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Irma Loredana Galgano

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Le nuove frontiere della suspense: “Alla ricerca della vita”, il thriller ‘biologico’ di Giovanni Nebuloni (13Lab, 2018)

18 mercoledì Lug 2018

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13Lab, Allaricercadellavita, GiovanniNebuloni, recensione, romanzo, thriller

Nulla si teme più per la salute di un’epidemia. Ne Alla ricerca della vita Giovanni Nebuloni ne ha immaginato una di cancro umano trasmissibile.
Un thriller originale quello scritto da Nebuloni e pubblicato a marzo di quest’anno da 13Lab. Un giallo pieno di suspense che lui stesso ama definire ‘biologico’. E, in effetti, non è solo e non è tanto l’azione volontaria degli uomini a generare l’intrigo quanto quella della natura, o meglio della biologia animale, cui l’uomo appartiene.

La ricerca della vita che l’autore fa compiere alle protagoniste del libro sembra essere più uno scavo profondo nel torbido dell’animo umano, mosso da sentimenti di rivincita, di rivalsa, di supremazia. Scienza e vita si incontrano e si scontrano brutalmente all’interno di un laboratorio nella lontana e misteriosa città di Johannesburg, in South Africa. Uno scontro dove sembra uscirne vittoriosa solo la morte. Ma è un inganno. Oppure no.

Si è certamente divertito Giovanni Nebuloni a ‘sfidare’ i suoi lettori in un gioco di azioni e reazioni, emozioni e riflessioni, un vortice esistenziale che rasenta a tratti l’esistenzialismo puro.

Ad accogliere il lettore è una citazione di Gabriel García Márquez che racchiude in sé il senso estremo anche del libro di Nebuloni.

«Lo turbò il sospetto che è la vita, più che la morte, a non avere limiti».

Nebuloni è giunto al decimo romanzo e sta portando avanti la sua ricerca sulla conoscenza ma anche sulla scrittura. E sull’intreccio di entrambe. Per il fondatore della Fact-Finding Writing (Scrittura conoscitiva – Scrivere per conoscere) infatti l’immobilità, del corpo ma soprattutto della mente, se non proprio deleteria è di sicuro inutile. Il movimento implica invece evoluzione e, pertanto, «eventualmente, anche la vita – si pensi alle erbe che tenacemente, partendo dal seme attecchiscono nel cemento». Oppure, ritornando al nuovo romanzo, alle cellule che mostrano metamorfosi e cambiamento, ai corpi che generano anticorpi, alle malattie, alle epidemie come pure le resistenze immunitarie alle medesime.

La vita, la natura, la biologia, la scienza e la medicina… che nel libro di Nebuloni si fondono al mistero, alla suspence, all’intrigo e sono tenute insieme, non solo e non tanto dalla storia narrata, quanto dallo stile della narrazione. Una scrittura che appare studiata, maturata proprio per raccontare questo genere di storie.

I personaggi, come l’ambientazione stessa, a volte appaiono troppo mutevoli e sfuggenti, quasi evanescenti. Sembrano sfuggire al lettore che vorrebbe meglio inquadrarli, definirli. Ma forse è una scelta voluta dell’autore che permette in questo modo una migliore concentrazione proprio sulla scrittura, sulla evoluzione del suo percorso narrativo e conoscitivo.

Le storie dei romanzi di Nebuloni sono comunque auto-conclusive per cui il lettore, anche laddove non avesse seguito il suo percorso o non avesse letto le precedenti pubblicazioni, non riscontrerà alcun intoppo in tal senso nel leggere Alla ricerca della vita. Un testo interessante, nell’ottica del percorso di scrittura conoscitiva che Nebuloni segue da anni, ma valido anche come mera lettura di un thriller, in questo caso ‘biologico’.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autore, Giovanni Nebuloni, per la disponibilità e il materiale


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È la lavorazione a fare il libro, non i singoli ‘ingredienti’: la ‘ricetta’ di Giovanni Ricciardi intervistato per “Gli occhi di Borges” 

L’importanza di indagare sul senso della vita ne “Il segreto del coltivatore di rose” di Antonino La Piana (Falco Editore, 2016) 

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Non più contrapposizione di Stati ma guerra di tutti contro tutti. Psicoanalisi e “Guerre senza limite”: nuovi strumenti di conoscenza e analisi (Rosenberg&Sellier, 2017. A cura di Marie-Hélène Brousse)

18 mercoledì Lug 2018

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Guerresenzalimite, MarieHeleneBrousse, Occidente, paura, recensione, RosenbergSellier, saggio, terrore

“Guernica”, Pablo Picasso, olio su tela, 1937

Seguendo la ferrea logica che porta la nostra civiltà a una segregazione sempre più massiccia, a erigere muri, alla delazione, al sospetto paranoico abbiamo assistito alla caduta delle identità collettive. E ora non resta che l’identità individuale, «l’Io che non vuole sapere dell’alterità», considerata una «minaccia costante contro la sua unità, contro la sua sicurezza, contro il suo potere». Il legame sociale attuale, caratterizzato dal predominio del “senza limite”, «trova nella forma contemporanea della guerra una declinazione pragmatica», una guerra che è essa stessa “senza limite”, non più una contrapposizione tra Stati, ma di tutti contro tutti.

Pubblicato nel 2015 in Francia con il titolo originale La psychanalyse à l’épreuve de la guerre da Berg International Éditeurs, Guerre senza limite, curato da Marie-Hélène Brousse, esce in Italia in prima edizione a maggio 2017 con Rosenberg&Sellier, nella versione curata da Paola Bolgiani. Un saggio che raccoglie i contributi di un nutrito gruppo di psicoanalisti che hanno lavorato sul tema della guerra e della relazione fra la psicoanalisi e la guerra.

Un’esperienza sempre traumatica che segna tutti i soggetti che vi sono confrontati, anche indirettamente, la guerra è senz’altro «un laboratorio dello psichismo», dal momento che essa è lungi dall’essere terminata, piuttosto trasformata è diventata multipla, diversa, che «si sposa con la modernità» e le sue forme contemporanee manifestano i tratti di quell’epoca che è la nostra, in questo inizio di XXI secolo. Una società nella quale le trasformazioni del legame sociale rendono necessario il progetto di «una nuova psicologia delle masse» per capire a fondo «quel che la guerra insegna alla psicoanalisi e quel che la psicoanalisi può insegnare sulla guerra», forte dei nuovi strumenti e dati a disposizione.

Il testo si articola in diverse sezioni, ognuna delle quali con uno scopo ben preciso, ma tutte interconnesse secondo il filo logico del ragionamento che ruota intorno al concetto di guerra, all’esperienza di guerra (diretta e indiretta), ai traumi che essa genera, alla guerra come paradigma del legame sociale per una nuova psicologia delle masse.

