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Irma Loredana Galgano

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Antonia Arslan e Aldo Ferrari, Un genocidio culturale dei nostri giorni

12 mercoledì Giu 2024

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AldoFerrari, AntoniaArslan, GuerinieAssociati, recensione, saggio, Ungenocidioculturaledeinostrigiorni

Il Nakhichevan ha avuto a lungo un ruolo molto importante nella storia e nella cultura dell’Armenia, in particolare nell’ambito della nascita del commercio armeno in epoca moderna. Attualmente, però, la millenaria presenza armena è stata completamente cancellata in questa regione che costituisce una repubblica autonoma dell’Azerbaigian. Non solo, infatti, gli armeni hanno completamente cessato di vivere nel Nakhichevan, ma il loro imponente patrimonio artistico è stato completamente distrutto dalle autorità azere negli ultimi decenni. Ed è altissimo il rischio che lo stesso possa avvenire nel Nagorno-Karabakh, ormai anch’esso privo della sua popolazione armena. 

Un genocidio culturale di cui si parla veramente troppo poco, forse anche per l’importanza crescente dell’Azerbaigian nell’approvvigionamento energetico di molti paesi, a partire dal nostro.

In seguito al crollo dell’Unione Sovietica e al conflitto con gli armeni, l’Azerbaigian aveva perso il controllo di un’ampia area situata all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti: a partire dal 1994 gli armeni locali erano riusciti a stabilire un governo che de facto controllava non solo l’area dell’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh, una enclave in cui gli armeni erano storicamente maggioranza, ma anche ampi territori adiacenti abitati prevalentemente da azeri. Nel 2020 l’Azerbaigian è riuscito a riprendere il controllo dei territori adiacenti Nagorno-Karabakh nonché parte dei territori storicamente abitati da armeni con una guerra-lampo durata 44 giorni. Un cessate-il-fuoco raggiunto con la mediazione di Mosca prevedeva il dispiego di forze di pace russe che avevano il compito di garantire la sicurezza della popolazione armena locale e proteggere il corridoio di Lachin, ovvero la principale linea di comunicazione tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia. A dicembre 2022 il corridoio di Lachin fu bloccato dall’Azerbaigian senza che ciò comportasse un reale intervento dei peacekeeper russi o dei principali attori internazionali. L’impotenza dell’Armenia in questo contesto è in parte dovuta alla sua stessa vulnerabilità. L’Azerbaigian ha infatti preso iniziativa per far capire che, in caso di nuova guerra, a rischio non sarebbe solo la popolazione armena del Nagorno-Karabakh ma anche l’Armenia stessa. 

Secondo accordi bilaterali e multilaterali in vigore, la Russia avrebbe l’obbligo di accorrere in aiuto dell’Armenia in caso di minacce alla sua integrità territoriale. Ciononostante, non è intervenuta quando l’Azerbaigian ha condotto attacchi contro l’Armenia nell’autunno 2022 e neanche per quelli del settembre 2023. I  peacekeeper si sono limitati a registrare le numerose violazioni del cessate il fuoco e facilitare l’evacuazione di migliaia di civili locali dalle zone più esposte a pericolo dall’intervento militare. 

Da parte dell’Unione Europea si è cercato di mantenere un tono circospetto e sostanzialmente privo di critiche esplicite alla leadership di Baku. Nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo non ci sono state condanne ferme per Baku ma solo un impersonale riferimento alla necessità di riaprire il corridoio di Lachin e procedere con i negoziati.1

Molto chiara invece invece è stata la condanna espressa dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2022 sulla distruzione del patrimonio culturale nel Nagorno Karabakh, a proposito del fatto che «negli ultimi 30 anni l’Azerbaigian ha causato la distruzione irreversibile del patrimonio religioso e culturale, in particolare nella Repubblica autonoma del Naxçivan, dove sono state distrutte 89 chiese armene, 20mila tombe e oltre 5mila lapidi». Inoltre il Parlamento europeo collega che questa politica distruttiva di Baku posta in essere nel Nakhichrvan possa ripetersi anche nel Nagorno-Karabakh. 

E non si può tacere neanche la situazione disperata del patrimonio artistico armeno in Turchia, dove al genocidio fisico è seguito e continua a seguire quello culturale.2

La cultura riveste una notevole importanza per ogni gruppo umano, etnia o nazione. L’espressione genocidio culturale indica proprio quei fenomeni di annichilimento della cultura che diventano lo strumento con cui distruggere un gruppo umano. Esso è attuato senza attacchi diretti, fisici o biologici, alle persone.3 Il patrimonio culturale è la parte visibile della cultura e il suo valore risiede nel significato. La cultura è simbolica e rappresenta cose intangibili.4 Il patrimonio culturale, pertanto, è costituito dal valore che i beni culturali e del paesaggio assumono in seno alla società e alla comunità cui appartengono. Essi riflettono l’identità di una comunità. Rappresentano tutto il carico simbolico di una comunità, gli stili di vita, le abitudini e lo stesso modo di essere delle persone che compongono tale comunità. Il patrimonio culturale può essere identificato come espressione di quella identità culturale propria di un popolo. Esso diviene la stessa rappresentazione di un popolo, del modo di agire, dell’interiorità composta da affetti, della concezione etica ed estetica e, più in generale, manifesta l’essere di tale comunità e degli individui che sono e si sentono parte della medesima comunità.5

Il Nakhichevan è una regione piccola, circa 5mila kmq, compresa amministrativamente nell’Azerbaigian ma geograficamente e culturalmente nell’Armenia nelle cui regioni storiche occupa una posizione centrale. In Nakhichevan ha avuto luogo, tra il 1998 e la fine del 2005, la completa distruzione di tutti i manufatti armeni: a cominciare dal vasto cimitero medievale di Giulfa nell’omonima città la quale, pur essendo in rovina e ormai disabitata da tempo, all’inizio del XX secolo era ancora ricca di diciotto chiese, un caravanserraglio, un ponte, un mercato coperto, case e soprattutto conservava la straordinaria necropoli medievale, ricca di pietre-croci, quasi tutte finemente intagliate con il caratteristico motivo della croce-albero della vita. Queste pietre vi erano state poco a poco elevate tra il V e il XVI secolo, durante la fioritura economica e culturale della città, e molte di esse erano dotate di iscrizioni storicamente rilevanti. Nel 1998, le autorità azere decidono di cancellare totalmente Giulfa e, nonostante le proteste inoltrate all’Unesco, il processo procede, a fasi alterne, fino al 2005. 

È legittimo domandarsi come mai tanto accanimento distruttivo abbia avuto luogo per così dire “a freddo”, in un momento apparentemente qualunque, lontano dalla guerra.6

«Le prime cose che un armeno costruisce in un paese sono la chiesa e la scuola. È la difesa della propria identità attraverso la religione e la cultura. Uno dei segreti dell’unità è proprio l’unità religiosa, ma non fanatica, e la difesa della cultura e del libro.»7

Nei territori dell’Armenia storica rimasti in Turchia ci si muove sostanzialmente in uno spazio “vuoto”, creato da un genocidio e ormai centenario, che purò essere solo parzialmente riempito ricostruendo con strumenti culturali di vario genere – opere storiografiche di autori armeni e non armeni, libri di viaggio, memorie, fotografi e via discorrendo – un mondo vitale sino al 1915 e poi completamente spazzato via. Alla politica di distruzione premeditata dei primi decenni è seguita una fase di sostanziale disinteresse da parte delle autorità turche nei confronti del patrimonio artistico di un popolo la cui memoria storica è stata ampiamente deformata o rimossa.8 Se si esclude la capitale Istanbul, dove ancora esiste una comunità armena consistente anche se molto ridotta rispetto all’epoca ottomana, e il villaggio di Vakif, l’unico dei sette del Mussa Dagh ancora esistente e abitato da Armeni, la popolazione che ha profondamente segnato il territorio anatolico, soprattutto orientale, è stata quasi completamente cancellata, anche topograficamente.9 Del vasto territorio abitato per millenni dagli Armeni oggi solo una piccola parte è inserita all’interno della repubblica indipendente. Persino il principale simbolo della terra armena si trova interamente in territorio turco. L’Armenia, infatti è anche il paese dell’Ararat, il Monte di Noè, il Monte dell’Arca, dal quale la vita riprese dopo il Diluvio Universale. 

Raramente le agenzie internazionali, gli organismi di controllo e di pace, hanno reagito riportando l’attenzione ai fatti accaduti, sull’annichilimento dell’eredità culturale e artistica armena. A cominciare dall’UNESCO, rappresentato nell’area del Naxijewan dalla moglie del presidente azero, Mehriban Aliyeva, designata UNESCO Goodwill Ambassador nel 2004 e mai sollevata dall’incarico.10

Dopo la resa da parte delle forze separatiste armene in Artsakh e l’ormai esodo quasi totale da parte della popolazione locale armena del Nagorno-Karabakh, in Caucaso, le paure, in particolare per quanto riguarda Yerevan, non sembrano tuttavia essere cessate. In aggiunta al problema dell’ondata di “profughi connazionali” in Armenia, con la necessità di reperire ingenti risorse finanziarie, c’è la questione della futura collocazione della popolazione scappata dall’Artsakh e la questione relativa alla Repubblica del Nagorno-Karabakh e che cosa ne sarà di questa, o ancora meglio cosa ne sarà del patrimonio culturale armeno in Karabakh e dei leader separatisti arrestati dal governo di Baku. Che la fine dell’Artsakh fosse alle porte era intuibile ed era ormai anche pacifico, tuttavia non lo sono le conseguenze e, soprattutto, è difficile da giustificare il silenzio assordante da parte della comunità internazionale. In uno scenario in cui l’Azerbaigian non intravede e non percepisce alcuna possibilità di intervento deciso da parte della comunità internazionale o possibilità di una qualche interruzione o rottura dei rapporti con i paesi occidentali, lo stato del Caucaso meridionale adotta una politica tesa a perseguire i propri obiettivi geoeconomici in uno stile di realpolitik che ha sempre caratterizzato il modus operandi del governo di Aliyev. 

La Russia sta sostanzialmente osservando passivamente e non sembra intenzionata ad aggravare i rapporti con Baku. Il Cremlino ha firmato un accordo con l’Iran per la costruzione di una ferrovia che passerà lungo la costa del mar Caspio e aiuterebbe a collegare i porti russi sul mar Baltico con i porti iraniani nell’Oceano Indiano e nel Golfo Persico. 

Il Parlamento Europeo ha firmato una risoluzione che chiede sanzioni all’Azerbaigian a causa dell’operazione in Karabakh. Dal punto di vista economico, però, quasi due terzi delle importazioni dell’Azerbaigian provengono dall’Unione Europea e quindi sarà difficile pensare che verrano adottate vere e proprie sanzioni.11

Il libro

Antonia Arslan e Aldo Ferrari (a cura di), Un genocidio culturale dei nostri giorni. Nakhichevan: la distruzione della cultura e della storia armena, Edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano, 2023

1G. Comai, Conflitto Armenia-Azerbaigian: la fine di Nagorno Karabakh, Osservatorio Balcani Caucaso, 21/09/2023.

2A. Ferrari, L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo, Salerno Editrice, Roma, 2019.

3L. Perra, Il genocidio culturale, Il Sileno Edizioni, Lago (CS), 2022.

4J. Santacana Mestre, F.X.H. Cardona, Museologia Critica, Ediciones Trea, Gijón, 2006.

5L. Perra, op.cit.

6M. Corgnati, Anche le pietre muiono. La distruzione di monumenti, siti storici e memorie culturali armene in Naxijewan: un modello per il Nagorno-Karabakh passato sotto il controllo dell’Azerbaigian?” in A. Arslan, A. Ferrari (a cura di), Un genocidio culturale dei nostri giorni. 

7B. Sivazliyan, Del Veneto dell’Armenia e degli Armeni, Regione Veneto, Edizioni Canova, Dosson di Casier – TV, 2000; C. Aznavour, I giorni prima, Rizzoli Editore, Milano, 2004.

8A. Ferrari, Viaggio nei luoghi della memoria armena in Turchia e Azerbaigian, LEA – Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente, UNIVE – Università Cà Foscari, Venezia, n° 5 2016.

9L. Sahakyan, Turkification of the Toponysm in the Ottoman Empire and the Republic of Turkey, Arod Books, Montreal, 2010.

10M. Corgnati, op.cit.

11C. Busini, Oltre il Nagorno-Karabakh, a rischio l’integrità armena, Eάst Journal, 14 ottobre 2023.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni Angelo Guerini e Associati per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Conoscere l’abuso psicologico narcisista per combatterlo: Voce per dirlo di Mina Rienzo

12 mercoledì Giu 2024

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MinaRienzo, recensione, saggio, SanpinoEditore, Voceperdirlo


Un libro pensato e scritto per le vittime di abuso narcisistico, per chi ha subito l’abuso senza nemmeno rendersene conto, per chi ha sofferto a causa di un inganno scientemente perpetrato. Un libro che parla delle conseguenze su esseri umani ignari causate da individui a cui nessuna azione, per quanto immorale, è preclusa. Individui che usano tecniche di seduzione per agganciare una persona sana al fine di ottenere gratificazioni personali, causare dolore, esercitare controllo e potere, sentirsi migliori.

Uno strumento per fare chiarezza su un fenomeno ancora poco conosciuto e sottostimato come l’abuso narcisistico e le relazioni sentimentali patologiche.

Uno degli errori in cui più comunemente si incorre è confondere l’abuso psicologico narcisista con la violenza domestica.Quest’ultima è tipicamente fisica, ha come caratteristica “il ciclo della violenza” introdotto dalla psicologa americana Leonore E. Walker nel 1979 caratterizzato da tre fasi in successione e che si ripetono: origine della tensione, aggressione e maltrattamento, riconciliazione. L’abuso psicologico narcisista è manipolazione attraverso precise tecniche volte a sottomettere e controllare.

