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Irma Loredana Galgano

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Il ‘maledettismo’ letterario tra ottocento e novecento in “Una tranquilla repubblica libresca” di Dario Pontuale (Edizioni Ensemble, 2017)

21 giovedì Dic 2017

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DarioPontuale, Ensemble, recensione, saggio, scrittori, Unatranquillarepubblicalibresca

Cosa accomuna autori apparentemente lontani tra loro? Qual è il filo invisibile che lega le opere e la ‘ribellione’ degli autori ‘maledetti’?

Domande queste che, forse, hanno incuriosito più di uno studioso del prolifico periodo letterario a cavallo tra ottocento e novecento, ricco di cambiamenti e contraddizioni che rispecchiavano i sussulti storici e sociali a cui assistevano, operosi o inermi, letterati e illetterati. Si potrebbe partire proprio da questo per analizzare e comprendere la reale portata del cambiamento in atto in quel periodo, che ha determinato tutte le susseguenti innovazioni. La letteratura perde il suo carattere aulico e diventa, come l’istruzione e la cultura in generale, produzione di massa e mezzo di conoscenza e diffusione dei malesseri e delle ribellioni di intere generazioni di artisti ‘maledetti’ perché in contrasto e in opposizione al sistema precostituito, nella società come nell’arte. E questo sembra essere stato il percorso seguito da Dario Pontuale nella sua ricerca tra le opere e il pensiero degli autori che maggiormente, a suo discernimento, hanno incarnato il malessere dell’epoca.

 

Uscito in prima edizione a giugno 2017 con le Edizioni Ensemble, Una tranquilla repubblica libresca. Incroci letterari tra ottocento e novecento si presenta al lettore come un dettagliato resoconto delle scoperte letterarie frutto delle assidue ricerche bio-bibliografiche di Dario Pontuale su autori, artisti e musicisti anche lontani tra loro, in apparenza. Arrigo Boito, Emilio Salgari, Italo Svevo, Fernando Pessoa, Renato Serra, Italo Calvino, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia… tutti studiati nell’ottica del «deflagrante pensiero del maledettismo», un universo rinsaldato da «una comune insofferenza per gli ipocriti costumi borghesi». Un’aspra lotta tra artisti e società, «un conflitto inedito fino ad allora nel panorama nostrano». Una ‘ribellione’ che ha come obiettivo la «autonomia dell’arte», una delle «virtù principali» che, unitamente a bellezza e natura, sembravano già allora irrimediabilmente compromesse dalla «industrializzazione imperante».

È trascorso oltre un secolo dalle lotte degli artisti della Bohème e della Scapigliatura, tante cose sono cambiate, il mondo stesso lo è, eppure i problemi che devono affrontare quotidianamente le persone e i malesseri raccontati dagli artisti nelle proprie opere sembrano essere immutati, o solo peggiorati.

 

Un lavoro, quello portato avanti da Pontuale, che può essere definito di investigazione letteraria. Come un autentico segugio infatti l’autore studia testi di letteratura e critica e ne assimila a fondo i contenuti, ricollocandoli poi nella composizione della sua opera, incastrandoli alla perfezione come tessere di un puzzle. Un modo nuovo di ‘raccontare’ la letteratura. Dal suo interno. L’autore infatti sembra mescolarsi al gruppo degli scapigliati milanesi, per fare un esempio di quanto trovato nel testo, sembra vedere ciò che essi hanno visto, sentire ciò che essi hanno sentito, raccontare poi ciò che immagina abbiano voluto raccontare, urlare, tramandare.

Si percepisce, lungo tutta l’opera di Pontuale, una ricerca non solo delle ragioni e delle responsabilità del «decadimento culturale italiano di inizi novecento», ma anche la volontà di citare tutti gli autori “disordinati e maledetti” i quali, attraverso il loro comportamento e le proprie opere, hanno denunciato il malessere, interpretandolo a volte come personale altre come cosmico.

Ciò invita il lettore a riflessioni sul senso della letteratura. Che sia solo intrattenimento ed evasione o denuncia ed educazione?