Ricorrente nel discorso comune è la “ricerca della pace”. Si afferma che l’Europa, dopo i traumi dei conflitti mondiali, abbia finalmente raggiunto lo scopo. L’Europa è in pace. Gli europei si dichiarano pacifisti. Non si può allora non chiedersi, e gli autori lo fanno, come si debba in realtà interpretare questa “pace a casa propria” allorquando si deve legarla al traffico, al commercio e alla vendita di armi che l’Europa e gli europei continuano a praticare.

Lacan partiva dal «reale della guerra» che ci accompagna in modo costante «come una dimensione ineliminabile del potere moderno» e sosteneva che «il potere capitalista ha bisogno di una guerra ogni vent’anni». Per reggere. Per funzionare. La spesa militare è infatti una costante dei fautori del capitalismo. Fa girare l’economia, come suol dirsi. Dapprima con gli armamenti, poi con la ricostruzione, poi la macabra giostra deve ripartire per un altro giro… ed ecco trascorsi i venti anni.

I contributi che compongono il saggio Guerre senza limite analizzano sia questi aspetti, che potrebbero essere definiti macroscopici, del fenomeno, sia quelli più intimi, attinenti il microcosmo di ognuno. Gli effetti deleteri che il contatto con la guerra ha, inevitabilmente, con i soggetti che la vivono o la subiscono.

Per Freud la guerra «autorizza e legittima l’aggressività propria dell’essere umano, che spinge verso le sue inclinazioni più oscure». Ma quando ti trovi faccia a faccia con la morte, vedi morire i tuoi compagni, le mutilazioni, le torture, le lesioni… l’aspetto per così dire “liberatorio” della guerra diventa aleatorio ed è molto facile sviluppare problemi psichici.

Paralisi di vario tipo.
Tic.
Spasmi.
Tremori.
Stati dissociativi.
Riduzione del campo visivo.
Cecità.
Sordità.
Afonia.
Mutismo.

“Psicoanalisi”, Michele Cara, pennarelli e matite su carta, 2011

Sono alcune tra le più frequenti conseguenze psichiche e psicofisiche della guerra. Solo chi l’ha vissuta lo può sapere. Agli altri, per i quali la guerra è quella vista in televisione, al cinema o come un videogame, i reduci appaiono addirittura strani. Persone che per assurdo faticano a incontrarsi, a capirsi.

In un mondo ormai al contempo «mondializzato e in piena implosione geopolitica ed economica», appare ragionevole affermare che «non c’è che la guerra, e tangenzialmente un’unica guerra». La guerra che una «civiltà decaduta dai suoi titoli di civiltà fa contro se stessa». Eppure uno spiraglio di speranza ancora si intravede laddove si può affermare che «non siamo costretti dall’evoluzione a rimanere fissati alle condizioni del passato, possiamo evolvere verso il meglio». Dovremmo. Dobbiamo.


Articolo originale qui



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Source: Si ringrazia Marta Guerci dell’Ufficio Stampa della Rosenberg&Sellier per la disponibilità e il materiale


 

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99 vs 1: queste le percentuali di una ricchezza che impoverisce tutti. “99%” di Gianluca Ferrara, il libro sui paradossi del mondo moderno (Dissensi, 2016)

03 martedì Lug 2018

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99%, Dissensi, GianlucaFerrara, NWO, recensione, saggio

Nel 2012 Gianluca Ferrara scrive e pubblica 99%, un libro che vuole denunciare la sproporzione enorme nella distribuzione della ricchezza. Nel 2016 il libro esce in seconda edizione perché l’autore non si capacita del fatto che l’odierno sistema «persevera nel folle intento di accumulare ricchezze a scapito dell’abnorme crescita delle diseguaglianze e del dramma ambientale».

Una percentuale che non è solo lo slogan usato dai giovani di Occupy Wall Street, è una cifra reale. Stando ai dati diffusi da Oxfam, l’1% della popolazione più ricca del pianeta gode di un patrimonio maggiore del restante 99%. 62 uomini tra i più ricchi al mondo hanno un patrimonio stimato equivalente a quello di 3.6miliardi più poveri.

È sotto gli occhi di tutti, per non vederlo o non capirlo bisognerebbe mentire, innanzitutto a se stessi. Ragion per cui viene naturale chiedersi: perché non si decide di invertire la rotta? Cambiare sistema? Redistribuire la ricchezza, almeno quella afferente i bisogni primari, che dovrebbe essere proprietà di tutta l’umanità?

Nei quattro anni intercorsi tra la prima e la seconda edizione del libro la rotta non è stata invertita, il sistema non è stato cambiato e la ricchezza non è stata redistribuita così Ferrara decide di ripubblicare 99% rincarando la dose di accuse nella prefazione al nuovo testo. Come dargli torto.

Il testo di Ferrara è, per certi versi, molto cruento. Nel senso che il suo stile di scrittura diretto rende molto bene i concetti espressi e anche la situazione tragica in cui versa l’intero sistema. Ma non è la negatività il filo conduttore del libro e il fine ultimo inseguito. No, tutt’altro. L’autore vuole invece lanciare un messaggio attivo e, soprattutto, reattivo: «La situazione è veramente troppo ingarbugliata e critica per lasciare spazio al pessimismo e alle negatività. È il momento di agire!»

Nella prefazione all’edizione del 2012, Vandana Shiva ricorda lo stile organizzativo dei movimenti del popolo, sviluppatisi un po’ ovunque, basati sulla più profonda e diretta democrazia: l’auto-organizzazione e l’autogestione. «È così che funzionano la vita e la democrazia». Quello che Mahatma Gandhi chiamava Swaraj. «Quelli del sistema dominante, abituati alla gerarchia e al dominio, non capiscono l’organizzazione orizzontale e chiamano questi movimenti “senza guida”, senza direzione». In tutto il mondo ormai la democrazia rappresentativa sembra aver raggiunto i suoi limiti democratici, «i soldi guidano le elezioni e il denaro gestisce il governo».

Oggi il concetto di libertà, della persona , è stato in realtà sostituito dalla “democrazia del libero mercato”. Che significa «libertà per le imprese di sfruttare chi vogliono, cosa vogliono, dove vogliono e come vogliono». Ma significa anche «fine della libertà per le persone e la natura in tutto il mondo».

I nuovi movimenti stanno «occupando gli spazi politici ed economici per creare una democrazia vivente con la gente e la terra – al posto delle corporazioni e dell’avidità – al centro di essa».

Come è stato possibile arrivare ad accettare che i nostri abiti siano fabbricati sfruttando «la forza lavoro di poveri senza diritti resi schiavi in fabbriche-lager» oppure permettere che i nostri fondi pensione e i nostri risparmi fossero «usati per speculazioni che affamano milioni di impoveriti o che vengano utilizzati per finanziare investimenti in armamenti» senza la minima manifestazione pubblica, totalitaria e di piazza da parte del popolo ripetutamente ingannato?