Gli individui narcisisti patologici o maligni tendono ad assomigliarsi per il modo insensibile in cui sfruttano gli altri ed entrambi ottengono un piacere sadico nel ferire. Tutti gli abusanti cercano potere e controllo. Essi costituiscono un falso sé per nascondere il vero sé. Questo falso sé è quello che presentano a chiunque: affascinante, intelligente, di successo, generoso e gentile. È una maschera. In privato, e in particolare al partner, si mostrano egoisti, crudeli, abusanti, dimostrano un irrazionale senso di diritto, sono privi di empatia, inclini all’infedeltà. Le personalità totalmente egosintomiche del narcisismo e della psicopatia, sono sadiche e psicologicamente violente.

L’abuso narcisistico/psicopatico è attuato da individui dalla personalità gravemente disturbata, i quali non guariscono. Molti esperti concordano nel dire che solo di rado possono verificarsi piccoli cambiamenti in grado di renderli meno “patologici”. Sottolinea l’autrice come nella psiche di alcune persone ci sono caratteristiche genetiche o biologiche talmente radicate da rendere impossibile la loro guarigione, anche se sottoposte a terapie o sommerse d’amore. Un disturbo della personalità è da considerarsi permanente e quindi pericoloso. La violenza delle personalità narcisista e psicopatica è psicologica. 

Il soggetto patologico fa parte di quella che viene definita in psicopatologia e nella scienza della personalità danger zone personalities, questo perché, sottolinea Rienzo, i tratti di personalità di questi soggetti sono altamente dannosi e traumatizzanti per gli altri e sono noti per il loro comportamento correlato a bassa coscienza e rischio di causare sofferenza. 

Seppur la violenza da abuso narcisistico è psicologica i danni e i traumi a essa correlata sono anche fisici. L’autrice elenca tutta una serie di malattie e disturbi diagnosticati alle vittime, come diabete, ipertensione, artrite, fibromalgia, fatica cronica, sindrome del colon irritabile, coliti, problemi cardiaci. Rienzo sottolinea quanto l’organismo dica sulla qualità del vivere e, nella fattispecie, sulla qualità di una relazione. Con i suoi sintomi e risposte il sistema nervoso cerca aiuto per uscire da un rapporto patologico. 

Altro punto fondamentale su cui Mina Rienzo si sofferma è la definizione di vittima di abuso psicologico narcisista. Per un soggetto narcisista la preda “difficile” da conquistare è ricercata perché pone una sfida e ciò determina un aumento di adrenalina e di nutrimento narcisistico per l’abusante. Nelle vittime spesso si riscontrano queste caratteristiche: delicatezza d’animo, forti capacità ematiche, impegno nel sociale, buona autostima, integrità, capacità di resilienza, elevata cultura. Si tratta spesso di donne colte, in carriera, indipendenti, realizzate. 

«Come può essere così spietato? Come può farmi tutto questo senza alcun rimorso?»

Queste sono solo alcune delle domande che le vittime di abuso psicologico narcisistico rivolgono a sé stesse e ai terapeuti. 

Il rimorso è uno stato tipico di una persona empatica e compassionevole che non ha alcuna difficoltà nello scusarsi con gli altri e nell’esprimere rammarico per qualcosa che è successo. Un narcisista patologico non è in grado di esprimere rimorso perché è incapace di provare empatia. I maltrattamenti, i silenzi, la manipolazione e l’intimidazione sono tutti metodi per tenere la preda sotto controllo e garantirsi rifornimento narcisistico. L’unica occasione in cui si può vedere un narcisista patologico esprimere rimorso è quando finge. Il rimorso viene abitualmente simulato al fine di raggiungere uno scopo. 

I narcisisti (indipendentemente dal fatto si tratti di una madre, un padre, un fratello, sorella, amico, capo, amante, marito, moglie, partner) richiedono rifornimento come fossero tossicodipendenti e, per ottenerlo, non esitano a calpestare emozioni e bisogni altrui. Per il narcisista patologico è un insulto il riuscire a costruirsi o ricostruirsi una vita senza di lui/lei (Saccà, 2019). 

Per Rienzo troppo spesso in Italia e non solo si tende a cercare nelle donne un passato che giustifichi l’aver subito violenza. Continuare a voler spiegare i comportamenti umani a partire dalle sole esperienze infantili è un grosso errore. Inoltre è forse la vita, il passato dell’abusante che andrebbe meglio indagato.

Il narcisismo come tratto dimensionale sembra essere presente fin dall’infanzia, anche se gli studi al riguardo sono pochi e tutti di recente pubblicazione. Quel che è certo è che una grandiosa, irrealistica e aumentata visione di sé, caratteristica del narcisismo, è parte del normale sviluppo del bambino. Solo quando la visione che il bambino ha di sé incomincia a basarsi su confronti sociali, e diviene quindi più realistica e confrontabile con elementi esterni, il narcisismo diviene identificabile. Alla base dello sviluppo dei tratti narcisistici ci sono funzioni temperamentali ed esperienze di socializzazione; queste ultime, quando sono maladattive, vanno ad attivare determinati fattori temperamentali, innescando così un circolo che permette lo sviluppo dei tratti e le conseguenti disfunzioni comportamentali. Un filone di studi sostiene che la sopravvalutazione dei genitori e l’eccessiva indulgenza instillino tratti narcisistici nei bambini. In particolare, le lodi incondizionate fanno gonfiare l’opinione che il bambino ha di sé. Secondo questa teoria, i bambini arrivano ad avere grandi opinioni di sé e un senso di diritto a ricevere sempre di più. Si ritiene, inoltre, che in questo contesto familiare i bambini siano abituati a ricevere una convalida esterna continua, che successivamente è difficile trovare in ambienti extra-familiari. Al contrario, un approccio diverso sostiene che la freddezza dei genitori, le aspettative estremamente elevate e la mancanza di supporto e calore possano portare a un narcisismo maladattivo. Un terzo filone di studi, infine, ritiene ci possa essere un collegamento fra abuso e maltrattamento durante l’infanzia e lo sviluppo di tratti narcisistici. Scarsa autostima in combinazione con alti tratti narcisistici risultano essere il profilo maggiormente implicato nello sviluppo di più gravi problematiche comportamentali. Non avendo vissuto altre epoche all’infuori di quella che stiamo vivendo, non possiamo decretare la nostra un’epoca più narcisistica rispetto ad altre, ma di sicuro viviamo in un’epoca nella quale l’autocelebrazione e l’esaltazione delle proprie capacità e del proprio ego sono fulcro centrale nella vita una persona.1

L’abuso narcisistico è una forma di trauma ripetuto e pervasivo, che si accumula lentamente come una valanga. Mina Rienzo sottolinea come è al trauma che i terapeuti devono guardare, un trauma complesso. Ma attuale. Per cui è al presente che occorre guardare e considerare chi ha superato una relazione patologica traumatica un sopravvissuto. L’infanzia non c’entra, il passato non c’entra perché, come per uno stupro, la violenza è accaduta adesso e indipendentemente dalla personalità dell’abusata/o.

Il libro

Mina Rienzo, Voce per dirlo. Relazioni sentimentali patologiche abuso narcisistico, Edizioni Sanpino, Pecetto Torinese, Torino, 2024

1P. Muratori, A. Milone, C. Buonanno, S. Ianni, E. Inguaggiato, V. Levantini, S. Pisano, E. Valente, G. Masi, Eziopatogenesi e valutazione dei tratti narcisistici in età evolutiva, Rivista di Psichiatria, Marzo-Aprile 2020, Vol. 55, N°2. 


Articolo pubblicato su LuciaLibri.it


Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Necessità e conoscenza: i cardini del rapporto tra uomo e natura

04 martedì Giu 2024

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Alberodonti, Feltrinelli, GribaudoEditore, recensione, saggio, TizianoFratus

Il bosco e il suo respiro hanno un posto significativo nell’esistenza umana. L’uomo si è allontanato dalla natura per necessità ma, per Fratus, essa non ci ha mai abbandonati.

La dottrina del bosco è antica quanto la storia dell’uomo. Nell’immaginario comune, ai diversi livelli della formazione culturale e della competenza letteraria, attorno all’immagine del bosco si coagula una serie di connotati e suggestioni tutto sommato simili e comuni, che spaziano fra un’idea positiva, quella di contesto rigoglioso, brulicante di vita e incontaminato, gradevole e riposante, e un’idea negativa, di luogo oscuro e misterioso, di entità impenetrabile, inquietante, ostile (Manzo, 2013). Alberodonti di Tiziano Fratus è un viaggio di conoscenza, dei grandi alberi d’Italia certo, ma soprattutto del legame che unisce uomo e albero. Nella tradizione giudaico-cristiana gli alberi sono una rappresentazione dello spirito, nel paradiso terrestre infatti vi era l’albero della vita, fonte della conoscenza universale e della vita eterna. Ci si chiede allora se, allontanandosi dalla natura, l’uomo scelga di rinunciare, in qualche modo, alla conoscenza. Ma per Fratus l’uomo non si è mai davvero allontanato da essa e la natura, dal canto suo, non l’hai mai del tutto abbandonato.

«L’uomo si è allontanato dalla natura per necessità, ha affrontato un percorso di liberazione e di protezione di sé e dei propri cari elevandosi dalla condizione di uomo cacciatore e raccoglitore, diventando capace di conoscere, di elaborare una tecnica e di edificare intere città. Ma questa natura non l’ha del tutto respinta, capisce bene di farne parte, di essere parte di questo disegno. Certo correggere la corsa sfrenata di otto miliardi e mezzo di persone che cercano la sicurezza economica, così come abbiamo imparato a pensarla, a desiderarla, a comporla, non è facile, e oggi siamo di fronte a questa grande sfida. Ma la natura non ci ha abbandonati, ci nutre, ci sfama, ci alimenta, ci rinnova…»

Nella filosofia jüngeriana il bosco è il luogo metafisico di raccoglimento del ribelle, il quale si dissocia dalla società e le sfugge scegliendo appunto di “passare al bosco”, bosco che diventa dimora dell’essere nella quale l’io torna a vincere sulla massa, su un noi collettivo sempre più impersonale e spersonalizzante. La grande esperienza del bosco, sostiene Jünger, è l’incontro con il proprio io, con il nucleo inviolabile, l’essenza di cui si nutre il fenomeno temporale e individuale. Porta verso quello stato sul quale poggia l’intera vita sociale e che fin dalle origini è sotteso a ogni comunità (Trattato del ribelle, Adelphi, 1990).

Fratus non sa se, nel corso della sua esistenza, abbia incontrato più persone o più alberi. Di sicuro c’è qualcosa che continua a sfuggire alla presa platonica delle parole e che lo commuove quando incontra un albero dall’aspetto vissuto. Sembra che il suo relazionarsi con gli alberi non solo vinca sulla massa ma anche sugli altri, singolarmente presi. Eppure egualmente ci si chiede se il suo “passare al bosco” davvero lo isoli dalla massa oppure, in ultima analisi, gli consenta di vivere meglio anche la comunità di appartenenza.

«Il mio approccio al bosco è stato innanzitutto autobiografico, nasce da bambino, quando mio padre mi ci portava, e da giovane uomo, quando i legami radicali con la mia famiglia si sono recisi e allora gli alberi, i boschi, al contrario delle persone, mi hanno accolto. Mi hanno dato la fiducia che non trovavo nel cuore complesso delle persone. Poi, sono tornato tra gli umani ma, quando cerco conforto ristoro energia, quando cerco di guarire le mie contraddizioni, è al bosco che vado. Non per ribellarmi, bensì per crescere. Per “farmi silenzio”, come dicono i patriarchi del buddismo che cerco, nei miei sbandamenti, di seguire, di praticare. La guerra prima bisogna sanarla dentro di sé, poi semmai fuori. Chi si porta dentro la guerra, prima o poi la fa. Non c’è scampo a questa antica regola del vivente.»

La “guerra”, ovvero il buio dell’esistenza umana. Il bosco è l’idea forza, nel senso soreliano del termine, è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Il bosco è segreto. Ma, allo stesso tempo, anche clandestino inquietante perturbante. In questa accezione di significato risuona l’eco della grande antitesi e dell’equazione ancora più grande di vita e morte, alla cui soluzione si dedicano i misteri. In questa luce il bosco è la grande casa della morte, la sede del pericolo di annientamento. Il viaggiatore nel bosco muore e risorge simbolicamente. A un passo dall’annientamento c’è il trionfo. Chi ha inteso questo, sa rialzarsi al di sopra della violenza temporale. L’uomo impara che questa violenza non ha alcun potere su di lui (Manzo, 2013). E questo è ciò che sembra accadere all’io di Fratus allorquando raggiunge il bosco per ritrovare il suo equilibrio e allontanare il male, il dolore e la sofferenza, che insieme albergano nel complesso cuore umano.

L’animo umano ha bisogno di spazio. Lo spazio che solo la natura può offrire. Nella sua esperienza di vita tra i boschi, Thoreau tenta di uscire da un proprio senso di solitudine che gli schemi di pensiero e la società hanno generato. Estraniandosi dal contesto sociale egli tende a valorizzare la dimensione interna, calandosi in una solitudine particolare. Una massiccia esposizione al “selvatico” riesce a rieducare l’individuo e a riportarlo in grado di sentire la vita (Thoreau, 1845). L’esperienza di vita tra i boschi, a pieno contatto con la natura, lo porta a vivere una “solitudine gioiosa”, fatta di contemplazione estatica della natura, di lunghi periodi di tempo dedicati alla meditazione distaccata e serena, che gli hanno permesso di lasciarsi invadere dalla pace interiore. Per Fratus, di fatto, stiamo già vivendo e osservando i frutti culturali di quello che è stato definito l’umanesimo elvetico, poi indicato come silvestre e additato dall’autore stesso come “terrestre” addirittura. Intriso di spiritualità religiosa, di riferimenti al francescanesimo delle origini, al buddismo zen e alle pratiche d’immersione o bagno di foresta, nonché alla nuova consapevolezza scientifica. Ma come descrive Fratus l’esperienza di solitudine nei boschi?