Colpisce, durante la lettura di Una tranquilla repubblica libresca, la capacità dell’autore di evitare giudizi e riflessioni troppo personali essendo egualmente egli riuscito a descrivere il volto umano, oltre quello letterario e artistico, dei personaggi trattati, i risvolti spesso nascosti o ignorati del periodo storico e di essere riuscito a mostrare al lettore le differenze e le similitudini con quello attuale senza mai sottolinearle apertamente.

Una critica impersonale che riesce comunque a trasmettere in chi legge tutta l’umanità presente negli artisti di cui si racconta come nello stesso autore. Una grande passione per la letteratura e il mondo delle arti e una notevole sensibilità per i temi della cultura intesa anche come mezzo di espressione e analisi dei malesseri e delle problematiche sociali.

Una lotta perenne contro ingiustizie e mali sociali che a volte assume i contorni della mobilitazione mentre più spesso si manifesta attraverso l’assordante silenzio dell’alienazione volontaria dal mondo e dalla stessa vita. Il grande merito che va riconosciuto a questi autori è l’aver portato «nella letteratura la vita vera» perché non può esserci «ordine nella scrittura se non c’è ordine nel mondo».

Ricordando gli insegnamenti di Sciascia, Pontuale sottolinea come «ogni cittadinanza esige responsabilità». Lui sembra essersi volontariamente assunto quella di non lasciare cadere nell’oblio questi autori ‘maledetti’ troppo spesso dalla critica di allora come da quella odierna perché eccessivi, trasbordanti le righe di un sistema che quando non riesce agevolmente a inquadrare preferisce cancellare.

Una tranquilla repubblica libresca di Dario Pontuale è un testo ben scritto, ordinato e corretto e si rivela, al contempo, una piacevole e amena lettura per chi è in cerca magari solo di curiosità e originalità e un interessante spunto per riflessioni più articolate sul panorama artistico e culturale del periodo storico interessato come di quello attuale.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Ensemble Edizioni per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte della trama e della biografia dell’autore quarta di copertina

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La Chiesa esemplare è solo un miraggio? “Peccato originale” di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2017)

10 domenica Dic 2017

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Chiarelettere, GianluigiNuzzi, PeccatoOriginale, recensione, saggio, Vatileaks

«Per essere ascoltati dobbiamo essere esemplari». Con queste parole papa Ratzinger ammonisce il cardinale Bertone riguardo la linea dell’Istituto per le Opere di Religione , sottolineando che bisogna essere esemplari nei confronti del mondo finanziario internazionale. Gli imperativi categorici sono esempio e trasparenza. Per lo Ior come per tutto il resto.

Come si spiegano allora la controversa morte di Albino Luciani, ovvero papa Giovanni Paolo I? La scomparsa di Emanuela Orlandi? I progetti di riforma e trasparenza continuamente arenati? Le accuse di pedofilia e pratiche coatte di omosessualità?

«Noi dobbiamo essere tra quelli che cambiano le regole, per essere inattaccabili». Invece la strada che sembra essere stata scelta il più delle volte è quella della «impunità» che «rafforza gli autori delle violenze» o delle violazioni. Favorendo o comunque non ostacolando gli attacchi delegittimanti le vittime e ingenerando in questo modo la formazione di vere e proprie roccaforti di potere e «lobby gay».

Esce in prima edizione a novembre 2017 con Chiarelettere Peccato originale. Conti segreti, verità nascoste, ricatti: il blocco di potere che ostacola la rivoluzione di Francesco di Gianluigi Nuzzi. Un libro scritto con l’intento preciso di dare una risposta a sette interrogativi, ovvero i sette tasselli mancanti nel lavoro di ricerca, condotto dall’autore ormai da oltre dieci anni, sui segreti e sugli scandali in Vaticano.

Per trovare le risposte Nuzzi si è affidato agli insegnamenti del giudice Giovanni Falcone e ha «seguito il filo del denaro», che «in ogni storia di potere s’intreccia a quello del sangue e a quello del sesso». Tre infatti sono le parti in cui il libro è suddiviso: Sangue, Soldi, Sesso. Più l’appendice che riporta per esteso i documenti fonte della ricerca e dell’inchiesta dell’autore.