È da questo genere di domande che ha origine il libro di Gianluca Ferrara ed è a simili interrogativi che cerca di arrivare e far arrivare il lettore.

Il saggio di Ferrara non si basa solo su delle riflessioni o considerazioni personali dell’autore bensì su una lunga e articolata bibliografia che spazia dalle opere di Barnard a quelle di Bauman, da Chomsky a Cacciari, da Molinari a Latouche, da Napoleoni a Strada, da Zanotelli a Terzani… solo per citarne una ristretta parte. E porta avanti un discorso ragionato basato su un ottimo metodo critico e di apprendimento. Una lettura per certo consigliata per comprendere a fondo i meccanismi di questo “sviluppo economico” che sta portando in realtà al sottosviluppo, che promette crescita «ma causa distruzione e mette in pericolo di vita» l’intero pianeta.

Gianluca Ferrara: Ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali. Ha scritto diversi saggi. Direttore editoriale di Dissensi Edizioni, è stato eletto in Senato nel marzo 2018 con il Movimento Cinque Stelle.


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Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Dissensi Edizioni per la disponibilità e il materiale


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“È solo denaro altrui”. L’incredibile viaggio nel mondo dei banchieri di Joris Luyendijk raccontato in “Nuotare con gli squali” (Einaudi, 2016) 

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“Jihadisti d’Italia” di Renzo Guolo (Guerini e Associati, 2018)

28 giovedì Giu 2018

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GuerinieAssociati, JihadistidItalia, paura, recensione, RenzoGuolo, saggio, terrore, Terrorismo

Dopo aver analizzato il fenomeno degli jihadisti in Europa ne L’ultima utopia, pubblicato sempre con Guerini e Associati, Renzo Guolo decide di indagare a fondo sulla radicalizzazione islamista nel nostro Paese e scrive Jihadisti d’Italia, uscito in prima edizione a maggio 2018.

Nel saggio precedente Guolo si interrogava sulle cause politiche, culturali, religiose che avessero potuto in qualche modo incidere nella scelta di radicalizzazione di tanti giovani europei. Ora, questo genere di analisi, viene applicata al territorio italiano e ai suoi giovani abitanti.
Negli ultimi anni cittadini italiani, o residenti nel nostro Paese, hanno imboccato la via della radicalizzazione islamista. «Tra loro, circa un centinaio hanno combattuto in Siria e Iraq, nelle fila dell’Isis o di gruppi legati ad Al Qaeda».
Guolo ricerca a fondo le motivazioni alla base di queste estreme scelte di radicalizzazione.

Si tratta di immigrati di prima o seconda generazione ma anche di italiani autoctoni. Di uomini come di donne. Di residenti nelle periferie delle grandi città o in piccoli centri abitati. Lavoratori o inoccupati. Delinquenti o incensurati. A unirli sono poche caratteristiche, «in linea con altre esperienze europee»: l’età, in quanto si tratta quasi sempre di giovani o addirittura giovanissimi, e l’essere musulmani sunniti.

Attraverso l’esplorazione del fenomeno della radicalizzazione di matrice islamista, Guolo riesce anche a osservare il «profondo mutamento sociale indotto dai processi di globalizzazione nella nostra società». La comprensione del fenomeno della radicalizzazione consente quindi una più vasta conoscenza anche delle trasformazioni che investono e hanno investito la società italiana, al pari di quella europea, come dei conflitti che la attraversano e la caratterizzano: il ritorno all’ideologia, la ricerca d’identità, lo spazio pubblico delle religioni, le forme di disagio e le rivolte giovanili, l’impatto dei flussi globali sulle comunità locali, la risposta delle istituzioni e della politica, la xenofobia, le nuove forme di organizzazione socio-religiosa dell’islam.

Il fulcro del lavoro di ricerca e analisi di Renzo Guolo sembra centrato sulla dimensione soggettiva della scelta di radicalizzarsi da parte di soggetti giovani, oltre naturalmente il quadro politico e culturale all’interno del quale dette decisioni prendono forma. La violenza, il terrorismo, il terrore sono lontani, nella prospettiva di indagine di Guolo. È frutto certamente di una scelta, o di una necessità, la volontà di limitare il campo d’indagine.

Viene analizzato da Guolo anche il “ritardo” tutto italiano, rispetto agli altri Paesi europei, nella “produzione” di giovani jihadisti ma, soprattutto, le ragioni per le quali «questo gap potrebbe venire, drammaticamente, colmato nei prossimi anni».
Alla fine del 2017 i potenziali jihadisti interni o foreign fighters erano 129. L’immigrazione relativamente recente, limitato effetto banlieue, assenza quasi totale di poli di radicalizzazione, assenza di un gruppo etno-religioso predominante, associazionismo islamico non radicale, lavoro di investigazione e intelligence: sono questi i molteplici fattori che hanno consentito il ritardo italiano, «calcolabile sui tre/cinque anni», rispetto agli altri Paesi europei.

Un ritardo che però, avverte Guolo, non è destinato a protrarsi a lungo, sia per le tensioni sociali legate all’immigrazione, che sono destinate a crescere, sia per «la diffusa presenza, nel panorama politico nazionale, di forze palesemente xenofobe e islamofobe».

Se da una parte è difficile prevedere gli sviluppi «delle future dinamiche generazionali», largamente influenzate da fattori legati al proprio tempo, Guolo ipotizza che solo «attive politiche di integrazione, capaci di attenuare i richiami delle sirene islamiste radicali nei confronti di quanti si sentono per vari motivi esclusi o ostili, possano rafforzare efficacemente la sicurezza collettiva».

Un libro, Jihadisti d’Italia di Renzo Guolo, che si inserisce nel dibattito-focolaio mai sopito su Isis e terrorismo islamista analizzando un aspetto peculiare delle società del ventunesimo secolo in netta trasformazione e in evidente contrapposizione a quelle precedenti e, fors’anche, a quelle future dal punto di vista non soltanto economico e politico ma, soprattutto, sociale culturale ideologico e religioso. Società che come mai prima d’ora sono interdipendenti le une dalle altre, nelle quali soprattutto gli aspetti negativi e le degenerazioni ricadono scambievolmente e a notevole velocità. Ragioni per cui, come sottolinea lo stesso autore, non si può ipotizzare di studiare fenomeni e soluzioni senza allargare lo sguardo oltre i propri confini. Necessita sempre e comunque uno sguardo globale per problemi e fenomeni che sono innegabilmente globali.