«Molti di noi, un secolo e mezzo dopo, rivivono le esperienze che Thoreau tentava e vivificava ai suoi tempi, abbandonando di tanto in tanto il consorzio civile e i mille obblighi della nostra quotidianità arruffata, talora sembrerebbe più per arricchire il nostro profilo social che non per vivere a fondo la condizione contemplativa che i boschi e le foreste favoriscono, ma diciamo anche per meditare, per isolare e isolarci, per irrobustire le proprie radici, per ritrovare la solitudine gioiosa, sempre che non ci si trovi di fronte a qualche pericolo, il che resta uno degli ingredienti dell’avventura composita che ogni natura selvatica e talora selvaggia ci offre là fuori.»

Ferrarotti (Atman. Il respiro del bosco, Empiria, 2012) si chiede se mai l’uomo della società industriale saprà mettersi in dialogo con la natura e il paesaggio ma Fratus ha un’idea diversa del rapporto che lega l’uomo all’albero, al paesaggio, alla natura.

«In ogni tempo ci sono stati e ci sono uomini e donne che hanno saputo dialogare con la natura e col paesaggio. Certo, esistono enormi contraddizioni, ma sembra anche che possiamo imparare e poco alla volta a migliorare.»

Il libro

Tiziano Fratus, Alberodonti d’Italia. Cento capolavori della natura, Gribaudo – IF – Idee editoriali Feltrinelli, Colognola ai Colli (VR), 2024.


Articolo pubblicato sul numero di giugno 2024 della Rivista cartacea Leggere:Tutti


Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa di Gribaudo – IF e l’autore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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AlbertoFabioAmbrosio, Mimesis, Perunamoralecontemporanea, recensione, saggio

Se gli studi sulla moda ecosostenibile sono ormai numerosi, la riflessione sull’etica e la moda, o ancora meglio sull’etica nella e della moda, è ancora agli inizi. Ambrosio sottolinea quanto oggi la moda sia un problema. La morale della moda necessita un pensiero etico che possa contribuire alla conversione del sistema stesso. Troppi elementi socioeconomici ed estetici legati alla moda generano ingiustizia. La grande libertà che la moda ha introdotto nel mondo occidentale non è necessariamente legata a un rispetto sociale. 

Il libro di Alberto Fabio Ambrosio è un’introduzione a una morale contemporanea. Una riflessione morale del contemporaneo la cui cifra più rappresentativa è proprio la moda.

L’etica è una riflessione filosofica rivolta ai nostri atti, ai nostri atteggiamenti, al nostro agire e ancor di più all’insieme di criteri che guidano l’azione, i principi e le abitudini che regolano i comportamenti di ogni singolo uomo o di una comunità, sia in generale che in un dato momento storico. Un’etica della moda è possibile e assai interessante, soprattutto oggi che il termine moda non si riferisce più all’ambito squisitamente inteso, ma è una questione di linguaggi e soprattutto di simboli.1 Quello della moda è un sistema semi-simbolico, giacché una delle caratteristiche della sua comunicazione è il simbolo. In esso si riscontra l’indizio «della situazione dell’uomo al centro dell’essere nel quale si muove, esiste e vuole».2

Per comprendere le motivazioni della moda di una data epoca, in particolare la nostra, si potrebbe far riferimento alla teoria secondo la quale l’uomo, sin dall’antichità, ha curato il suo abbigliamento come uno dei più importanti elementi simbolici della propria condizione sociale.3 Se le peculiarità dell’abito, che servivano a differenziare l’appartenenza dell’individuo alle diverse classi sociali, sono in parte decadute, rimane il fatto che anche oggi la moda non è solo un fenomeno frivolo epidermico salottiero, ma lo specchio del costume, dell’atteggiamento psicologico della persona, della professione, dell’indirizzo politico, del gusto e non solo. 

Come avviene che, in un dato periodo, si sia assistito all’avvento di una determinata moda piuttosto che un’altra? Chi l’ha deciso?4

Nella congiuntura attuale, cioè di un capitalismo neoliberale, la moda diventa la quintessenza di quel sistema. Per questa ragione Ambrosio ritiene che l’approccio anticapitalista viene sempre più applicato anche al mondo della moda e del consumo dell’abbigliamento. Tutti i tentativi della moda etica sono in senso generale la risposta anticapitalista all’imperativo finanziario dell’alta moda. Per cui essere alla moda e acquistare i prodotti di lusso non è cedere al sistema solo e soltanto dal punto di vista economico, quanto e più ancora è cedere al principio fondamentale secondo il quale il capitalismo si identifica con una verità assoluta dalla quale è impossibile prendere le distanze. La moda costituisce un problema morale ancor prima di diventare un problema economico, e a maggior ragione in questo frangente storico in cui l’industrializzazione del settore tessile si è sviluppata in maniera esponenziale e senza un apparato legislativo globale. 

La moda, qualsiasi essa sia, pone il problema, per Ambrosio, del bene e del male degli atti umani, dell’azione in società, del rapporto tra individuo e collettività. La prima legge perversa di questo sistema è quella dell’idolatria dell’estetica, ovvero quando la bellezza e la ricerca della bellezza assurgono a idolo. E quando l’estetica, cioè la la ricerca della bellezza dell’apparenza esteriore, diventa un culto idolatrico si configura allora la questione morale. 

Nella cultura contemporanea, che dall’Occidente viene esportata in molte regioni del mondo, il narcisismo individualistico delle società si sviluppa grandemente anche attraverso la moda. Tale fenomeno è da ascrivere, per Ambrosio, a un’idolatria dell’estetica, un culto dell’apparenza della propria individualità. 

Quanto l’apparire, trasformatosi in ostentazione, è ancora un bene per la persona nelle società occidentali? Queste non si arrestano nella corsa spasmodica alla caccia di novità e di nuovi modi di rappresentare la propria individualità, rafforzando quei sentimenti, quelle emozioni che costituiscono proprio l’apparato della soggettività capitalistica e neoliberale. Il culto idolatrico, spostando tutta l’attenzione sull’estetica, perviene a proiettare le divinità della moda e dell’individuo alla moda nel pantheon sociale.

Nelle società postmoderne e nel neoloberismo capitalista, il culto idolatrico dell’apparire, e forse più ancora quello dell’ostentazione, sono totalmente asserviti al principio economico, dal momento che sganciano la metafisica dell’apparenza, intesa come potenziale positivo, da ogni bene. L’idolatria estetica diviene asservimento al capitale economico che crea la giusta narrativa, attraverso il potere della comunicazione, per rendere indispensabile questa stessa estetica, facendo credere che essa sia diventata un assoluto indispensabile per l’individuo e per le società. Per cui la moda, cioè il mercato delle apparenze e del lusso, produce anche questo contraccolpo, aumentando la competitività delle apparenze, in un immaginario sociale fatto di continui paragoni, lasciando tutti ancora più soli. Ma il vero problema della moda, nell’analisi dell’autore, è il consumismo. 

Il settore moda è il secondo più inquinante dopo quello petrolifero. A un anno dalla pandemia, che ha portato alla crisi del mercato internazionale, i consumatori hanno sviluppato nuove abitudini che con tutta probabilità continueranno anche nei prossimi anni.5 Molti consumatori hanno apportato modifiche allo stile di vita per ridurre il proprio impatto ambientale.6La pandemia sembra quindi rappresentare un motore importante per lo sviluppo della domanda di moda sostenibile, avendo accelerato l’orientamento di molti consumatori verso acquisti più consapevoli e aziende che seguano modelli di business più responsabili e implementino azioni concrete e misurabili di sostenibilità.7 Oggi, i criteri che influenzano i consumatori nelle loro scelte d’acquisto di prodotti di moda sono estetici e materiali ma anche affettivi e valoriali: ciò che indossiamo è in grado di raccontare chi siamo, cosa desideriamo, come viviamo e di quale universo valoriale facciamo parte.8 La pandemia ha portato i consumatori a valutare con più attenzione cosa acquistare, a selezionare cosa li rappresenta, dando maggiore importanza al valore simbolico e comunicativo dei prodotti. Le aziende hanno oggi una nuova opportunità di creare legami valoriali con i consumatori, e questo spiega perché numerose aziende abbiano recentemente iniziato a comunicare in maniera massiccia la propria strategia di sostenibilità.9

Alberto Fabio Ambrosio afferma che la morale della moda è tale perché necessita un pensiero etico che possa contribuire alla trasformazione, alla conversione del sistema stesso. Non può esservi moda senza morale e non perché i centimetri delle gonne non siano pudichi, ma perché troppi elementi socioeconomici ed estetici legati alla moda generano ingiustizia. 

Anziché curare l’apparenza, aiutando a costruire il sé più profondo, l’abbigliamento alla moda diventa il mezzo per alleviare solo momentaneamente un senso di abbandono, di profonda solitudine.

In qualche modo il vestito sembra essere una seconda pelle simbolica che manifesta la socialità costitutiva dell’individuo. Ma per fare in modo che egli non giunga ad accentuare eccessivamente il carattere alienante di questa socialità, deve poter mettere in atto il gioco delle maschere. Abbigliarsi è in qualche modo darsi una forma che prevede una trasformazione e non un’adesività rigida.10 Per Ambrosio la moda in sé stessa non esiste se non riesce a produrre un contro-discorso che può essere tanto critico quanto servile. La dialettica è, infatti, un processo che fa esistere i poli opposti di una data questione. Alla moda che si autoproclama la dea delle apparenze si oppone una antimoda che sceglie di andare a cercare tendenze alternative. L’epoca contemporanea ha spostato l’antimoda, da sempre focalizzata sull’aspetto moraleggiante del pudore secondo il quale l’abbigliamento deve coprire la “vergogna”, verso questioni ancora più “indecenti”: quelle delle ingiustizie sociali prodotte dal segmento della moda e dallo sfruttamento ambientale. Dire che la moda deve essere etica significa, per l’autore, cambiare solo il colore del modello già costituito. 

Se per moda si intende la trasformazione continua dell’abbigliamento, allora certamente ogni civiltà, ogni popolo consta di una storia dell’abbigliamento, e quindi della moda. Che la moda vada decolonizzata è una prospettiva necessaria tanto a livelli di studi della moda quanto e forse ancor di più dal punto di vista della moda vissuta. Tuttavia, sottolinea Ambrosio, decolonizzare la moda non può significare semplicemente affermare che la dinamica della moda esiste in tutte le culture e in numerosi periodi storici. Questa prospettiva, quanto mai vera dal punto di vista storico, culturale ed estetico, non tiene sufficientemente in considerazione il ruolo che la moda cosiddetta occidentale rivendica. La moda quale fenomeno complesso, che implica un’estetica, un’economia e una produzione, è certamente da ascrivere all’evo moderno europeo. Quest’affermazione, tuttavia, non è sufficiente per dire che questo stesso fenomeno, in quanto tale, non lo si possa trovare altrove. È invece la riflessività sul termine stesso e sul fenomeno che fa esistere la moda in maniera se non unica almeno tipicamente europea dapprima e occidentale poi. Da un punto di vista prettamente filosofico, è l’esistenza di una riflessività sul fenomeno stesso che lo fa esistere in modo preciso. È quella moda concepita e prodotta in Europa che diventa lo stigma dell’Occidente e della moda stessa. Qui è insita tutta la problematica della questione filosofica di una decolonizzazione della moda, che finisce per configurarsi come un sistema. L’Europa si pensa esportatrice di una moda che diventa, prima ancora che merce da immettere sul mercato, elargitrice di un pensiero. 

