli altri nel resto del mondo. È lecito raccontare malefatte e cattive intenzioni ma quando si perde di obiettività non è mai un buon segno per la qualità e la credibilità stessa dell’informazione.

Alcuni esempi.

  • La notizia più clamorosa del viaggio di Trump in Arabia Saudita fu la firma di impegni per la fornitura al Regno dei Saud di armi per la somma di 110 miliardi di dollari. Per correttezza andava sottolineato che «erano trattative avanzate durante la presidenza di Obama». Immediatamente divennero «un tassello della politica estera che il nuovo presidente avrebbe fatto nella regione». Se la trattativa si fosse conclusa durante la presidenza Obama avrebbe ingenerato lo stesso clamore mediatico?
  • Grande eco ha suscitato anche la dichiarazione del presidente Trump di voler costruire un muro lungo la frontiera messicana per fermare gli ingressi irregolari. Poco risalto venne invece dato alla precisazione che, in realtà, il muro esisteva già dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Una sequenza di muri e recinti, fari e sensori. Trump voleva solo «che la cinta fosse completata a spese del Messico».

LEGGI ANCHE – “Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS”, intervista a Sergio Romano

“Trump” di Sergio Romano: è la fine del sogno americano?

Il saggio di Romano si presenta al lettore come un lungo articolo di giornale, un reportage di dati e fatti in cui spesso l’autore inserisce, come in un’antica tragedia, i suoi personali cori. Opinioni e considerazioni espresse secondo il suo personale gusto e la sua esperienza o formazione. Nella quasi totalità in opposizione alla figura, all’operato e alle dichiarazioni del presidente Trump.

Un saggio, Trump e la fine dell’american dream di Sergio Romano, che si rivela molto interessante soprattutto per le conclusioni cui l’autore giunge e vuol far giungere il lettore ne Un proscritto europeo. Nella volontà di guardare e far guardare oltre gli eventi e le semplici dichiarazioni, oltre l’informazione o la disinformazione. Nella speranza di raggiungere e coltivare un più elevato spirito critico, arma necessaria per contrastare l’avanzata non solo di singoli personaggi ambigui ma di intere potenze e organizzazioni.


Per la prima foto, copyright: Samantha Sophia.


Articolo originale qui 

© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Sostieni le Attività di Ricerca e Studio di Irma Loredana Galgano

Translate:

Articoli recenti

  • Joana Salém Vasconcelos, Il soldato e il professore
  • La guerra tra Stati Uniti e Russia passa ancora attraverso Cuba
  • Testo, immagini e cultura nella fotografia siciliana del Novecento raccontata da Monica Maffioli
  • Palestina vs Israele: la scrittura è il mezzo per restare umani o per contrastare i culti della morte?
  • Le metamorfosi di Trieste sono davvero un laboratorio per la storia e un monito per il futuro?

Archivi

Categorie

  • Articoli
  • Interviste
  • Pubblicazioni Scientifiche
  • Recensioni

Meta

  • Accedi
  • Feed dei contenuti
  • Feed dei commenti
  • WordPress.org

Proudly powered by WordPress

Questo sito utilizza i cookie per migliorarne l'esperienza d'uso. Continuando la navigazione l'utente ne accetta l'uso in conformità con le nostre linee guida.