Disclosure: Fonte biografia autore www.treccani.it


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La nascita dei “mostri” del terrorismo e il rifiuto delle responsabilità dell’Occidente in “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” di Pierre-Jean Luizard (Rosenberg&Sellier, 2016) 


 

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“A bon droit” di Luciana Benotto (La Vita Felice, 2017)

22 venerdì Giu 2018

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Abondroit, LaVitaFelice, LucianaBenotto, recensione, romanzo, romanzostorico

C’è una condizione essenziale per scrivere un buon romanzo storico: la passione per la Storia. Qualità che di certo non manca a Luciana Benotto, la quale a novembre 2017 è ritornata in libreria con A bon droit. Il piacere della vendetta, edito sempre con La Vita Felice, come il suo precedente lavoro, Il Duca e il Cortigiano, imprese d’arme e d’amore. Una conoscenza dettagliata del periodo storico, dei personaggi che sono poi diventati i protagonisti del romanzo, un grande amore per i luoghi e le opere, sia pittoriche che architettoniche, sono lo sfondo e, al contempo, lo scheletro portante del libro della Benotto.

Il Rinascimento italiano visto attraverso gli occhi avidi della vendetta, i fasti del lusso e del potere minati da tensioni, intrighi, tradimenti… il tutto tenuto insieme da uno stile narrativo minuzioso che a volte sembra perdersi nei dettagli pur non cedendo mai alla monotonia o alla fastidiosa ripetizione.
Un tuffo in un passato che è più che mai presente, nelle vicende riscontrabili ancora come nei luoghi. Apprendere e immaginare i palazzi e le tenute com’erano un tempo invoglia il lettore a conoscerle e scoprire come sono oggi diventate. Luoghi che la Benotto deve conoscere a fondo, e amare.

Ci sono emozioni, sensazioni che la mera fantasia non può rimandare al lettore attraverso le sole parole scritte e poi lette, è lo scrittore che deve vivere o “appropriarsi” di determinati sentimenti e metterli nero su bianco come se fossero i propri. Solo in questo modo il lettore li ritroverà, leggendoli, e li farà a sua volta propri. Luciana Benotto riesce molto bene in questo al punto che, a tratti, i suoi personaggi diventano quasi comparse del discorso, o meglio del dialogo che lei stessa intrattiene coi suoi lettori.

Una lettura per certo consigliata agli amanti del romanzo storico, A bon droit di Luciana Benotto, e anche a coloro che amano “il piacere della vendetta”.

LUCIANA BENOTTO: laureata in Lettere Moderne, insegna in una scuola superiore. Ha collaborato a rubriche di Cultura per diverse testate, anche nazionali. I suoi scritti sono stati selezionati come finalisti a numerosi concorsi letterari. Ha scritto diversi romanzi e racconti. Organizza, con l’associazione culturale equiLibri, eventi letterari e artistici.


Source: Si ringrazia l’autrice, Luciana Benotto, per la disponibilità e il materiale.


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“10 cose da sapere sui vaccini” di Giulio Tarro (Newton Compton Editori, 2018)

20 mercoledì Giu 2018

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10cosedasaperesuivaccini, GiulioTarro, Italia, NewtonCompton, recensione, saggio

Il decreto vaccini dell’allora Ministro Beatrice Lorenzin è stato convertito in legge il 28 luglio 2017. «Con legge sui vaccini proteggiamo i nostri figli e le prossime generazioni», dice la Ministra che sceglie, per attuare questa forma di protezione, la linea dura: «Le vaccinazioni obbligatorie saranno vincolanti per iscrizione ad asili e servizi per l’infanzia. Dovranno vaccinarsi anche gli studenti fino a 16 anni. Sanzioni per chi non rispetta l’obbligo da 100 a 500 euro».

E, immancabilmente, sono partite “campagne di informazione” condotte «a suon di slogan, frasi da cartellone pubblicitario», con un dibattito sulla salute dei cittadini consumatosi perlopiù in «rissosi talk show ed enigmatiche circolari» emanate «dai più svariati enti, che hanno finito per avvelenare il clima».
Tutto questo si sarebbe potuto evitare «spiegando, tra l’altro, quali studi hanno portato a decidere l’obbligatorietà di ben dieci vaccini» e sul perché l’Italia «stia adottando sulle vaccinazioni una politica ben diversa rispetto a quella degli altri Paesi, anche quelli più avanzati, nonostante manchi l’evidenza di imminenti epidemie».

Per farlo necessitavano persone competenti, serie, pacate, libere da interessi e/o coinvolgimenti vari. Il professor Giulio Tarro decide di scrivere un libro, 10 cose da sapere sui vaccini. Tutta la verità. Un libro indispensabile per genitori consapevoli, e lo pubblica a marzo di quest’anno con Newton Compton Editori mettendoci dentro tutto ciò che è necessario, basilare conoscere per effettuare delle scelte consapevoli. Non coercizioni ma scelte. Non imposizioni passibili di multa ma decisioni maturate nell’ottica del benessere individuale e collettivo.

Un libro, quello del professor Tarro, che si rivela utile, necessario e interessante in ogni sua riga. Con un linguaggio semplice e lineare riesce a spiegare fin nei minimi dettagli tutti gli aspetti inerenti le malattie e i relativi vaccini. Un manuale tecnico che spiega la medicina in maniera chiara e accessibile a tutti.

Le vaccinazioni, ad oggi, sono ancora «il modo più sicuro ed efficace per ottenere la protezione da alcune gravi malattie», sia individuale che collettiva, ma è fondamentale una netta distinzione, che purtroppo manca, fra interesse pubblico e privato, nella ricerca, nella sperimentazione, nella vendita e somministrazione.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per rispondere adeguatamente alle nuove sfide del XXI secolo, «la medicina deve concentrarsi sulla salute della persona piuttosto che solo sulla malattia». Utile potrebbe essere approfondire e proseguire la ricerca sull’immunoprofilassi, per ridurre sempre più i rischi della vaccinazione che pur sempre ci sono. Portare avanti strutturate campagne di informazione che favoriscano l’adesione invece della coercizione. Studiare tempistiche specifiche per le singole malattie e immunizzazioni piuttosto che scegliere sempre e comunque la copertura cosiddetta a gregge e a grappolo, essendo tutte le vaccinazioni concentrate nei primi mesi di vita dei bambini e invariate per genere nonché, a volte, polivalenti, ovvero somministrate in unica dose per diverse tipologie di malattie.