Non si può certo trascurare, tra gli altri, l’impatto che procede, in primis, dal considerare in che modo fin dall’inizio del Novecento – tra nazionalismo e imperialismo – la moda, concepita come uno dei maggiori indici di espansione e di dominio sui popoli, diventi fondante nella lotta per la supremazia mondiale, specificatamente tra Stati Uniti e Francia.11Allo stesso modo, non si può tralasciare l’impatto che procede dalla rivendicazione che il ruolo degli Stati Uniti esercitano nel controllare la moda francese attraverso le proprie riviste di moda, i propri buyers, nonché la pratica giustificata di copiare i modelli di Parigi, tentando di esercitare una modernità imperialistica della moda, che vede una compiuta realizzazione a partire dal Secondo Dopoguerra. E ciò in un processo in cui viene via via inglobata anche l’Italia.12

Il rapporto che unisce tra loro moda e politica è da sempre alquanto controverso e non passibile di un’interpretazione univoca. I Fashion Studies hanno affrontato solo marginalmente il rapporto tra moda e politica, con contributi legati per lo più ad aspetti specifici.13 L’ambito politologico si è dimostrato meno incline a riconoscere tale rapporto, in virtù del fatto che esso chiama in causa la dimensione simbolica della politica. Elisabetta I è forse la prima sovrana dell’epoca moderna a dedicare una grande attenzione alla rappresentazione simbolica del potere attraverso la figura e il corpo stesso del sovrano. Sul piano della moda, la sovrana porterà fino alle estreme conseguenze il processo di astrazione della figura umana già avviato dalla moda spagnola. Ma fu Luigi XIV a comprendere il valore politico della moda come strumento di affermazione della potenza di una nazione. Gli ideali democratici sorti con le rivoluzioni di fine Settecento sono destinati ad arricchirsi di elementi simbolici con l’avvento della lotta di classe e delle grandi ideologie nelle democrazie di massa del Novecento. È proprio all’interno di queste infatti che l’uso della moda ai fini della rappresentazione simbolica del potere assume aspetti contraddittori. Da una parte infatti, in virtù del comune riferimento alla libertà di espressione, la democrazia sembrerebbe costituire il terreno adatto alla fioritura della moda, dall’altra, il riferimento costante al ruolo che le istituzioni politiche svolgono nel rappresentare la volontà dei cittadini così come espressa attraverso libere elezioni, costringe la moda a fare un passo indietro e ad adattarsi a un dress code istituzionale che non la prevede, se non come elemento di disturbo.14 In realtà il potere ideologico, grazie al suo potenziale di identificazione, finisce per utilizzare la moda nel suo duplice meccanismo di differenziazione/integrazione, promuovendo l’uniformità tra i simili e la differenziazione rispetto al resto del gruppo.15

Attualmente la relazione tra moda e politica chiama anche in causa i processi di personalizzazione, leaderizzazione, individualizzazione della politica contemporanea16 e l’ascesa di quella che è stata definita la “celebrity leadership”17. Nella politica post-ideologica contemporanea il ruolo della moda diviene pertanto necessario per mettere in scena il pluralismo delle posizioni nel momento in cui il conflitto politico si attenua nei contenuti, ma resta indispensabile ai fini dell’esistenza stessa dei partiti.18

La contro-moda, dopo secoli di critica morale, assume negli ultimi decenni del XX secolo, e ancor più nei decenni dell’inizio del XXI secolo, le caratteristiche che si ritrovano nel movimento definito anticapitalista. «Cosa c’entra Karl Lagerfield con Karl Marx?»19 L’analisi marxiana permette ancora oggi, per l’autore, di decostruire un sistema profondamente intessuto di ingiustizie economico-finanziarie che divengono oggi ingiustizie ecologiche e planetarie.Ecco allora che si pone, per Ambrosio, il problema, da un punto di vista morale, di come porsi di fronte al sistema moda o all’antimoda, dal momento che entrambe asserviscono il sistema, direttamente o indirettamente. 

La moda potrebbe forse apparire come l’ambito più distante a cui associare il termine decostruzione. E tuttavia ampio è l’uso che ne è stato fatto. Qui l’aggettivo “decostruzionista” non definisce una particolare tendenza o scuola, ma sembra riferirsi a qualsiasi approccio riflessivo e problematizzato alla moda dove, in modo analogo all’architettura, l’operazione critica si svolge direttamente attraverso la creazione di opere che sfidano gli assunti “umanistici” fondamentali.20 È bene comunque sottolineare quanto nessuno degli artisti decostruzionisti abbiano mai voluto veramente parlare della decostruzione come un metodo di cui appropriarsi o una teoria a cui fare riferimento. Sono stati i critici a concettualizzare l’esistenza di una deconstructionist fashion, in un senso perlopiù euristico che realmente descrittivo, per indicare un atteggiamento critico verso il sistema della moda in generale o, più in particolare, verso gli stilemi della moda.21

Se la definizione della parola “moda” è ancora di difficile articolazione e costituisce un terreno non ampiamente condiviso dalla critica, l’assunto fondamentale della moda come processo sociale e culturale, comunicativo e identitario, appare ormai assodato nell’affermazione dell’interdipendenza fra abito corpo cultura. Negli ultimi anni la moda si è trasformata sempre più in una pratica di identità provvisorie, in una manifestazione di comportamenti post-moderni che tendono ad abbattere le frontiere fra gli stili per applicare il mix eclettico e modificano, di conseguenza, il concetto di abbigliamento come strumento comunicativo. Ne deriva anche una crisi del concetto di stili di vita, sempre più eclettici transitori mutevoli, che sembra non essere più adeguato alla frammentazione dell’individuo moderno inserito in società multiculturali e pluricentriche, per cui lo stesso discorso della moda è obbligato a ridefinirsi e a utilizzare nuove modalità di comunicazione. L’elemento identitario è particolarmente presente negli studi concernenti il sistema moda non solo perché l’abbigliamento è una delle forme di espressione dell’io, ma anche perché il discorso prodotto dagli attori economici e culturali del settore si basa essenzialmente su una forte definizione dell’identità di marca sia a livello iconico, sia a livello verbale. Il concetto di identità è quindi intrinseco alla creazione stessa della marca che per essere comunicata a un pubblico sempre più diversificato necessita di tratti specifici in grado di proporre valori, uno stile di vita, un’estetica e, addirittura, un’etica e una visione del mondo.22

Nello stadio estetico l’uomo non si confronta con l’etica, con i principi e i valori morali, ma vive solo nella contingenza e così la sua personalità non si può né costruire né sviluppare: egli si sofferma a vivere all’istante, momento per momento. Ma il momento è sempre effimero e chi ha scelto di non scegliere in realtà non s’impegna in un programma di vita. Chi rinuncia a costruirsi un’identità, una personalità definita, alla fine avverte il vuoto e il senso di fallimento della sua esistenza e cade nella disperazione. Lo stadio estetico è infatti lo stadio della disperazione, che però è la condizione che permette di scegliere la vita etica, di aprirsi all’etica. Nello stadio etico l’uomo, per superare la disperazione dello stadio estetico, accetta di vivere conformemente a ideali morali, assumendosi delle responsabilità. Nel passaggio dallo stadio estetico a quello etico si può diventare una persona diversa, ma ciò è possibile solo se avviene quello che Kierkegaard definisce la “scelta esistenziale”.23

Nella postmodernità acquistano importanza i criteri estetici, l’emozione e il gusto, che erano marginali nell’epoca moderna, razionale e orientata alla produzione.La nuova era mette a disposizione un ampio sventagliamento di esperienze di lavoro e tempo libero. D’altro canto, invece di seguire le pretese di una morale razionale universale, ciascuno si costruisce personali percorsi di vita buona e definisce soggettivamente i modi della sua responsabilità nei confronti dell’altro. Allo stesso tempo gli esseri umani, lungi ormai dal pensarsi in grado di dominare e migliorare la natura, cominciano a prendere coscienza dei danni ambientali in corso. La questione della moda etica è ovviamente un aspetto della più generale questione del consumo responsabile, che si fa strada perché sono almeno in parte cambiati i rapporti di forza tra produttori e consumatori. Se è vero che la cultura postmoderna è eminentemente emozionale, si comincia a parlare di moda etica quando la ricerca estetica inizia a combinarsi con il riconoscimento del rischio e le richieste di sostenibilità. La moda etica segna da una parte il culmine dell’ambivalenza tipica del postmoderno e dall’altra l’uscita dal puro estetismo che sembrava caratterizzarlo. Non si può ignorare, inoltre, che anche la moda responsabile ha i suoi critici, i quali sostengono si tratti non solo di un mercato di nicchia, e perciò irrilevante, ma anche di un mercato impossibile.24

Il vero problema della cultura postmoderna è il suo essere concentrata solo sul presente, incapace di pianificare o almeno prefigurare il futuro. Il nuovo Millennio ha portato con sé un nuovo tipo di immaginazione, che ora riguarda le aspirazioni a un mondo migliore più che all’appagamento estetico. Occorre decolonizzare l’immaginario, ovvero uscire dai vecchi schemi rischiando una parte dei nostri privilegi. L’Immaginazione Etica (IE) è un’abilità complessa che, specie nel caso della moda, ha ancora a che fare con una rappresentazione e perciò con l’emozione estetica, ma riesce anche a sintetizzare ritorno alla tradizione e progettualità, sentimenti di appartenenza e nuove relazioni sociali. Se secondo Appadurai l’immaginazione porta a produrre cambiamenti epocali, la moda etica sembra costruire un ponte finalmente stabile tra produzione e consumo all’interno di nuove “comunità di pratica”. La moda responsabile appartiene alla stessa cultura che promuove lo slow food, ma la estende a un settore che molto più del cibo è colonizzato dall’estetica e lontano dalle urgenze della miseria e della malattia. La responsabilità per la sostenibilità sembra meno ovvia nella moda e perciò diventa determinante per l’allargamento della sfera d’influenza dell’immaginazione etica.25


Il libro

Alberto Fabio Ambrosio, Per una morale contemporanea. Critica della moda pura, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2024.


1M. E. Capitanio, L’etica della moda, B@abelonline vol. 14/15, RomaTre Press, Roma, 2013.

2P. Riœur, La simbolica del male, Il Mulino, Bologna, 1970.

3G. Dorfles, La (nuova) moda della moda, ed. Costa & Nolan, Milano, 2008.

4M. E. Capitano, op.cit.

5PwC, PwC’s March 2021 Global Consumer Insights Pulse Survey, 2021.

6A. Granskog, L. Lee, K.H. Magnus, C. Sawers, Survey: Consumer sentiment on sustainability in fashion, McKinsey & Company, 2020.

7Accenture, COVID-19: Retail Consumer Habits Shift Long-Term, 2020.

8C. Lunghi, E. Montagni, La moda della responsabilità, Franco Angeli, Milano, 2007.

9F.R. Rinaldi, Moda sostenibile e circolare tra ambiente, etica e cultura del territorio, Dimensioni e Problemi della Ricerca Storica, Sapienza Università Editrice, Roma, 2021.

10M. E. Capitano, op.cit.

11A.M. Blake, How New York become American 1890-1924, The John Hopkins University Press, Baltimore, 2006; D. Albrecht, Paris New York: Design Fashion culture 1925-1940, Monacelli Press, New York, 2008; R. Arnold, The American look. Sportswear Fashion, Fashion and Image of Woman in 1930 and 1940s New York, I.B. Tauris, London and New York, 2009; D. Calanca, New York is Everybody’s Town: Itinerari della moda tra Europa e Stati Uniti in età contemporanea, in Moda, Metropoli e Modernità, D. Baroncini (a cura di), Mimeis Edizioni, Milano, 2018.

12D. Calanca, Fashion in Italy (1951-1965). Consenso e opinione pubblica tra Europa e Stati Uniti: un’introduzione, Dimensione e Problemi della Ricerca Storica, Sapienza Università Editrice, Roma, 2021.

13B. Bartlett, Fashion and Politics, Yale University Press, New Haven, 2019; M.C. Marchetti, Moda e Politica. La rappresentazione simbolica del potere, Meltemi, Milano, 2020.

14M.C. Marchetti, La rappresentazione simbolica del potere attraverso la moda, Dimensioni e Problemi della Ricerca Storica, Sapienza Università Editrice, Roma, 2021.

15G. Simmel, La moda, Editori Riuniti, Roma, 1985.

16G. Mazzoleni, La comunicazione politica, Il Mulino, Bologna, 2012.

17D. Campus, Celebrity leadership. Quando i leader politici fanno le star, Comunicazione Politica, n°2, 2020. 

18M.C. Marchetti, op.cit.

19T.E. Hoskins, The anti-capitalist book of fashion, Pluto Press, London, 2014.

20P. Terzi, Atlante disciplinare della decostruzione. Dalla filosofia alla moda, ZoneModa Journal, Vol. 10, n° 1, 2020.

21A. Zborowska, Deconstruction in Contemporary Fashion Design: Analysis and Critique, International Journal of Fashion Studies, Vol. 2, n° 1, 1998.

22M.M. Mattioda, Le costruzioni identitarie del sistema moda. Verso modelli di identità plurale, Synergies Italia, n° 7, 2011.

23Á. Heller, Per un’antropologia della modernità, Rosenberg & Sellier, Torino, 2016.

24L. Bovone, Cultura materiale e nuovi valori: il caso della moda etica, Sociologia della Comunicazione, luglio 2016.

25L. Bovone, op.cit.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Mimesis Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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Gabriella Taddeo, Social. L’industria delle relazioni

09 giovedì Mag 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Einaudi, GabriellaTaddeo, recensione, saggio, SocialLindustriadellerelazioni

Da strumenti ideati per favorire le relazioni, i social negli anni sono diventati sempre più mezzi di informazione intrattenimento e crescita personale. Allo stesso tempo, con pari o maggiore intensità, li interpretiamo come zone franche, in cui allentare la morsa sociale per lasciarci andare al divertimento infantile, al narcisismo, all’esaltazione tribale o alla semplice apatia. Sono diventati oggi una vera e propria “industria delle relazioni” e tutti noi siamo dominati dal loro potere. Una condizione che, sottolinea Taddeo, ci appare ineluttabile e allo stesso tempo poco comprensibile. 

Da più parti, sempre più spesso, si avverte la necessità di cambiare rotta, o almeno di opporre resistenza nei confronti della modellizzazione delle nostre relazioni e delle nostre vite, ma al netto di interessanti quanto rari fenomeni di social media quitting, una gran parte della popolazione mondiale oggi rimane sui social e lì si riconosce, si diverte, si odia e si ama. 

Si possono definire social quelle piattaforme che hanno, come fattore distintivo, la presenza di una “socialità algoritmica” dinamica e generativa, alla base dei meccanismi di interazione. Nella sua analisi l’autrice sottolinea come essi si occupano di progettare non generiche relazioni tra utenti, ma specifici modelli di interazione, e che tali modelli relazionali non sono ancillari ad altri bensì al centro della produzione e del consumo che avvengono in questi contesti. Non c’è più una dinamica basata sulla valutazione dei contenuti, e nemmeno sull’importanza delle relazioni, piuttosto un’interazione fra vivente e algoritmo che lo porta a innescare un dialogo implicito ed esclusivo con esso, nel tentativo di migliorarlo e ottenere così una visione più precisa e soddisfacente dei propri bisogni, dei propri gusti e in ultima analisi di sé stessi. 

Le tre tendenze che meglio identificano il modo culturale in cui ad oggi il futuro prende forma, come equilibrio sempre prevedibile fra società e tecnologia, sono:

  • Desocializzazione dei social.
  • Spinta de-estetizzante.
  • Sfida del social totale (Metaverso).