Uno stile, quello di Nuzzi, che ricorda gli scalpitii di un mustang imbrigliato. Un cavallo indomabile costretto dalle briglie a frenarsi mentre il suo desiderio è battere in lungo e in largo le praterie americane. È così l’autore, che vorrebbe raccontare apertamente tutto ciò che sa, che ha scoperto, che gli è stato raccontato… deve dosare e misurare ogni passaggio. Dicendo egualmente quanto necessario a comprendere la profondità e lo spessore dei «tre fili narrati», ma costretto a stare attento ai risvolti giudiziari che il resoconto potrebbe portare, per lui stesso, per i testimoni e le fonti, anche quando non vengono direttamente citati.

L‘autore ritorna più volte sullo stesso concetto o passaggio e sembra farlo non solo per essere certo della chiarezza della narrazione, ma anche per sincerarsi di essere rimasto fedele a quanto prefissosi di raccontare.

Nuzzi si sofferma in descrizioni e resoconti molto analitici e dettagliati eppure questo non sembra avere lo scopo di “illudere” il lettore lasciandogli credere di aver letto tutto quanto c’era da sapere. Il modo in cui egli presenta i fatti lascia agevolmente intendere sia solamente la superficie, appena rischiarata, del profondo pozzo nero di segreti custoditi tra le mura pluricentenarie dello Stato della Città del Vaticano.

Si percepisce in Peccato originale una grande volontà di fare chiarezza, di esporre i fatti in maniera tale che il tutto risulti il più comprensibile possibile nonostante, come nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, la durata infinita delle indagini, i sotterfugi, i depistaggi, gli intrighi, le dichiarazioni contraddittorie, le ritrattazioni, le sparizioni, gli occultamenti e gli eclissamenti, i decessi e l’improvvisa follia dilagante…

Forse perché un po’ plasmato sul linguaggio e sui tempi televisivi, lo stile narrativo di Nuzzi è puntellato di frasi che annunciano, di lì a breve, una rivelazione importante, un colpo di scena o comunque un qualcosa che deve per forza di cosa tenere lo “spettatore” incollato. In realtà, in un libro-inchiesta come il suo non servono questi espedienti. Il lettore è già invogliato a proseguire la lettura per l’interesse che suscita il narrato e non per queste intercalari che lo “preannunciano”.

Un libro, Peccato originale di Gianluigi Nuzzi, che è come una goccia d’acqua che perfora la roccia. La “testardaggine” dell’autore nel voler comunque continuare il suo lavoro d’indagine nonostante gli ostacoli e le difficoltà sono paragonabili proprio alla forza dell’acqua la quale riesce sempre a infiltrarsi e trovare la sua via di fuga, esattamente come la verità tanto cercata nelle buie stanze dello Stato Vaticano e che emerge, attraverso il lavoro dell’autore, illuminando lentamente ma sempre più tasselli di questa gigantesca “installazione” religiosa.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Chiarelettere Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia dell’autore www.chiarelettere.it

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Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed (Tre60, 2016)

02 sabato Dic 2017

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BanaAlabed, CaroMondo, recensione, tre60

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed

Bana Alabed, siriana di Aleppo e rifugiata in Turchia dove vive tuttora con la famiglia, scrive le parole che il mondo non avrebbe mai voluto leggere, mai dovuto ascoltare. All’età di otto anni pubblica un libro che è una lunghissima lettera indirizzata a tutti gli abitanti del pianeta che l’ha privata del diritto di essere una bambina. Dear World, pubblicato in Italia come Caro Mondo da TRE60, nella versione tradotta da Eloisa Banfi, è un libro che si spera faccia «venir voglia di aiutare le persone». Come si augura la stessa autrice.

Sotto il peso delle macerie dei palazzi crollati per i continui e ripetuti bombardamenti ad Aleppo est, dove viveva insieme a tutta la famiglia, Bana, incoraggiata dalla madre, cerca di comunicare al mondo intero e soprattutto ai “potenti” di turno quello che sta accadendo perché lei, come il resto degli abitanti del suo quartiere, non riescono a capacitarsi degli orrori cui sono costretti.