Presentato in questi giorni al Senato un disegno di legge per modificare alcuni aspetti del decreto Lorenzin in materia di obbligatorietà delle vaccinazioni, come riporta l’agenzia di stampa PublicPolicy.  Innanzitutto si chiede di «eliminare l’obbligo per un soggetto immunizzato di assumere un vaccino per cui ha già l’antigene» e porre fine al «divieto di ingresso negli asili per i bambini che non sono in regola con le vaccinazioni». Viene anche chiesta l’abolizione dell’obbligatorietà della presentazione della documentazione vaccinale quale requisito di accesso negli asili perché questo provvedimento viene considerato «ingiustificato e irrazionale», soprattutto se rapportato all’eventuale inosservanza dei ragazzi più grandi, per i quali è prevista solo una sanzione amministrativa e non l’esclusione dall’accesso nelle aule.
In buona sostanza, il nuovo disegno di legge cerca di eliminare, o quantomeno limitare, l’aspetto coercitivo del decreto Lorenzin. Ci si augura che a questo disegno di legge faranno seguito strutturate campagne informative che contribuiranno per certo, come già accaduto in altri Paesi, a far aumentare per libera scelta il consenso alla vaccinazione.

Giulio Tarro: è nato a Messina nel 1938. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli. Ha dedicato la sua vita alla ricerca sia in Italia che all’estero. Allievo di Sabin e Presidente della Commissione sulle biotecnologie della virosfera UNESCO, è stato candidato al Nobel per la Medicina.


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Derive del terrorismo e dell’antiterrorismo in “Non c’è sicurezza senza libertà” di Mauro Barberis (ilMulino, 2018)

31 giovedì Mag 2018

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IlMulino, MauroBarberis, Noncesicurezzasenzaliberta, paura, recensione, saggio, terrore, Terrorismo

Il saggio del professor Barberis si apre con una citazione di Edward Snowden che in parte anticipa il fulcro centrale del discorso portato avanti dal filosofo e per il resto rende perfettamente l’idea di cosa il lettore deve aspettarsi inoltrandosi tra le righe del libro Non c’è sicurezza senza libertà, edito quest’anno da ilMulino: «Il terrorismo è solo un pretesto».

In Putinofobia (Piemme, 2016), Giulietto Chiesa afferma che, mentre il terrore rosso operante nell’ex Impero Sovietico fosse un nemico vero dell’Occidente, il terrore verde, ovvero quello di matrice islamista, sia in realtà una mera invenzione dello stesso Occidente. Non è l’unico saggista ad affermare una cosa del genere ma bisogna stare bene attenti al significato di queste parole.

Lo stesso Barberis, che in Non c’è sicurezza senza libertà più volte si avvicina alla linea tracciata anche da Chiesa, risulta essere ben lontano dall’affermare che il terrorismo islamista non esiste, letteralmente parlando. È ovvio che gli jihadisti esistono, come pure i foreign fighter. Naturale che gli attacchi terroristici nelle città dell’Occidente ci sono stati, come pure le vittime… quello su cui Barberis, Chiesa, Luizard e altri studiosi invitano a riflettere sono le dinamiche che hanno dato origine a detta forma di terrorismo e le conseguenze, durature seppur non immediate e dirette, di questi attacchi al cuore e ai simboli della civiltà occidentale.

Pierre-Jean Luizard, storico e direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique a Parigi, in La trappola Daesh (Rosenberg&Sellier, 2016) afferma che l’unica strada indicata come percorribile per annientare in maniera definitiva il terrorismo estremista di matrice islamica sia la sconfitta militare del Califfato. È una storia già nota, quella che raccontano media e politici, che prospetta una soluzione già fallita. Basti ricordare quanto accaduto all’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, alle guerre e alle invasioni che ne sono derivate, alla uccisione di Osama bin Laden e all’affermazione dell’avvenuta sconfitta di Al-Qã’ida.

Il terrorismo islamista si è presentato più forte e organizzato di prima ed è tornato prepotentemente e più volte a bussare alle porte degli stati occidentali, mietendo vittime e democrazia. Esatto, perché è proprio da questo punto che parte la dettagliata analisi del fenomeno portata avanti da Mauro Barberis. Sentirsi o essere al sicuro non significa necessariamente sentirsi o essere liberi. Spesso i valori di sicurezza e libertà, «lungi dell’essere solidali, confliggono». E allora non si può non chiedersi, insieme all’autore, a quanta libertà personale abbia dovuto rinunciare ogni occidentale in seguito non solo e non tanto alle minacce terroristiche quanto alle misure restrittive e limitative intraprese dai vari governi, Stati Uniti in primis.

Conta poco che un 11 settembre sia oggi, con tutti i controlli aerei posti in essere, irripetibile. Autorità e apparati conservano i poteri e le risorse loro attribuiti per prevenire la replica. Da eventi come l’11 settembre, o da noi in Italia i terremoti, si sta «sviluppando una sorta di capitalismo della catastrofe» che ruota intorno al concetto di “sicurezza sociale” che non è mai stata un ostacolo allo sviluppo del mercato «come crede la gran parte dei neoliberisti contemporanei, ma una sua condizione necessaria».

Più volte citato dallo stesso Barberis, Michel Foucault sosteneva che la seconda conseguenza del liberismo, e dell’arte liberale di governare, è la formidabile estensione delle procedure di controllo, di costrizione e di contrappeso delle libertà. L’allerta seguita agli attacchi terroristici in territorio occidentale ha innalzato notevolmente l’asticella dei controlli e delle limitazioni della privacy di ognuno. Ma quanto in realtà queste misure possono o incidono sul reale rischio di nuovi attentati? Barberis afferma che la quasi totalità delle misure antiterrorismo è inadeguata, non necessaria e sproporzionata. Perché viene posta in essere comunque?

I limiti militari e tattici del nuovo terrorismo sono stati più volte dimostrati sul campo di battaglia. La vera forza dei terroristi risiede nell’eco mediatica che le loro “gesta” riscontrano sui media e nella Rete. Se le loro azioni, al pari delle minacce e dei video propagandistici, non ricevessero l’attenzione mediatica che invece trovano in tutto il mondo ormai il loro “potere” e la conseguente efficacia ne sarebbero inevitabilmente compromessi. Mauro Barberis sottolinea come ciò sia vero anche per le misure e le reazioni antiterroristiche dei governi, i quali sembrano affidarsi sempre più spesso alla tattica della politica-spettacolo, dove tutto viene “spettacolarizzato” al fine di ottenere il consenso del pubblico, ovvero dei cittadini. Tattiche che possono risultare affini, almeno per quel che concerne l’esagerazione o, se si preferisce, l’estremizzazione.

Battere così tanto sul concetto di sicurezza può anche sembrare un modo per stimolare e, al contempo, far leva sulla paura. Una persona che ha paura è decisamente molto più remissiva. In nome della sicurezza di tutti si può anche arrivare ad accettare passivamente limitazioni della propria libertà personale purché ciò sia utile a sconfiggere il pericoloso nemico che motiva i provvedimenti di urgenza intrapresi dai vari stati. Provvedimenti che poi si trasformano da eccezione a regola.