La desocializzazione dei social è riscontrabile in relazione alla crisi di Facebook e, in generale, del modello friend drivenlì promosso. I dati fanno emergere ormai che la popolazione media di Facebook è sempre più vecchia e non viene rinnovata dalle nuove generazioni. Questo social appare quindi sempre più destinato a persone di mezza età con una non forte consuetudine agli ambienti digitali e alle sue dinamiche relazionali. Viene sempre più vissuto come il luogo della rabbia e della polemica sterile. La difficile fase di Facebook è anche legata a una certa stanchezza degli utenti nel guardare contenuti di persone simili a loro impegnate in una estenuante rappresentazione scenica di vite ordinarie. Ricorda Taddeo che le nuove generazioni sono restie a condividere contenuti verso pubblici invisibili e preferiscono dedicare le loro pratiche creative e di condivisione a specifici target, spesso composti dai loro pari, protetti da sistemi di privacy e controllo. In questa chiave si può leggere lo spostamento degli utenti dai social ai sistemi di instant messaging. 

La spinta de-estetizzante è un processo complessivo di adattamento delle logiche social all’esigenza culturale, da più parti espressa, di recuperare l’eccessivo scollamento tra realtà e mediatizzazione che i social stessi hanno costruito e promosso. Se la desocializzazione e la de-estetizzazione cercano di alleggerire e disinnescare le meccaniche sociali create dalle stesse piattaforme, il social totale va nella direzione opposta e propone l’evoluzione immersiva e totalizzante delle dinamiche social oggi sperimentate. Il social totale viene anche indicato come Metaverso. 

Ma cos’è davvero il Metaverso? E, soprattutto, cosa diventerà?

Nel Metaverso sono oltre 40 i mondi virtuali abitati circa 350milioni di persone, o meglio di avatar. Si tratta perlopiù di piattaforme originariamente nate per il gioco – come Fortnite e Roblox – ma in continua evoluzione verso contesti virtuali sempre più concreti. Nella realtà virtuale è possibile fare qualsiasi cosa: organizzare eventi e assistere a concerti, finanche acquistare terreni e proprietà immobiliari. Ammonterebbe a circa 85milioni di dollari il budget speso per acquistare terreni e immobili su piattaforme quali Cryptovoxels, Decentraland, Sandbox e Somnium. 

Entro il 2035 l’impatto economico del Metaverso sul Pil italiano sarà tra i 28 e i 52 miliardi di euro l’anno, secondo i dati forniti dalla Rome Business School. A livello globale, si calcola che entro il 2030 gli utenti attivi nel Metaverso supereranno i 700milioni, generando un giro di affari che potrebbe raggiungere quasi i 1000miliardi di dollari. 

Esperienze sempre più immersive. Interazioni sensoriali sempre più simili alla realtà. Questi sembrano essere gli obiettivi dei recenti sviluppi del Metaverso, a cui le restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 hanno dato un grande slancio. 

Nel 2020 il 62% degli italiani ha effettuato lunghe sessioni di gaming online, come riporta il report di McKinsey&Company. 

La spesa dei consumatori per contenuti digitali è più che raddoppiata tra il 2018 e il 2021, passando da 1448miliardi a 2944miliardi. La parte del leone l’ha fatta sicuramente il gaming che ha raggiunto i 1725miliardi nel 2021 contro i 993 del 2018. Questi i dati diffusi dall’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano. 

Dopo il gaming sembra essere la musica il settore di maggiore interesse per gli sviluppi online. La spesa degli italiani per sottoscrivere abbonamenti o acquisti è in continua crescita e l’Osservatorio prospetta roseo il futuro del comparto. A spingere il business sono i diversi sviluppi del settore, che vanno dai video al live streaming, dai podcast – che rappresentano la maggiore entrata per i canali advertising come TikTok e Twitch – fino alla sincronizzazione sulle piattaforme di gaming. 

«È evidente che nessuno di noi sappia di preciso cosa sarà il Metaverso, Ci sono suggestioni e possiamo cogliere sin d’ora varie parti, ma esistevano già prima che nascessero i social network. Per il resto stiamo assolutamente improvvisando, sperimentando supposizioni. Credo che il Metaverso potrà essere un social media 3D in tempo reale in cui non si scambiano messaggi in maniera sincrona, ma ci si ritrova in un mondo virtuale dove è possibile fare sostanzialmente qualsiasi cosa.» A dirlo è Tim Sweeney, CEO di Epic Games, come riporta tech4future.

Una visione condivisa vede il Metaverso come un mondo virtuale in 3D analogo o del tutto differente al mondo reale, dove è possibile immergersi grazie a un avatar digitale, avvalendosi di tecnologie immersive, quali la realtà virtuale e la realtà aumentata. 

Nel Metaverso è possibile raggiungere mondi virtuali in 3D alternativi al mondo reale, all’interno dei quali è possibile costruire qualsiasi cosa, anche una propria casa, e vivere attraverso il proprio avatar all’interno di una community online. L’esempio più rappresentativo è stato Second Life, in commercio dal 2003, utilizzato da milioni di giocatori.

Centrati sulla creazione di una community all’interno della piattaforma sono i giochi multiplayer competitivi. Tra i più notori Fortnite, il battle royale di Epic Games. Di indole differente sono invece altri giochi multiplayer che consentono una libertà pressoché assoluta di creazione di contenuti e condivisione delle creazioni, come Minecraft e Roblox.

Con l’arrivo della pandemia da Covid-19 e delle sue restrizioni si sono moltiplicate le collaborazioni tra le piattaforme online e le industrie dell’entertainment. I concerti online hanno consentito la possibilità di esibirsi dinanzi a un pubblico fatto da milioni di spettatori. Una cosa impensabile altrimenti viste le condizioni e le restrizioni in atto. 

Il concerto di Travis Scott su Fortnite, trasmesso in pieno lockdown, registrò 45.8milioni di visualizzazioni in cinque spettacoli. Un successo tale che la piattaforma gaming lanciò ufficialmente l’avatar del rapper in movimento tra glich ed effetti speciali. 33Milioni le visualizzazioni per lo show del trapper Lil Nas X trasmesso online su Roblox. Il concerto delRift Tour di Ariana Grande ha superato il milione di visualizzazioni sul profilo ufficiale di Fortnite. Per rendere ancora più unica l’esperienza, come accade anche per gli altri artisti, oltre alla skin basata sulla popstar, gli utenti di Fortnite hanno potuto ottenere oggetti di scena, nuove schermate di caricamento ed emoticon, il tutto ispirato all’artista. Un vero e proprio concerto realizzato all’interno della piattaforma è quello dei Twenty One Pilots su Roblox: uno spettacolo di circa 30 minuti tra scenari realizzati ad hoc che cambiavano con il brano musicale. 

Listening Party è stata l’iniziativa, lanciata a partire dal 2021, con la quale Roblox ha permesso agli artisti di presentare in anteprima i loro progetti all’interno del Metaverso. Soundwave Series sembra essere stata la risposta-contrattacco di Fortnite. Un’iniziativa dedicata ai concerti di artisti provenienti da tutto il mondo. Ai concerti virtuali è stata poi affiancata una serie di operazioni per la commercializzazione del merchandise digitale. Un grande mutamento sembra essere in atto anche per Twitch, la piattaforma di Amazon nata nel 2011 che offre sempre più spazio alla trasmissione di eventi online legati a videogame. Lo stesso discorso vale per Tik Tok, un tempo dedicata a balletti e lip sync e oggi sempre più aperta a concerti ed eventi online. Come Underwater Live Session di Blanco. Un’esperienza immersiva e subacquea da centinaia di migliaia di visualizzazioni. 

L’82% dei Millennial e l’83% dei Generazione Z italiani utilizzano piattaforme online per accompagnare momenti liberi, di studio, lavoro o per ascoltare musica. Le dimensioni del mercato sono più che raddoppiate negli ultimi 10 anni e il valore da poco oltre i 100milioni ha quasi raggiunto i 400milioni di euro. La Generazione Z si sta rivelando la categoria in più rapida crescita, con 560miliardi di canzoni ascoltate solo nella prima metà del 2023. I dati sono ancora dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. 

Gli MTV Video Music Award nel 2022 hanno aggiunto un premio per i concerti del Metaverso, introducendo la categoriaBest Metaverse Performance. Le nomination per il 2022 sono state: Twenty One Pilots in Roblox, Justin Bieber in Wave, Charli XCX in Roblox, Ariana Grande in Fortnite, BTS in Minecraft, e i trionfatori Blackpink in PUBG. 

Comunque non è la prima volta che gli MTV Award si legano alle tendenze tecnologiche del momento: il premio Song of the Summer, istituito nel 2013, viene votato direttamente dai fan sui social media, al pari della categoria Group of the Yeardel 2022. 

A partire da dicembre 2023 Fortnite si è arricchito di ben tre modalità inedite, che sembrano essere tre distinti nuovi giochi: Fortnite Rocket Racing che ricorda Mario Kart e Rocket League, Fortnite Festival che ha lo sguardo rivolto a Rock Band e Guitar Hero e LEGO Fortnite, frutto della collaborazione di Epic Games con l’azienda LEGO, un gioco a metà tra Minecraft e Fortnite Salva il Mondo. Un’iniziativa pensata forse per avvicinare alla piattaforma utenti più piccoli, ovvero il target maggiormente legato a Minecraft. Nei giorni immediatamente successivi al 7 dicembre, ovvero al lancio di LEGO Fortnite, la piattaforma ha registrato un considerevole aumento di accessi, raggiungendo il picco di oltre 11milioni di utenti e una media giornaliera compresa tra i 5 e i 6milioni di giocatori. 

Numeri che sembrano alti ma non abbastanza se confrontati con quelli, per esempio, di Brawl Stars il quale ha generato durante il suo primo anno, il 2018, 442milioni di dollari. E che a dicembre 2019 registrava 141milioni di download unici a livello globale. Un gioco che resta comunque indietro nella classifica dei games della Supercell, nella quale svettano Clash of Clans e Clash Royale. 

Clash of Clans, lanciato nel 2012, è un gioco di ruolo dove l’obiettivo è creare delle strategie ben mirate in modo da vivere al meglio la propria avventura, costruire un villaggio in cui addestrare il proprio esercito e, ovviamente, vincere le battaglie. Con Clash Royale la strategia riguarda l’abilità nel collezionare le carte che torneranno utili nei duelli online con gli altri giocatori. Mentre  Brawl Stars è caratterizzato da sfide e combattimenti a tempo, online, che possono essere eseguite in varie modalità scegliendo anche tra numerosi personaggi e skin. 

Anche la Supercell sembra aver capito il potenziale della trasformazione in atto del mondo digitale e dell’universo dei gamer. A partire da settembre 2023, ad esempio, è iniziata la collaborazione con Amazon per legare il videogioco Brawl Stars e la piattaforma Twitch. Collegando i due account e visionando le live in onda su Twitch, i giocatori possono ottenere ricompense da sfruttare per il game Brawl Stars. 

Una interconnessione continua e reciproca sembra essere alla base delle scelte delle aziende e delle piattaforme virtuali, la medesima che ispira stati quali Giappone e Corea. Il primo ha prolungato la linea metropolitana di Tokyo con un fermata virtuale visitabile attraverso gli avatar. La Shin Akihabara Station della linea Yamanote – il servizio ferroviario metropolitano che viaggia intorno al centro della capitale giapponese – è la trentunesima fermata. I viaggiatori hanno la possibilità di visitare la riproduzione dei luoghi reali, interagire con altri avatar e fare acquisti nei negozi virtuali. La merce può essere poi ritirata negli armadietti posizionati nella reale stazione di Akihabara.

Mentre Seoul ha programmato da tempo la possibilità di consentire ai cittadini di interagire con gli uffici pubblici attraverso la realtà virtuale. Visitare virtualmente molte delle attrazioni di Seoul, accedere alla documentazione ufficiale, presentare reclami e chiedere informazioni su tasse e tributi: queste sono solo alcune delle attività che i cittadini possono svolgere in Metaverse Seoul. Attraverso l’uso di visori per la realtà aumentata, occhiali intelligenti o controller di nuova generazione, gli utenti possono incontrare virtualmente i funzionari pubblici, gli amministratori, completare varie procedure e assistere a eventi pubblici, come il rituale del suono della campana del  Bosigak Belfry per festeggiare il Capodanno. 

Forse l’idea del Metaverso è proprio questa: non cercare di rimpiazzare il mondo reale e neanche creare dei meri mondi alternativi virtuali, bensì unire reale e virtuale generando un nuovo mondo ibrido e un nuovo modo, anch’esso ibrido, di viverlo. In questo senso il Metaverso può essere indicato come un’espansione della realtà. Un ambiente virtuale tridimensionale che può essere abitato da un numero potenzialmente illimitato di utenti. L’interattività diventa immersività in maniera tale che ogni attività svolta in virtuale appare sempre più realistica e addirittura reale. 

I social, per Taddeo, hanno coniugato le istanze umane di individuazione, quindi capacità e interesse a definirsi come soggetti unici, originali, con quelli di socializzazione, ovvero l’altrettanto fondamentale bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa, come gli altri e insieme agli altri. L’obiettivo dei social però non è quello di offrire spazi solipsistici e autoreferenziali, bensì di promuovere la condivisione del sé, dei propri interessi individuali, delle proprie risorse, aspettative ed emozioni in modo che l’interiorità sia esteriorizzata, resa in tal modo visibile e in qualche modo “fruibile” dagli altri. Secondo le logiche social non esiste un io senza un noi che lo guardi, lo legittimi, lo valorizzi e in definitiva lo usi. Il design dei social si è occupato in maniera intensiva di rendere “visibile” l’io, ragionando sulla rappresentazione individuale come un’interfaccia che permetta agli altri utenti di navigare l’individualità di ciascuno e di “usarla” per diverse funzioni: aggiornarsi, ispirarsi, confrontarsi, relazionarsi, chiedere aiuto, competere. 