Libri come Caro mondo mostrano tutto il loro essere necessari in quanto accompagnano il lettore dentro le vite di coloro che, troppo spesso, vengono indicati indistintamente come civili, sfollati, rifugiati, migranti… mentre sono delle persone, abitanti, popoli, vite anche molto giovani con diritti quotidianamente violati, calpestati, ignorati. Un testo scritto da una doppia angolazione: quella di una bambina che ancora non ha piena coscienza soprattutto delle conseguenze di ciò che sta accadendo anche se percepisce il male, il dolore e la sofferenza che sta trascinando dentro la sua giovane vita e di tutti i suoi cari; e l’altra, quella di una madre che, pur avendo molta più consapevolezza di quanto sta accadendo e delle conseguenze, non riesce a non avere quasi le stesse reazioni della figlia, dettate dal terrore di un qualcosa che appare ed è troppo “brutto” da poter essere sconfitto.

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed

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Bana e i suoi famigliari si chiedono continuamente come possano essere così crudeli verso dei civili, dei bambini… vittime innocenti di una follia omicida che ha deciso di spaccare una città e un Paese, che prima erano uniti, e annientare tutti coloro che non si sono schierati apertamente con il regime. Non basta essere neutrali ed è impensabile avere un’opinione o un credo differente. Crudeltà a cui il nostro pianeta ha già assistito altre volte, troppe, anche in passato. Bana Alabed cita in apertura del libro Anna Frank, forse la bambina, vittima della follia dei guerrafondai, più famosa. Dietro al racconto di Bana e di sua madre si percepisce una sorta di emulazione positiva, insita nella volontà di dar voce a tutti i bambini, vittime innocenti della follia omicida degli adulti, dei “grandi”, dei “potenti”, degli “estremisti” come anche dei “rivoluzionari”.

Il grido dei bambini vittime delle guerre. “Caro mondo” di Bana Alabed

Quando un’azione ha ripercussioni negative sui civili, soprattutto se bambini, è di certo una scelta sbagliata e sarà di sicuro foriera di male, dolore e sofferenza che dovevano essere evitati. Le centinaia di migliaia di vittime innocenti della guerra siriana ne sono la dimostrazione, come lo sono le vittime innocenti di ogni guerra combattuta, ma lo è anche la distruzione di una città antica e «abitata da più tempo». Un luogo che era la casa di Bana e della sua famiglia, come di tutte le famiglie degli sfollati e dei rifugiati che ora qualcuno vorrebbe anche “aiutare a casa loro”, dimenticando o ignorando che queste persone per prime, se avessero potuto scegliere, avrebbero di gran lunga preferito restarsene davvero nelle loro abitazioni, senza bombe né fucili, senza proiettili né macerie a progettare il proprio futuro insieme a parenti e amici, invece di attendere il cessate il fuoco per fare la conta dei morti e dei feriti ed essere costretti poi ad abbandonare tutto per rifugiarsi in un luogo più sicuro.

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Un libro importante, Caro Mondo di Bana Alabed, una lettera che è una speranza per l’umanità.


Per la prima foto, copyright: Jordy Meow.


Articolo originale qui

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La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017)

02 sabato Dic 2017

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BrunoMaida, Einaudi, LinfanzianelleguerredelNovecento, monocolooccidentale, recensione, saggio

Come si è potuto credere che dopo la firma degli accordi che decretavano la fine dei conflitti l’unica cosa che rimaneva da fare era la ricostruzione post-bellica dei territori devastati? Come si può pensare che la devastazione della guerra non abbia modificato e compromesso per sempre coloro che l’hanno vissuta in prima persona, maggiormente se bambini e bambine? Come ci si può illudere che una guerra non porti dei ‘cambiamenti’ a livelli globale? Intere etnie sterminate, popoli distrutti, traumatizzati, sfollati, costretti a spostarsi, a migrare… E soprattutto come è potuto accadere che tutto questo sia sempre rimasto fuori dai libri di storia?