Riscontrabile, ad esempio, nella tendenza degli esecutivi ad appropriarsi della legislazione in tempo di guerra tramite la decretazione d’urgenza. Poi le guerre finiscono ma i governi, compreso quello italiano che ufficialmente non entra in guerra da settant’anni, continuano a legiferare per decreto. Quanti decreti vengono approvati? Qual è la loro reale emergenza? A legiferare non è preposto il Parlamento?

Quesiti doverosi su argomenti complessi è vero ma molto attuali. Situazioni e decisioni da cui derivano le sorti di interi popoli e nazioni. Tematiche di cui, a volte, spaventa il sentirne parlare o leggere perché, più o meno consciamente, si teme la scoperta di un ordine inverso delle cose, delle azioni e, soprattutto, delle motivazioni che hanno preceduto e determinato le scelte, di governi e terroristi. Eppure, alla fine, risulta sempre positivo lo studio e l’approfondimento di questi temi.

Non c’è sicurezza senza libertà di Mauro Barberis si presenta al lettore come una sistematica analisi di concetti, nozioni, dati, diritti e violazione degli stessi che ruota intorno a due termini affatto scontati: sicurezza e libertà. Un libro che appare moderato anche nelle tesi “estreme” più volte espresse, le quali vanno assimilate e maturate prima di essere frettolosamente giudicate o mal-interpretate.

Una interpretazione che deve essere portata avanti con una grande onestà intellettuale, la medesima che Barberis chiede abbiano sempre i “produttori” culturali, prima ancora dei politici e dei governanti. Avallando così l’ipotesi e la speranza che un’informazione e una educazione “libere” possano essere le migliori apripista per i cambiamenti di cui il mondo ha bisogno. Cambiamenti che potranno e dovranno per forza venire dalla cultura, in particolare dai libri, vero punto di forza nel giudizio dell’autore, il quale attribuisce loro una potenza talmente intensa da essere, a volte, una vera e propria catarsi.

Una lettura forse impegnativa Non c’è sicurezza senza libertà di Barberis, soprattutto nell’excursus storico-politico e nell’analisi dettagliata di dati e provvedimenti governativi, ma di sicuro interessante e, per molti versi, illuminate. Assolutamente consigliata.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Società Editrice ilMulino per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte trama libro e biografia autore quarta di copertina


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“Il segreto della sorgente” di Luca Rossi (Autopubblicazione, 2017)

31 giovedì Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Tag

distopico, fantascientifico, fantasy, Ilsegretodellasorgente, Iramideltempo, LucaRossi, recensione, Trilogia

Con Il segreto della sorgente si chiude la trilogia scritta e autopubblicata da Luca Rossi I rami del tempo. Una saga fantascientifica che abbraccia vasti mondi e dimensioni lungo un immenso quanto indefinito arco temporale.

L’ambientazione è lo Spazio ma il modo di raccontarlo è molto “fantasy” e rispecchia più l’idea che l’autore sembra avere di esso che non la sua reale conformazione. Lo stesso può dirsi delle emozioni che ai protagonisti vengono riferite da Rossi, attribuibili più a persone che immaginano lo Spazio rispetto a coloro che lo hanno “abitato” davvero, come gli astronauti per esempio.

La narrazione è lenta, l’autore si sofferma molto sui dettagli non solo ambientali ma anche di pensiero. Racconta molto Rossi le emozioni e le sensazioni dei protagonisti.

Il “copione”, se così possiamo definirlo, ricalca il classico schema dei libri e, soprattutto, dei film fantascientifici. Una sorta di Apocalisse, che nella trilogia di Rossi ha avuto luogo nel primo volume; i protagonisti miracolosamente scampati e costretti a intraprendere il “cammino” della rinascita che, in questo caso, si tratterà di una trasmigrazione spazio-temporale; la scoperta di essere a ciò predestinati e il nuovo e risolutivo cammino verso l’epilogo.

Il genere fantascientifico, come anche lo stesso distopico, nasce proprio con lo scopo di meravigliare il lettore, di stupirlo con gli scenari e le ambientazioni, le avventure e imprese eroiche, i contrasti e le affinità con il mondo reale… L’autore è stato forse troppo “attento” a restare sempre nel fantasioso, e ciò vale sia per l’ambientazione che per i personaggi, che restano nell’universo per loro creato e immaginato e lì rimangono senza appassionare o coinvolgere più di tanto il lettore. Meglio invece i riferimenti alla situazione economica, finanziaria e politico-militare che aiutano il lettore a ricollegare quanto legge con considerazioni e riflessioni sull’attualità.

Rossi ha dichiarato di voler intraprendere la tortuosa e difficile strada della scrittura “a tempo pieno”. Un “cammino” che di certo non è meno lungo o accidentato di quello che lui stesso ha fatto percorrere ai protagonisti de Il segreto della sorgente e dell’intera saga. Si consiglia di perseverare quanto e come loro. L’impegno che per certo ci sta mettendo lo aiuterà senz’altro.


Source: Si ringrazia l’autore Luca Rossi per la segnalazione e il materiale


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Il ‘trumpismo’ decreterà la fine della più ‘grande’ democrazia occidentale? “TRUMPLAND” di Luca Celada (manifestolibri, 2018)

30 mercoledì Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LucaCelada, manifestolibri, monocolooccidentale, NWO, Occidente, recensione, saggio, TRUMPLAND

 

Stando a quanto scrive Luca Celada in TRUMPLAND. Scheletri e fantasmi dell’America nazional-populista, edito da manifestolibri, il rischio di vedere l’inabissamento della democrazia americana c’è ed è anche molto alto. Il ‘trumpismo’ imporrà «una necessaria resa dei conti? O è semplicemente il prologo al degrado definitivo, all’inferno hobbesiano che anticipa secoli bui di un declino oscurantista?». Celada teme che ciò possa riguardare non solo l’America ma l’Occidente intero con ripercussioni sull’intero pianeta.

L’autore sembra dimenticare però che, per la gran parte degli abitanti del pianeta, questo “buio” così temuto per l’Occidente è realtà da secoli ormai. Per tutto il tempo che è servito allo stesso Occidente a cercare di convincere tutti che il libero mercato, incluso quello finanziario, avrebbe rappresentato la crescita estrema del pianeta. Una folle corsa verso il tanto agognato benessere che sta involvendo e rapidamente anche in una rovinosa caduta libera verso la distruzione, l’autodistruzione. Il presidente degli Stati Uniti viene indicato come un problema e, per tanti versi, lo è ma il nocciolo fondamentale è che non si riesce a vedere oltre, a guardare a un mondo che sia profondamente e realmente diverso, che non sia per intenderci neoliberista, capitalista, lobbista e finanziario.