Se la rappresentazione del sé è un fatto consolidato che si articola nel corso dei millenni, attraverso diversi media, i social network per primi hanno condotto alla possibilità di rendere l’autorappresentazione un gesto di massa, ordinario, quotidiano, continuativo, multimediale e soprattutto organico del vivere sociale. Sottolinea l’autrice quanto l’essere fuori dal circuito dell’autorappresentazione appare oggi addirittura un atto provocatorio, appannaggio di poche minoranze e segnato, in ogni caso, da una precisa connotazione comunicativa, quella del gesto di dissenso, dell’attivismo culturale e della protesta. 

Il libro

Gabriella Taddeo, Social. L’industria delle relazioni, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2024.


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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L’irresponsabilità dell’arte: le voci “Fuori dal coro” di Giulio Ciavoliello

06 lunedì Mag 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Fuoridalcoro, GiulioCiavoliello, MarinottiEdizioni, recensione, saggio

Proprio quando tutto e tutti spingono verso l’allineamento l’animo dell’artista e dell’intellettuale si sfila e rivendica la propria libertà. Ciavoliello ha indagato l’esser fuori dal coro delle voci del ’68. Ma cosa accade nell’arte e nella cultura oggi?

Il ’68, quel fenomeno sociale che si è soliti caratterizzare con questo numero, è stato non la causa ma l’effetto di un cambiamento molto più profondo che lo ha preceduto e di cui esso, in un certo senso, è stato al servizio. Il passaggio da un capitalismo di tipo produttivo-industriale a un capitalismo di tipo tecno-consumistico esigeva un “tipo d’uomo” conforme alla legge che governa l’universo consumistico, legge che può essere identificata nel “bisogna vendere tutto, bisogna vendere a tutti”. A tale scopo era necessario liberare i soggetti da tutte quelle regole tradizioni valori convincimenti fedi e quant’altro potesse in qualche modo ostacolare un libero e facile accesso al consumo. Ogni assoluto doveva essere relativizzato, ma non in nome di qualche relativismo o nichilismo teorico, piuttosto per preparare la discesa in campo di quel nuovo assoluto pratico che è diventato il consumo. L’idea tanto cara durante il ’68 di una libertà senza limiti trova così una strana concordanza con quel poter consumare senza limiti che costituisce il fondamento stesso della società dei consumi. Il consumismo, infatti, è libertario per sua intima natura, esso esalta a un tempo la libertà e il senzalimiti, così come esalta a un tempo il sogno e l’immaginazione, ben consapevole che sono proprio queste le strade maestre lungo le quali il consumo trova le ragioni più convincenti per trasformarsi in un’attività frenetica (Petrosino, 2018). 

Gli anni Sessanta hanno visto i giovani costituirsi come gruppo sociale autonomo, che voleva dare un’identità collettiva trasgressiva e conflittuale ma, al contempo, i loro consumi e il condizionamento che su di essi veniva operato furono uno strumento per integrare i giovani nel contesto economico dell’Italia del boom economico. Si arrivò a identificare i giovani con la categoria di studenti. Le associazioni e i giornali scolastici e universitari volevano rappresentare la loro voce, un megafono indirizzato verso il mondo degli adulti. Si voleva dimostrare di avere non solo dei diritti ma anche un’opinione sui grandi temi di attualità: dalla libertà sessuale all’apartheid, dal rifiuto dell’autoritarismo e della guerra alla libertà di crearsi un’esistenza fuori dal nucleo famigliare. Negli anni Settanta il conflitto generazionale si legò a quello sociale. La situazione economica era mutata. La crisi finanziaria e quella del petrolio inasprirono i toni della protesta, il disagio giovanile non venne compreso dalla classe dirigente e ha per certo rappresentato una miccia incandescente per i successivi “anni di piombo”. 

Le contestazioni che hanno caratterizzato il periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta hanno interessato anche la produzione letteraria e artistica. Il clima post-sessantotto chiedeva agli artisti la partecipazione a varie forme di azione sociale e politica. Da loro ci si aspettava un’adesione alle lotte studentesche e operaie, oltre che una sintonia su una generale messa in discussione di ordinamenti istituzioni autorità. Da parte di artisti e intellettuali è dato per scontato un coinvolgimento o quanto meno una corresponsabilità, propria di chi prende parte schierandosi politicamente. Ed è ciò che effettivamente accade in quegli anni. Si tratta del cosiddetto impegno. Fuori dal coro di Giulio Ciavoliello (Christian Marinotti Edizioni, 2023) è un libro dedicato a quegli artisti e a quegli intellettuali che si sono sottratti a urgenze del momento e a sollecitazioni esterne alla propria ricerca, per affermare con il loro operato un’autonomia dell’arte e dei saperi. 

›«Cittadini, consideratemi irresponsabile di quanto succede!» recitava una voce registrata passata in loop a una mostra nel Palazzo Ricci a Montepulciano nel 1970 alla quale l’artista Luciano Fabro partecipava proprio con questa opera. Il suo personale modo di esprimere il proprio disimpegno. 

L’affermazione di un artista che respinge l’identificazione con una posizione collettiva, che rivendica un’estraneità rispetto a esigenze che non gli sono proprie. Sotto la pressione degli eventi, quando tutto e tutti sembrano spingere a schierarsi, l’artista pone al centro la sua libertà. 

Ricorda Ciavoliello il caso di Pino Pascali, il quale sceglie di ritirare le proprie opere per la Biennale di Venezia del 1968 a causa della violenza e delle azioni intimidatorie poste in essere da studenti e polizia. 

Vi è sempre l’impossibilità di separare completamente cultura e politica. Nello stesso tempo si pone l’esigenza di una distinzione fra le due, con l’irriducibilità dell’una rispetto all’altra, perché ognuna opera su un proprio terreno e secondo proprie dinamiche. È una cultura autonoma ad arricchire la politica, a giovare alla sua azione, mentre una cultura politicizzata, intesa come strumento di influenza, non può offrirle niente (Vittorini, 1947). 

Radio e televisione sono stati a lungo i mezzi di comunicazione di massa più determinanti per il Paese. Con loro l’Italia è uscita da una dimensione ottocentesca, di unione più che altro amministrativa, per entrare in un’altra reale. Analizza a fondo Ciavoliello la relazione tra comunicazione e libertà.

Tra le esperienze che distinguono la socializzazione di persone appartenenti a diversi gruppi sociali, il consumo mediale ha rappresentato, nell’era dei media di massa, una base sostanzialmente condivisa. Individui appartenenti a gruppi sociali diversi, soprattutto se nella stessa fascia d’età, hanno esperito “diete mediali” in gran parte collimanti. In un certo qual modo, il consumo mediale è diventato, insieme a istruzione pubblica, servizio militare, feste nazionali, un fattore di coesione tra gruppi che hanno, al di fuori di questi ambiti, esperienze divergenti. Oggi, l’avvento dei media digitali espande le opportunità di ricezione di comunicazione ma anche di creazione e condivisione di questa. Al limite, ogni persona ha la possibilità di selezionare una “dieta mediale” che si sovrapponga in minima parte a quella di un altro, e che sia continuamente ristrutturata da nuove combinazioni di prodotti comunicativi. Siamo ancora lontani da un tale panorama estremo, nondimeno le tecnologie hanno già oggi permesso all’offerta di comunicazione di ampliarsi molto oltre le capacità ricettive dei singoli, e la prospettiva è di un’ulteriore moltiplicazione (Gui, 2005). 

I media digitali, come anche i mass media tradizionali, stanno operando una trasfigurazione del banale in contenuto mediatico. Da “finestra sul mondo” i media si stanno trasformando in oblò sullo spazio intimo di vita delle persone (Codeluppi, 2023). 

E allora ci si chiede: se i mass media delle origini hanno aiutato la popolazione a liberarsi di forme di cultura arcaiche, accompagnandola in una dimensione più moderna e reale, gli odierni mass media dove stanno conducendo le persone? Quanto è veramente profonda la costrizione della libertà dell’individuo una volta che la sua esistenza viene proiettata in live o in streaming? Gli artisti e gli intellettuali seguono anch’essi il flusso dei dati oppure operano, a modo loro, una resistenza per essere, ancora una volta, delle potenti voci fuori dal coro?


Articolo pubblicato sul numero di maggio 2024 della Rivista cartacea Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Marinotti Edizioni per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


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© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Marco Valle, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani

12 venerdì Apr 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste, Recensioni

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MarcoValle, NeriPozza, recensione, saggio, Viaggiatoristraordinari

Gli esploratori sono passati alla storia per la maggiore con l‘immagine stereotipata dell’avventuriero conquistatore e portatore di civiltà e progresso. L’iconografia popolare racconta le gesta di uomini alla conquista di immensità sconosciute, con in testa il casco coloniale e nelle mani una mappa, un sestante e un fucile. Marco Valle definisce gli esploratori come un’espressione contraddittoria di un’epoca e di una cultura. Raccogliendo le sue considerazioni per l’intervista, ha sottolineato quanto essi, per i critici del colonialismo, «avessero una precisa funzione sociale e politica: informare i contemporanei sullo stato del mondo, portar loro informazioni su luoghi arcani e inaccessibili, cercare risorse ricchezze mercati, rappresentare e ribadire la primazia dell’Occidente». Ma, come ricorda egli stesso nel libro, dai loro diari traspaiono i caratteri di uomini inquieti, a disagio se non in totale rottura con le società da cui provengono. Nelle terre incognite gli esploratori cercavano non solo fama e ricchezze, anche la possibilità di dare un senso alla propria esistenza. «Appena abbandonato l’ultimo avamposto, il protagonista – ormai fabbro del proprio destino – poteva riscrivere regole ritmi comandamenti, conquistare regni e popoli. Una sensazione di assoluta libertà che valeva ogni rischio: il viaggiatore straordinario poteva ammalarsi o cadere prigioniero, languire e spegnersi in modo atroce in qualche angolo sperduto, ogni spedizione poteva trasformarsi – per una micidiale roulette russa – in un disastro, eppure ogni imprevisto, anche il più tragico, era preferibile alle atmosfere asfittiche e mediocri della madrepatria».

Nell’immaginario europeo, il continente africano in particolare è stato per lungo tempo avvolto da un alone di mistero e di paura in quanto luogo inaccessibile, indicibile, spazio tenebroso e oscuro, abitato da popolazioni selvagge e primitive. Ciò che viene visto e descritto dal viaggiatore-narratore non diventa soltanto fonte di un sapere geografico, ma, attraverso la capacità del linguaggio di fissare nei luoghi e nei paesaggi dei significati “pensati”, si configura come coscienza territoriale che diffonde nell’immaginario collettivo una serie di messaggi. Storici e critici letterari hanno ampiamente dimostrato come l’esplorazione e la colonizzazione dell’Africa abbiano fatto circolare nella cultura europea una serie di immagini e temi che, richiamandosi a una evidente matrice romantica, si manifestano attraverso una serie di moduli narrativi e letterari ormai collaudati, quali l’esaltazione dei paesaggi lontani e pittoreschi, il fascino della caccia, delle donne, il godimento di sensazioni straordinarie provocate dal contatto con una natura selvaggia, brutale. Lo spazio geografico diventa così il luogo nel quale si esprime e si manifesta la capacità dell’europeo di dominare il terreno, sia soggiogando le forze della natura che mettendone in risalto i valori positivi, poiché in questa prospettiva il paesaggio non è più incomprensibile, Altro da sé, ma leggibile in quanto trasformato (E. Ricci, Paesaggi africani: dalla seduzione esotica al discorso colonialista, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2017). 

Cronache di viaggi, reportages, romanzi di ambientazione africana, si svolgono così generalmente secondo modalità che ricorrono esplicitamente ai moduli del pittoresco e dell’esotismo per evocare mondi lontani, ignoti, connotati dai segni di un Altrove mitico (E. Ricci, op.cit.). È chiaro che il discorso si sviluppa secondo una retorica nella quale la realtà deve essere considerata fondamentalmente come diversa ma le problematiche che ne scaturiscono sono sempre in funzione del sapere e delle considerazioni dell’osservatore (B. Mouralis, Les contre-littératures, Presses Universitaires de France, Parigi, 1975).  L’avventura si manifesta, per definizione, agli antipodi del quotidiano, del conosciuto, del banale. Valle descrive i viaggiatori italiani come «personaggi estremi, molto inquieti (e talvolta anche un po’ matti) che percorsero dal Settecento in avanti le zone più sconosciute e inesplorate dei cinque continenti per spingersi, in anni meno lontani, fino ai due Poli del globo». 

In relazione all’evoluzione del contesto socio-culturale europeo e al diffondersi delle dottrine letterarie coloniali tendenti a valorizzare un nuovo tipo di letteratura avente per oggetto e non solo per sfondo i territori d’oltremare, l’esotismo tende a trasformarsi, assimilando concetti e procedimenti narrativi improntati a una visione nazionalistica, imperialista che legittima il progetto politico, economico e militare degli stati europei (R. Ricci, op. cit.). L’autore ci tiene però a sottolineare che gli italiani hanno sempre mostrato un atteggiamento differente: «troviamo puntuale in ognuno il disgusto profondo verso la piaga dello schiavismo e la diffidenza se non il pieno rifiuto verso ogni forma di colonialismo predatorio». 