Basterebbe solo un’attenta riflessione sulle risposte a questi interrogativi per comprendere l’importanza e la portata di un lavoro di ricerca e studio come quello condotto da Bruno Maida ne L’infanzia nelle guerre del Novecento, edito quest’anno dalla Einaudi. Ma c’è molto altro nel testo. C’è quello che, purtroppo, spesso non si ritrova nei libri di storia. Una ricerca documentaria dettagliata, uno studio accurato delle fonti, prontamente citate, una descrizione lucida e imparziale di fatti e conseguenze, uno sguardo all’intero pianeta e a quello che vi accade, scartando la visione e la descrizione troppo occidentale che spesso condiziona anche saggistica e storiografia.

Un libro imponente il testo di Maida sui disastri causati dalle guerre del secolo scorso e di quello appena iniziato. Una grandezza che non si misura con il numero delle pagine. Un resoconto importante che ‘costringe’ il lettore a considerazioni sul fatto che vedere «un bambino con un fucile in mano è un’immagine che non possiamo interrogare senza mettere in discussione noi stessi e le nostre responsabilità». Si chiede Maida se rendere visibile anche il più piccolo e feroce segno della guerra non sia «l’ultimo spazio possibile di narrazione per suscitare un sussulto etico» da parte di chi in Occidente è «ormai ‘dimitrizzato’ da ogni immagine di violenza» e si preoccupa invece «per gli spostamenti di popolazione che quelle guerre possono procurare».

I bambini che hanno combattuto, che hanno conosciuto solo la guerra come condizione di vita, «spesso non vogliono la pace» e non perché abbiano qualcosa in contrario, «è che proprio non la conoscono, in fondo la temono anche un po’». La ‘temono’ come qualsiasi altra cosa sconosciuta. Vivono in un vero e proprio «deserto esistenziale» fatto di mancanze. Privi di famiglia, genitori, affetti e affetto, senza scuola né istruzione… privati di tutto hanno imparato a conoscere e riconoscersi solo nella guerra, nella violenza e nelle armi. Per loro spesso «tornare a essere bambini», semplicemente non è possibile.

L‘umanità non è l’alternativa alla guerra, ma «la condizione imprescindibile con la quale dobbiamo misurarci», il confine insuperabile che dovrebbe «definire il nostro rapporto con la polarità pace-guerra». E se la guerra rimane «il gioco più pericolosamente seduttivo», il ‘tirocinio’ che «ogni società in ogni epoca si è preoccupata di realizzare», alla pace anche se non si può giocare la si può sempre «insegnare». Ed è ciò che andrebbe sempre fatto.

Il testo di Bruno Maida L’infanzia nelle guerre del Novecento è quasi rivoluzionario nel genere perché non rappresenta un libro sulla memoria bensì un saggio storico sull’azione e sulla reazione alle «fratture profonde» che ogni guerra lascia in chiunque ne faccia esperienza e lo fa in riferimento a un periodo storico particolare, nel quale «all’affermarsi e al diffondersi di un sistema di protezione nazionale e internazionale per i civili nei contesti bellici» è corrisposto un progressivo e crescente «coinvolgimento diretto e indiretto dell’infanzia».

L‘infanzia nelle guerre del Novecento è un libro di storia chiaro, imparziale, descrittivo e analitico, basato su fonti e documenti certi. Un libro assolutamente da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Giulio Einaudi Editore per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte biografia autore e trama libro quarta di copertina

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I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017)

27 lunedì Nov 2017

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Europa, Incertiposti, Italia, italiani, MarcoMontemarano, MorelliniEditore, recensione, romanzo

L’incertezza è un rischio perché per agire devi essere impavido, come un ginnasta o un circense che si lanciano nel vuoto senza avere una rete di protezione pronto ad accoglierli e trattenerli se qualcosa dovesse andare storto. Ma la vita è sempre un’incertezza e quindi un rischio. Come lo sono i protagonisti del libro di Montemarano e i luoghi dove le loro storie si snodano e si annidano dentro cubi di cemento che possono essere al contempo nidi e trappole.