Il dilemma americano, sottolinea Celada, è in gran parte quello di tutto l’Occidente, «e coincide con quello delle sinistre, che ovunque stentano a trovare una risposta adeguata alla crisi del tardo neoliberismo». Invece di dedicare ogni energia e ogni strumento a disposizione per risolvere questo vero problema le sinistre, in America come in Europa, rifiutano finanche di ammettere le sconfitte elettorali, la constatazione di essersi staccate dalla realtà nella quale vive il popolo che loro amano sempre più chiamare semplicemente “elettorato”.

È vero, come sostiene Celada in TRUMPLAND, che i proclami del presidente non servono, ma altrettanto inutili sono le ideologie e fors’anche le idee laddove non trovano la concretizzazione in leggi e provvedimenti efficaci. L’amministrazione Obama che tanto viene osannata e giudicata tra le migliori, e forse lo è anche stata, ha comunque continuato a siglare accordi esteri per la fornitura di armi e materiale bellico e la tanto declamata riforma sanitaria continuava a lasciare senza copertura sanitaria decine di migliaia di cittadini americani e, anche per coloro che rientravano nell’assistenza, le coperture erano risicole. “Meglio di niente” si potrebbe obiettare. Anche se lo spirito migliore sarebbe non di scegliere il male minore ma chiedere a gran voce il giusto. Il punto piuttosto è un altro: gli americani abbienti sono disposti ad accollarsi questi oneri? Il risultato elettorale delle presidenziali del 2016 parlano abbastanza chiaro.

Angelo Mincuzzi, autore insieme a Hervé Falciani de La cassaforte degli evasori (Chiarelettere, 2015), in un’intervista ha dichiarato: “tra i documenti della banca risulta chiaramente come i clienti della HSBC preferissero perdere i soldi in operazioni finanziarie sbagliate, a volte anche venire truffati dai gestori, ma la cosa che non volevano assolutamente era pagare le tasse su quei soldi”. Pagare le tasse equivale a contribuire a sostenere il welfare. E loro non lo vogliono fare.
È vero che la presidenza Trump l’ha strappata per i voti dei grandi elettori ma lo è anche che quasi 63milioni di americani hanno scelto di votare per lui. E non sono certo pochi.

Se almeno, in tutti questi anni, la gran parte dei media e dei giornalisti non si fossero, al pari di governi e amministratori, piegati ai diktat del mercato e della finanza forse non si sarebbe mai arrivati al punto in cui invece si è rovinosamente giunti.
La domanda da porsi è: “in che percentuale media e stampa raccontano e hanno raccontato la verità, sempre e comunque?”

Nel suo documentario, omonimo del libro di Celada, Micheal Moore sostiene che «ogni dipendente licenziato, anonimo, dimenticato, che fa parte della cosiddetta classe media, ama Trump. Lui è il cocktail umano esplosivo che loro stavano aspettando. La bomba a mano umana che potevano tirare legalmente sul sistema che gli aveva rubato la vita». Chi li ha portati a questo livello di rabbia e disperazione?

Elencare i difetti e gli errori di Trump serve fino a un certo punto. Se i media americani, per esempio, avessero sempre raccontato la verità invece di portarlo a diventare una star amata dal pubblico per i suoi già improbabili programmi forse il popolo americano non avrebbe preso così tanto sul serio la sua candidatura alle presidenziali. Troppo spesso e per troppo tempo i cronisti, di tutto l’Occidente, sono stati al servizio degli “stregoni della notizia” e quindi ogni loro allontanamento da questa “retta” linea viene automaticamente vissuto come una sorta di tradimento anche dallo stesso presidente americano il quale, «sparando a zero dalla postazione Twitter della Casa Bianca sulle riviste che gli negano la copertina di uomo dell’anno, chiedendo la chiusura di network, declassando l’intera categoria dei giornalisti a “nemici della patria”», in fondo non fa che manifestare il suo stupore. Quante copertine e quante apologie gli hanno dedicato osannando le sue doti di imprenditore e uomo d’affari e celando tutto il resto? Relazioni e amicizie che naturalmente continua a coltivare anche ora che è diventato presidente.

Per Celada l’America ancora non si capacita di ciò che è accaduto ma stiamo parlando di un Paese davvero “grande”, immenso, vasto e per comprendere gli americani non bisogna seguire l’informazione da format o da spot che viene propinata al pubblico mondiale in tutte le salse. Il Paese più democratico e liberale che esista al mondo. No, la vera America e la sua reale popolazione è quella che sta dietro le telecamere, lontano dai riflettori, “nascosta” e disseminata lungo un vastissimo territorio conquistato e dominato proprio in nome del tanto caro a Trump imperativo o mantra come dir si voglia che vede e vuole la supremazia assoluta e incondizionata dei bianchi su tutte le altre etnie.

Luca Celada non disdegna di sottolineare più volte all’interno del libro la sua consapevolezza che il neo presidente americano, la first family e le loro azioni rappresentano e incarnano, per certi versi, il male assoluto per l’America certo ma anche per l’intero pianeta. Ciò che realmente sorprende il lettore non è il resoconto dettagliato delle azioni di Trump, prevedibili e già note per chi sceglie di informarsi comunque e diversamente, bensì il fatto che l’autore, corrispondente Rai a Los Angeles per 20 anni e inviato per «Il Manifesto» abbia dovuto scrivere un libro e pubblicarlo con una casa editrice indipendente per raccontarle.

TRUMPLAND di Luca Celada è scritto con un ritmo serrato, come se l’autore avesse dovuto faticare per riuscire a far rientrare tutto quello che riteneva necessario scrivere e che, per questo, abbia dovuto “aumentare la velocità”. Lo stile è deciso. Celada voleva chiaramente che al lettore arrivasse in modo inequivocabile il messaggio e le informazioni che intendeva divulgare.


Articolo originale qui


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“Non temerò alcun male” di L.K. Brass (Autopubblicazione, 2017)

24 giovedì Mag 2018

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IldealdellApocalisse, LkBrass, Nontemeroalcunmale, recensione, romanzo, thriller

L.K. Brass mantiene anche in Non temerò alcun male l’impostazione data alle altre sue pubblicazioni. Romanzi ambientati in località e città solo in apparenza amene. Personaggi che forse non la vorrebbero neanche una vita “normale” e sono costantemente “costretti” dal caso, dalle loro conoscenze come dalla forte determinazione che li caratterizza, a dimenarsi tra mille pericoli e ostacoli, affrontare i cattivi, combattere il male nelle sue molteplici forme pur di portare a compimento la missione o il salvataggio.

Storie che solo in apparenza ricordano o rimandano a quelle di spionaggio o geopolitica internazionale. A muovere i protagonisti di Brass non è mai la mera sete di vendetta o di denaro, la stabilità economica o di potere… no, l’autore racconta le vicende di persone che mantengono sempre, nonostante tutto, la loro profonda umanità. E questa forse è proprio la peculiarità che meglio li caratterizza.