Gli italiani in effetti si sono avventurati per terre inesplorate senza neanche sapere bene il perché. In Africa, per esempio, bisognava restarci non per diffondere civiltà, dato che gli abissini non erano selvaggi e idolatri ma per far posto alla colonizzazione contadina immigrata – o che sognava di immigrare – dall’Italia, come molti credevano utile e possibile (P. G. Solinas, Coscienza coloniale e affari indigeni. L’Africa italiana da Ferdinando Martini a Giacomo De Martino, La Ricerca Folklorica, n° 18, ottobre 1988). Una visione. Esattamente come la galleria di esistenze tratteggiata da Valle: «una piccola, grande epopea scritta e vissuta da scienziati visionari, da coraggiosi missionari, da pionieri scalcagnati, da soldati allergici alle caserme, da tormentati aristocratici, da squattrinati esuli». 

Il libro

Marco Valle, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2024.


Articolo pubblicato sul numero cartaceo di aprile della rivista Leggere:Tutti


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Neri Pozza Editore e l’autore per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com



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© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Giuseppe Valditara, La scuola dei talenti

05 venerdì Apr 2024

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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GiuseppeValditara, Lascuoladeitalenti, Piemme, recensione, saggio

La riforma di Giovanni Gentile è stata, nell’opinione di Giuseppe Valditara, la più importante riforma scolastica del ‘900 italiano. La sua influenza culturale ha lasciato una traccia significativa nella società e nella scuola italiana e, in qualche misura, persiste ancora, in particolare nella concezione piramidale del percorso formativo, che ha posto al vertice il liceo classico, originariamente destinato a formare le élite del Paese, creare un sentimento di favore per la formazione liceale nel suo complesso, e una sottovalutazione dello studio delle materie scientifiche, nonché la svalutazione sociale della formazione tecnico-professionale. 

Secondo uno schema neoidealistico, Gentile riteneva che la vera formazione fosse soltanto quella umanistica. Valditara sottolinea come una impostazione siffatta fosse del resto funzionale a una società ancora prevalentemente agricola con un’alta percentuale di braccianti e con un’industria che non richiedeva nelle masse operaie una diffusa specializzazione. Saper leggere e scrivere, per le masse, era allora ritenuto sufficiente. Fondamentale invece era la formazione umanistica per le élite dal momento che forniva visione strategia e un tessuto valoriale coerente e funzionale a una guida sociale alta.È evidente come la promozione della persona umana non fosse l’obiettivo di una scuola che doveva invece essere adeguata alle superiori esigenze dello Stato. 

Si trattava, quindi, di attribuire ai diversi gradi e percorsi scolastici e all’università la funzione sociale di “setacciare” progressivamente la massa degli studenti per identificare gli “eletti” della futura classe dirigente del Paese. In questo contesto il merito esprimeva un concetto elitario, riservato a pochi capaci di raggiungere risultati di eccellenza oggettiva.L’autore ritiene che Gentile fosse sinceramente persuaso che, in questo modo, si riuscisse a selezionare i migliori studenti, indipendentemente dalle loro condizioni economiche di partenza ma che, nella realtà, al di là dei singoli casi, la regola generale era che il successo nello scalare le gerarchizzazioni scolastiche e universitarie coincideva con le condizioni socio-economiche di partenza più o meno privilegiate. 

Nell’analisi di Valditara, l’idea di scuola gentiliana ebbe un influsso non marginale sulle stesse posizioni comuniste. Proprio Gramsci affermava invero che senza la concezione umanistica e storica in particolare, si rimane specialista e non si diventa dirigente. Ritorna quindi l’idea di un modello aristocratico pur se orientato al riscatto della classe operaia. Sarà il ’68 e introdurre nuove idee di scuola.

Il Maggio francese si apre con il rifiuto della riforma che intendeva collegare l’università con il mondo del lavoro. L’avversione verso il ruolo formativo del lavoro è netta, così come verso un’istruzione che non si fondi sulla unitarietà del sapere. È questo il modello di scuola che spalanca le porte al superamento della scuola meritocratica, dell’impegno e della competizione, in favore del mito del 6 politico e degli esami di gruppo, in cui il valore individuale evapora. Per l’autore, il ’68 ha avuto soprattutto il merito di scardinare il sistema elitario della scuola gentiliana – basti pensare all’accesso a tutte le facoltà universitarie reso possibile con qualsiasi tipo di diploma – ponendo la questione di una scuola di massa. 

Il modello di società che avevano in mente i nostri costituenti non era diverso da quello che caratterizzava la scuola gentiliana. Ottant’anni fa l’economia era prevalentemente agricola, la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne o nei piccoli centri. I figli delle famiglie di modeste condizioni economiche a 13 anni già lavoravano nei campi, l’educazione liceale era costosa, i licei pochi e tutti concentrati nelle città, i mezzi di comunicazione non agevolavano la rapidità e la frequenza dei trasferimenti. Oggi la società è radicalmente mutata. La popolazione è prevalentemente inurbata. Il lavoro nei campi si è fortemente meccanizzato, persino automatizzato, e ha visto una manodopera sempre più straniera, le scuole superiori si sono moltiplicate e sono, salvo alcune eccezioni, a non molta distanza da casa, la rete dei mezzi pubblici è cresciuta, anche se con alcuni non marginali disservizi soprattutto in alcune zone del Mezzogiorno e delle isole. 

Su circa 7,2 milioni di studenti iscritti per l’anno scolastico in corso, sono poco oltre 2,6 milioni i ragazzi che frequentano la secondaria di II grado: 51,4% nei licei, 31,7% in istituti tecnici e 16,9% ai professionali (Dati Miur). 

Basandosi sui dati di una recente ricerca Invalsi, Valditara afferma che oggi il percorso scolastico dei meritevoli non è più condizionato in modo significativo dalle condizioni economiche e sociali. Per quanto ciò può essere veritiero permane, comunque, nel nostro Paese il problema diffuso della «povertà educativa», ovvero la privazione dell’opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. 

È di tutta evidenza che se intendessimo per merito, come era nella concezione gentiliana, il raggiungimento di traguardi di eccellenza oggettivi, di fatto raggiungibili da pochi eletti, compiremmo, secondo l’autore, una operazione aristocratica, elitaria, che non serve ai problemi della scuola italiana. Merito va invece inteso partendo dal presupposto costituzionale di una scuola aperta a tutti, che sappia valorizzare qualunque persona e rimuovere gli ostacoli che ne consentano una piena valorizzazione. Merito è dunque il raggiungimento del meglio che ciascuno, con impegno e responsabilità, può dare. 

La scuola del merito deve saper svolgere un’azione maieutica, che sappia tirar fuori il meglio che ogni giovane possiede dentro di sé, lo sappia valorizzare e lo sappia orientare verso le scelte formative future il più possibile coerenti con le sue potenzialità, per la piena realizzazione della persona anche nella prospettiva di un soddisfacente inserimento nel mondo del lavoro. 

La scuola costituzionale è, dunque, quella che costruisce una formazione personalizzata, come un abito sartoriale fatto su misura, una scuola in cui il progetto e il percorso formativo tengano conto delle inclinazioni, delle potenzialità e delle problematicità di ogni studente, con lo scopo di valorizzare il meglio che ciascuno ha in sé. 

Il governo sta studiando un piano di riduzione a 4 anni dell’istruzione secondaria. Non un mero accorciamento del percorso con gli stessi programmi quinquennali compressi in un quadriennio, ma di programmi nuovi, diversi, concepiti appositamente. Un ripensamento della filiera tecnico-professionale per collegarla sempre più con il mondo del lavoro. Un percorso collegato, volendo, con 2 anni d’istruzione terziaria in un Its (Istruzione tecnologia superiore). 

Percorsi di studio con lo sguardo rivolto al mondo. 

Molte imprese italiane hanno delocalizzato la produzione ma non trovano maestranze adeguatamente formate in loco. Sarebbero pronte a investire risorse se il sistema scolastico italiano dovesse aprire scuole capaci di supportare le loro esigenze produttive. 

Valditara ritiene la cooperazione e l’istruzione gli strumenti migliori per affrontare le sfide dello sviluppo. In Italia e fuori da essa.

Progetti di sviluppo di un’istruzione congiunta rientrano nel Piano Mattei che il governo ha strutturato per l’Etiopia. Inoltre, fin dal momento della progettazione della riforma dell’istruzione tecnica e professionale è risultato decisivo per gli attori il contributo di regioni ed enti locali per la strutturazione di una offerta formativa capace di esaltare le potenzialità e di rispondere alle necessità dei territori.

Il libro

Giuseppe Valditara, La scuola dei talenti, Piemme, Milano, 2024


Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Piemme Editori per la disponibilità e il materiale.

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Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale

22 venerdì Mar 2024

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AnthonyPagden, IlMulino, Oltreglistati, recensione, saggio

Oggi si tende a pensare all’Occidente non tanto come a un luogo, quanto piuttosto a un insieme di culture differenti ma connesse, a una serie di modi di pensare e valori comuni, di eventi storici condivisi, seppur diversi. Con “Occidente” Condorcet intendeva un gruppo di popoli: gli europei e quelli di origine europea che, a seguito della imponente espansione degli imperi, si erano stanziati in ogni angolo del pianeta, dall’Atlantico al Pacifico. Una delle caratteristiche più significative della civiltà di questi popoli è lo stato-nazione, ovvero uno stato che riuniva in un unico territorio, sotto un unico ordinamento giuridico e un unico sovrano piccole comunità che in precedenza erano disperse e quasi a stento riconoscevano l’esistenza delle altre. 

Dal Nuovo Mondo al Sudafrica, dalla Germania a Israele, fino al Sudan, gli stati coloniali e gli stati-nazione si sono costituiti sulla politicizzazione di una maggioranza religiosa o etnica e a spese delle minoranze. Lo stato moderno è spesso associato alla tolleranza. Esso è tanto un prodotto quanto un garante della tolleranza, tra gli stati e al loro interno. Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. Abbracciare la modernità ha significato abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come civilizzata e, quindi, giustificare l’espansione della nazione a spese degli “incivili”. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone.1

Era opinione ampiamente condivisa che questa fosse la sola forma politica in cui si potesse applicare lo stato di diritto senza difficoltà, l’unica che avrebbe generato prosperità economica e coerenza politica e sociale. Fin dalla sua nascita, ogni stato-nazione ha dovuto fare i conti con l’esistenza di altri stati della stessa natura. Pagden sottolinea quanto, i primi profeti del nazionalismo – Johann Gottfried Herder e Giuseppe Mazzini – credevano che tale convivenza potesse essere pacifica, che tutti gli stati del mondo si sarebbero relazionati armoniosamente in nome di una fratellanza universale. Ovviamente le cose sono andate diversamente.

La nazione e la sua potente e cieca difesa, negli ultimi due secoli hanno causato in Europa e altrove conflitti più sanguinosi di qualsiasi altro che li ha preceduti. 

Nonostante il loro scontro sanguinoso, colonialismo e anticolonialismo condividono una premessa comune: la società deve essere omologata per costituire una nazione. La violenza impiegata nella costruzione di una nazione è un atto criminale, che richiede procedimenti giudiziari e punizioni, oppure è un atto politico, la cui risposta deve essere una nuova politica non nazionalista?2

Pagden sottolinea come in tempi recenti si stia riaffermando con forza l’idea che lo stato-nazione sia l’unica forma politica destinata a durare e la quintessenza della vita sociale e politica moderna nonostante il dato di fatto che la gran parte degli stati odierni sia debole, fallimentare e disfunzionale. 

Nello stesso tempo, tuttavia, continua a crescere il potere e il numero delle istituzioni internazionali, e in egual misura aumenta la consapevolezza che, indipendentemente dal luogo in cui viviamo, dal nostro livello di ricchezza o di potere e dallo stato cui apparteniamo, condividiamo tutti lo stesso pianeta. 

Oggi il mondo può essere governato tanto dalle reti sovranazionali e internazionali quanto dai governi degli stati-nazione, ma ciò che queste reti tengono unito sono ancora i cittadini degli stati-nazione.

La tendenza alla globalizzazione occidentale convive, invero entro i suoi stessi confini territoriali, con un’altra tendenza: la frammentazione. Più forte o comunque più evidente della prima, che esprime sia processi generali di diversificazione socio-economica e culturale (localismo, regionalismo), sia tensioni e processi di frantumazione e ricomposizione politico-territoriali a livello statuale, inter-statuale o transfrontaliero (federalismo, autonomismo regionale, indipendentismo, secessionismo, nazionalismo e micro-nazionalismo spesso di natura etno-religiosa). Le dinamiche di globalizzazione e di frammentazione rappresentano vere e proprie sfide per lo stato-nazione, inteso come sistema di delimitazione spaziale e di regolazione istituzionale dei processi interni e internazionali di potere, di legittimazione e di appartenenza collettiva.

L’immagine di un “nuovo mondo” uniformato e pacificato in base al primato dei principi economici del libero scambio globale, dei principi del globalismo giuridico e dell’universalismo dei diritti umani, era già stata criticata all’indomani della caduta del Muro di Berlino, del tracollo del comunismo sovietico e del tramonto del sistema internazionale bipolare. 

La visione della “civiltà al singolare” è tipica di una certa vocazione all’universalismo propria della civiltà occidentale, con tutti i limiti e i rischi o paradossi etico-politici che essa comporta, specie quando l’opera “civilizzatrice” si imbatte nella resistenza di coloro che si vorrebbe “civilizzare”.3

Il concetto di nazione presuppone un passato, generalmente costituito da conflitti che definiscono entità statuali all’interno di confini definiti. La nazione, ricorda Pagden, a differenza dello stato al quale è connessa, è una creazione dell’immaginazione collettiva dei suoi cittadini: richiede il racconto di una storia “nazionale”, che rappresenti il percorso apparentemente inevitabile verso l’unità. Ciò che ogni nazione possiede e che le ha consentito di persistere nel tempo e alla fine di trionfare su altre nazioni è proprio lo stato, ovvero una particolare concezione del potere. E ciò che ha legato il concetto di stato all’idea di nazione è stato principalmente la nozione di “sovranità”. 