Invariato, rispetto alle precedenti opere, il registro narrativo. Uno stile di scrittura che è apparso maturo fin dai primi romanzi. Una grande capacità di raffigurazione pur nell’essenzialità delle descrizioni ambientali e temporali. Una immediata capacità di coinvolgimento del lettore nel quale suspense e curiosità si fondono già dalle prime pagine.

L’autore racconta sempre, nei suoi libri, storie in apparenza inverosimili, esagerate, con intrighi e complotti internazionali. Vicende che letteratura, cinema e televisione ci hanno abituati a indicare come tali, ovvero verificabili solo nella finzione, nell’immaginario fantasioso di uno scrittore, produttore, sceneggiatore o regista che sia. Eppure è proprio in questo loro “esagerato” irrealismo che le storie di Brass acquisiscono tutta l’autorevolezza di un racconto di vita vissuta: nella precisione dei dettagli, nella descrizione accurata dei gesti come dei pensieri dei protagonisti… tutto lavoro che, ogni volta, conferma le grandi doti di scrittura dell’autore, indipendentemente dalla veridicità o meno dello scritto.

Che sia una storia vera o immaginaria a un certo punto non conta più per il lettore di Brass, ammaliato e rapito com’è dai suoi scritti al punto da desiderare con forza, nel caso di Non temerò alcun male per esempio, che la storia duri ancora molto, prosegua in altri libri e, magari, trovi una “migliore” conclusione. Anche in questo caso infatti l’epilogo è triste, amaro, realistico, come del resto l’intera vicenda. Le storie raccontate dall’autore, come gli stessi protagonisti, non sono facili e loro non hanno di certo una vita semplice, nonostante l’assenza quasi plenaria di difficoltà economiche e conoscenze, soprattutto linguistiche e informatiche. Persone che a un occhio estraneo potrebbero dare l’idea di essere dei privilegiati sono in realtà dei tormentati che scelgono però, comunque, di portare a fondo la loro missione, gli impegni presi, anche quando sono perfettamente consapevoli di cosa questa scelta comporterà per la loro vita e per quella dei loro cari.

Uomini profondamente innamorati e rispettosi delle compagne. Impavidi e coraggiosi. Pronti a rischiare la vita pur di saperle al sicuro o di ottenere per loro giustizia. Personaggi certo, ma anche modelli ideali che hanno al fianco donne altrettanto coraggiose, fedeli e determinate. “Fantasiosi” modelli di persone che si vorrebbe incontrare sempre più spesso nella vita reale, di cui si sentirebbe parlare molto più volentieri che non, come purtroppo accade, di psicopatici violenti, aggressivi e vendicatori che usano la violenza per placare le personali frustrazioni e insicurezze, che fanno la voce grossa nel tentativo di celare il vuoto della loro ignoranza.

Tecnicamente molto ben riusciti i passi nei quali Max legge stralci della bozza del romanzo di Lisa e vengono, in questo modo, chiariti i punti salienti e quelli rimasti ancora oscuri della vicenda che ha stimolato la giornalista prima a indagare nell’archivio, per caso ritrovato nella soffitta della loro nuova abitazione, e poi a mettere nero su bianco quanto scoperto. Risultano questi dei passaggi narrativi molto interessanti che aiutano il lettore a entrare nel rapporto profondo tra Max e sua moglie, come a conoscere quei personaggi finora solamente nominati, anche laddove si parla di persone e vicende del passato.

I libri di Brass sono ben scritti e hanno sempre una trama molto fitta e articolata, sono romanzi che non disdegnano la denuncia, l’impegno civile e sociale, la conoscenza e l’analisi dei problemi e dei mali della società contemporanea. Il lettore non può quindi fare a meno di chiedersi se la via dell’autopubblicazione sia una scelta dell’autore o sei i libri non trovano interesse e riscontro da parte degli editori e, in questo caso, per quale motivo. Nella quarta si legge: «L.K. Brass ha scelto di aprire al pubblico anche le opere inedite perché è convinto che solo i lettori abbiano l’ultima parola». Probabilmente è questo che interessa all’autore, il quale vuole far arrivare i suoi scritti ai lettori, indipendentemente dalla presenza o meno di un editore.

La storia di Lisa e Max e, in particolare le vicissitudini della donna, invogliano il lettore a riflettere sulla “leggerezza” con la quale tutti o quasi hanno sostituito i tradizionali mezzi di scrittura e condivisione in favore del molto più “accessibile” computer. Elemento indispensabile certo ma strumento che ha cancellato il diritto al ripensamento, all’oblio e alla privacy, maggiormente dopo l’avvento delle Rete. Strumento dove anche ciò che viene in apparenza cancellato rimane accessibile per coloro che conoscono i meccanismi e i processi di funzionamento molto più della gran parte dei comuni fruitori. Non si può tornare indietro e non sarebbe neanche un vantaggio ma è assolutamente necessario andare avanti con coscienza reale e consapevolezza di cosa ciò veramente rappresenti. E Brass nei suoi libri più volte cerca di mostrarlo ai suoi lettori.

Il finale è perfettamente in linea con il resto della storia e non delude di certo il lettore, anche laddove si era potuto sperare in un epilogo meno tragico e cruento. Ma, come spesso ricordato anche nel libro, la realtà supera sempre la fantasia e, per essere realistica, una storia non può e non deve seguire solo le speranze e i sentimenti. Non reggerebbe l’impatto con la realtà, in questo caso rappresentata dallo “spietato” giudizio critico del lettore.

Impressiona quasi che Brass capace di scrivere in maniera molto rigida di spionaggio, pirateria informatica, complotti, esecuzioni efferate, armi e ordigni… sia al contempo capace di destinare alla compagna una dedica di siffatta dolcezza. Del resto è lo stesso dualismo che si ritrova anche nei suoi personaggi.
«Non di certo per ultima, ringrazio la mia prima lettrice, mia fonte d’ispirazione quando scrivo di legami indissolubili. Ho la fortuna di non dovermi addentrare in alcuna selva oscura, ma accanto a lei non temerei alcun male».

Un libro sicuramente ben riuscito, Non temerò alcun male che L.K. Brass ha pubblicato a marzo dello scorso anno. Un romanzo che soddisfa gli amanti del thriller ma che contiene anche tanto altro. Una lettura per certo consigliata.


L.K. Brass: Nato a Lugano, si occupa di consulenza per i sistemi informativi finanziari. Ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra e Zurigo. Ha esordito con “Il deal dell’Apocalisse” (pubblicato anche con il titolo “I mercanti dell’Apocalisse”), primo libro dell’omonima trilogia. “Non temerò alcun male” è il suo quarto romanzo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autore L.K. Brass per la disponibilità e il materiale


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© 2018, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

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