Lo stato-nazione, ossia l’applicazione di un potere sovrano a una società civile multiforme, per restare unito, sopravvivere e prosperare necessitava di qualcosa di più, di un’ideologia: il nazionalismo. 

Offuscato dal retaggio del fascismo e del nazionalsocialismo, oggi il nazionalismo appare come una forma di tribalismo che sa di xenofobia, ignoranza, fanatismo, faziosità e aperto razzismo. Eppure, secondo l’analisi dell’autore, non è sempre stato populista e autoritario. 

Come affermava Jürgen Habermas, la nazione che trova la sua identità non nella comunanza etnica e culturale, sostenuta da simboli, immagini, miti storici ed elementi simili, ma – come la concepiva Mazzini – nell’esercizio attivo del diritto di partecipazione e comunicazione da parte dei cittadini sembra, di fatto, l’esatto opposto di ciò che oggi viene definito “nazionalismo”. 

Lo stato-nazione doveva essere un organismo a sé stante, tuttavia per realizzarsi e sostenersi, come sottolineava Hegel, doveva anche contrapporsi a un altro diverso da sé, che aspirava a dominare per conservare il senso di sé. 

«Non avete veduto, sin dal principio dell’esistenza della nazione, che lo spavento di essa è stato l’unico fantasma pauroso per cui il mondo intero ha tremato?» (Rabindranath Tagore, 1917). 

Nel corso di XX e XXI secolo, l’umanità ha subito un’evoluzione tale che già Raymond Aron nel 1960 definiva mutazione. L’intero libro di Anthony Pagden ruota intorno a essa, nel tentativo di tracciarne il corso e, soprattutto, delineare la direzione che potrebbe prendere in futuro. 

Globalizzazione e governance sono termini che hanno mutato la percezione del mondo e orientato l’azione di istituzioni pubbliche e attori privati; parte di quello “shock of the global” che ha segnato i decenni tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso.4 Un trauma prodotto dall’abbattimento dei vincoli nazionali al mercato globale che ha assunto le vesti di una trasformazione politica per la quale gli stati-nazione sono attraversati, condizionati e connessi trasversalmente da attori transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità, reti.5 Della globalizzazione, la governance rappresenta il correlato politico esprimendo l’aspirazione a un governo senza Governo del mondo. La globalizzazione è stata a lungo discussa a partire dalla convinzione che essa comporti innanzitutto un ridimensionamento degli stati sotto la spinta degli attori globali, dei mercati economico-finanziari, dei nuovi spazi macro-regionali. Il nesso stretto tra democrazia e sovranità rivela due presupposti che segnano il dibattito sulla globalizzazione e la democrazia: il primo è che gli stati liberal-democratici non possono che essere stati sovrani; il secondo, è che solo in quanto sovrani essi possono effettivamente essere democratici. La sovranità democratico-liberale deve essere popolare perché deve esprimere l’unità, l’autonomia e l’autogoverno rappresentativo di una comunità politica.6 Nella globalizzazione, alla fin fine, lo stato si ristruttura oltre gli orizzonti della territorialità e della sovranità, entrando in rapporto con nuovi attori, nuove modalità di produrre poteri e con geografie inedite.7

Pagden si chiede quali caratteristiche avrebbe una “società civile globale” fatta di nazioni. E anch’egli giunge alla conclusione che internazionalizzazione e globalizzazione solo in apparenza sembrano smantellare lo stato-nazione. Questo è una costruzione politica, un curpus giuridico, uno spazio geografico e immaginario in cui individui vivono e interagiscono; fornisce inoltre una misura di sicurezza, di identità e ci permette di formulare qualche ipotesi sul futuro. Lo stato mostra un modo di vivere, come in precedenza avevano fatto, su scala più ridotta, il villaggio, la parrocchia, la tribù. 


Il libro

Anthony Pagden, Oltre gli stati. Poteri, popoli e ordine globale, Il Mulino, Bologna, 2023. 

Traduzione di Giovanni Mancini.


1M. Mamdani, Né coloni né nativi. Lo stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi, Milano, 2023.

2M. Mamdani, op.cit.

3G. Nevola, Il modello identitario dello stato-nazione. Genesi, natura e persistenza, Quaderni di Sociologia, 44 – 2007.

4N. Ferguson, C.S. Majer, D.J. Sargent, Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press, Boston, 2010.

5U. Beck, Che cos’è la globalizzazione, Carocci, Roma, 1999.

6A. Arienzo, Lo Stato nella globalizzazione e la governance economica della politica, Scienza & Politica, vol. XXIX, n° 57, 2017.

7C. Galli, Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Il Mulino, Bologna, 2001.

Articolo pubblicato su Satisfiction.eu


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni del Mulino per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits, www.pixabay.com


LEGGI ANCHE

Mahmood Mamdani, Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti

“Lo chiamano populismo ma è resilienza di democrazia”. Analisi del decennio di crisi economica che ha cambiato il mondo ne “Lo schianto” di Adam Tooze (Mondadori, 2018)

La conoscenza geografica del territorio ancor più necessaria nell’era della globalizzazione: “Limiti” di Alfonso Giordano (Luiss University Press, 2018)

È mai davvero esistita la fine del colonialismo?


© 2024, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico

12 martedì Mar 2024

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Ilviscontecibernetico, LuissUniversityPress, MassimoSideri, recensione, saggio

«Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime e antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo… ma se la letteratura non basta ad assicurarmi che sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta.»

(I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano, 1988)

Calvino ha descritto come indispensabile l’integrazione tra letteratura e scienza per raggiungere la completezza necessaria per l’interpretazione del presente. Con Il visconte cibernetico gli autori mettono l’insegnamento di Calvino alla prova della tecnologia, in particolare dell’intelligenza artificiale e delle sue implicazioni. 

Per Maria Chiara Carrozza, che ha curato la prefazione, il libro rappresenta una guida essenziale per viaggiare nel tempo e, partendo dal passato, dal Metodo Calvino e dalle sue chiavi di lettura, aiuta a interrogarsi su quale possa essere il nostro ruolo nelle crisi che stiamo attraversando.

Oggi viviamo un’epoca di grandi transizioni, in parte legate alle scoperte scientifiche e alla loro trasformazione in tecnologie dalla portata innovativa dirompente, come l’ingegneria genetica o l’intelligenza artificiale. Quest’ultima emula abilità cognitive un tempo ritenute esclusivamente umane, suscita interrogativi profondi e addirittura spaventa, secondo Carrozza, laddove non sia compresa e analizzata con competenza. 

D’altra parte, il rapporto stesso della specie umana con il pianeta sembra profondamente in crisi, non solo per le grandi diseguaglianze fra aree geografiche e sociali, ma anche per l’incombente cambiamento climatico che mette in discussione il modello di equilibrio sul quale finora si sono fondati il paradigma del capitalismo, la ricerca dell’efficienza, l’economia di sfruttamento e la comunicazione di un progresso infinito. 

I principi fondanti del Metodo Calvino, ovvero l’intreccio fra opposte tendenze e il pensiero divergente, sono le basi per affrontare il cambio di paradigma delineato ne Il visconte cibernetico, con una piena fiducia nelle capacità umane di elaborare creativamente le infinite visioni dei futuri possibili. 

Prencipe e Sideri sottolineano come siamo diventati una società sbilanciata sulla “cultura della risposta”. Nessuno mai come Calvino ha ragionato sul ruolo della scrittura e, dunque, sul rapporto indistricabile tra domanda e risposta e sulla relazione della scrittura con la tecnologia. Siamo diventati appendici delle macchine come ne Il cavaliere inesistente, allegoria dell’uomo schiavo dei processi formali e produttivi, prigioniero a tal punto della sua armatura da esserne svuotato. Siamo appesi al flusso immateriale delle informazioni, a una memoria più che a una vera intelligenza artificiale. Poniamo domande. Attendiamo risposte. Ieri era Google o Wikipedia. Oggi è ChatGPT. 

E allora gli autori si domandano quale possa o debba essere davvero la più grande paura dell’uomo: demandare ogni risposta a presunte intelligenze o rischiare di perdere la capacità di formulare le domande giuste?

Le macchine per comprendere hanno bisogno di categorizzare: ironia creatività buono cattivo bianco nero telefono aragosta. Ma cosa succede allorquando Salvador Dalì crea un telefono a forma di aragosta? Se la cultura è una semplice combinazione infinita di lettere, il mistero delle lettere prime, impenetrabile come i numeri primi, saranno la linea di difesa tra algoritmi probabilistici e la storia improbabile dei sapiens. Attributo geloso dell’umano, l’ars interrogandi, ovvero la capacità e la volontà di porsi delle domande, che è poi la base della ricerca scientifica, è la sfera in cui possiamo dispiegare al meglio la nostra creatività. In una società sempre più attratta dalle risposte semplici e dalle fake news e sempre più permeata dall’intelligenza artificiale, viene suggerito di preservare il potere e la responsabilità di decidere e pensare le domande più creative perché, se le risposte possono essere articolate mediante strumenti di intelligenza artificiale, le domande sono e resteranno pertinenza dell’essere umano. 

Per gli autori dunque il pensiero di Calvino si presenta come un antidoto a quella che può essere definita una “colonizzazione del futuro” da parte dell’accelerazione tecnologica e digitale. Colonizzazione che negli anni Cinquanta del Novecento era erroneamente prevista come imminente. I tempi ora sembrano davvero maturi, alla luce della repentina diffusione dell’IA generativa che può rendere il percorso formativo dei giovani anche demotivante e particolarmente frustrante. Perché imparare a scrivere se scriverà per noi ChatGPT? Perché esercitare la memoria se abbiamo un archivio infinito sempre con noi in tasca?

Il cervello umano viene sempre più spesso equiparato a una Macchina di Turing, capace di elaborare una quantità enorme di dati e di trarre conclusioni a partire dall’utilizzazione degli algoritmi e del programma incorporato. Ma il cervello umano è altro. Innanzitutto è legato indissolubilmente al corpo che lo contiene e la deterritorializzazione imposta dalla digitalizzazione sta creando una vera e propria distanza fra l’uomo e il mondo, fra l’uomo e se stesso. L’eccesso di informazione codificata priva di esperienza diretta trasforma gradualmente il cervello in una lastra di gestione delle informazioni, ma si tratta di informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. Scrivere a mano, per esempio, vuol dire impegnarsi in una pratica che territorializza quel che si sta pensando, mettendo in movimento sinapsi e reti neuronali, modificandone la quantità e la dimensione. 

La digitalizzazione del mondo, la sostituzione di qualunque riferimento al mondo, per passare a funzionare con modellazioni di esso, implica un importante mutamento qualitativo. Il ruolo degli umani diventa secondario anche nella circolazione ultrafluida dell’informazione. L’umano non è che un segmento di tale circolazione, un segmento di volta in volta sempre più destrutturato e fluido. (M. Benasayag, Il cervello aumentato l’uomo diminuito, Erickson, Trento, 2016)

Sebbene fosse nato con tutt’altri scopi, il protocollo HTTP, messo a punto da Tim Bernes-Lee e regalato al mondo dal Cern all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, aveva già involontariamente gettato le basi per la crisi della relazione tra fonte e informazione. Quelle che oggi vengono definite fake news online nascono proprio dalla possibilità di scollare informazioni e fonti ricombinandole senza rispettarne il legame genetico, un meccanismo di disinformazione che, sebbene il world wide web non abbia creato, ha tuttavia reso esponenziale e molto semplice da porre in essere. (T. Rid, Misure attive. Storia segreta della disinformazione, Luiss University Press, Roma, 2022)

Non solo l’IA generativa è afflitta dai cosiddetti “problemi della allucinazione”, un modo elegante per dire che inventa di sana pianta informazioni e fonti, ma il dilemma della black box non permette nemmeno agli sviluppatori di conoscere con esattezza come l’input venga generato in qualità di output. In altre parole, per Prencipe e Sideri, così com’è l’algoritmo generativo demolirebbe lo stesso modello di business di Google. Eppure, risolto questo problema – con la fusione di entrambi gli algoritmi – rimane il tema dell’astrattezza del linguaggio. 

L’algoritmo generativo massimizza le probabilità di combinazioni tra parole. Questo aiuta a simulare qualsivoglia stile. Tuttavia la creatività non richiede di simulare bensì di essere originali. 

Ridotta alla sua essenza probabilistica, l’originalità è la minimizzazione delle probabilità che quella combinazione sia già stata fatta da altri: l’esatto contrario di ChatGPT. 

Quel che è vero per la capacità di creare vale anche per la scoperta scientifica e la stessa innovazione. La storia della scienza potrebbe essere riscritta come storia dell’improbabilità. 

«Il mio ideale linguistico è un italiano che sia il più possibile concreto e preciso. Il nemico da battere è la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche. (I. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Einaudi, Torino, 1980) Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire significati, a smussare tutte le punte aggressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. (I Calvino, 1988, op. cit.)»

Se le risposte dell’IA generativa sembrano buone , per gli autori, significa che non abbiamo seguito neanche questo ulteriore saggio consiglio di Calvino e ci siamo diluiti noi stessi nell’astrattezza del linguaggio delle parole chiave e delle emozioni. 

Il libro

Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico. Italo Calvino e il sogno dell’intelligenza artificiale, Luiss University Press, Roma, 2023.

Prefazione di Maria Chiara Carrozza.


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Luiss University Press per la disponibilità e il materiale.

Disclosure: Per le immagini, tranne la copertina del libro, credits www.pixabay.com


Articolo pubblicato sulla Rivista Leggere:Tutti – Marzo 2024


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