Periferia. Questa è la geolocalizzazione scelta da Marco Monterano a fare da sfondo alle vicende di Matteo e sua sorella, di Antonio e sua madre, di Bernardo e dei bulli di Zeppetella… scorci di vita strappati al cemento dei cubi di mattoni, dei muri infiniti, delle strutture fatiscenti e abbandonate che determinano paesaggi desolanti e prospettive incerte. Come la vita. Come il futuro. Come il passato.

E sono proprio i ricordi confusi che tormentano Matteo e Arianna, flash di una vita vissuta che sembra immaginata e sogni che sono incubi ma sembrano veri, reali.

In libreria da settembre 2017, Incerti posti di Marco Montemarano, edito da Morellini, è una conferma del carattere letterario dell’autore, del suo personale stile di scrittura, della sua voglia di non limitarsi a inventare delle storie ma raccontare i fatti della vita e farli entrare nella mente del lettore. Per conoscere. Per capire. Per dare in qualche modo giustizia a vittime di episodi di cronaca passati quasi in sordina o comunque presto dimenticati.

Si ritrova nel testo di Montemarano anche il dualismo tra Sud e Nord, inteso però come la parte settentrionale dell’Europa, non solo dell’Italia. Mentre il meridione è ‘egregiamente’ rappresentato dalla periferia romana e dai suoi abitanti. Un sottile e pungente resoconto della società, che è una realtà di molti luoghi e città italiane, e che può essere spiegata parafrasando le riflessioni del protagonista, Antonio, sulla madre del suo amico Bernardo.

«La signora vedeva suo figlio circondato da ombre e non capiva che Bernardo l’ombra ce l’aveva dentro»

Un libro, Incerti posti, che racconta del malessere più intimo e personale come delle difficoltà lavorative, dello sfruttamento sessuale di una giovane donna e di quello professionale, dell’amore e dell’odio, dei segreti e delle verità che si preferisce fingere di non vedere o capire anche quando appaiono troppo palesi per poterle ancora nascondere… eppure lo fa con uno stile narrativo semplice, senza presunzioni di sorta, anche quando racconta di fatti tragici, drammatici o violenti lo fa come un semplice ma chiaro reportage. Sarà poi compito del lettore riflettere sul narrato e trarne le dovute conclusioni.

Una narrazione che coinvolge il lettore come già accaduto leggendo gli altri libri di Marco Montemarano, una scrittura per passione che cattura il lettore e lo ‘costringe’ a riflettere sui mali della vita e sulle sue incertezze. Incerti posti, un libro da leggere.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Morellini Editore per la disponibilità e il materiale

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© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Siamo umani solo attraverso l’umanità degli altri”, ritratto di Nelson Mandela e pratiche dell’identità

23 giovedì Nov 2017

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CosedAfrica, LaNuovaItaliaScientifica, LuoghidAfrica, NelsonMandela, PapKan, PierGiorgioSolinas, recensione, saggio

Chi o cosa determina il concetto di identità del singolo e del gruppo? Le pratiche dell’appartenenza e dell’esclusione sono innate o artificiali?

 

Pubblicato in seconda edizione ad aprile 2017 con Cose d’Africa, Nelson Mandela. Una luce per tutti di Pap Kan ripercorre i punti salienti della singolare vicenda di Madiba. La mobilitazione politica, la prigionia, l’amore e la vita privata nonché quella di pubblico dominio e a tutti nota venuta dopo la scarcerazione. La strenua lotta alla Apartheid affinché “ciascun essere umano avesse il diritto di non essere trattato così com’è accaduto a lui”. Un uomo, Nelson Mandela, con un “principio dominante: gli stessi diritti per tutti indipendentemente dal colore e dal sesso”, convinto che nessuno è interamente buono o cattivo ma che in tanti si comportano “come delle bestie” perché in base a questi comportamenti vengono premiati, lodati, fanno carriera o diventano personalità note.

Per Mandela l’Occidente ben rappresenta il bastione delle ambizioni personali:ogni individuo si batte per arrivare primo e sorpassare gli altri. In Africa la nozione di individualismo non è mai penetrata così tanto nel tessuto sociale anche se i secoli di contatto con i colonizzatori prima e i partner politici e commerciali poi ha profondamente modificato le etnie preesistenti.

I Britannici proposero, durante la convenzione nazionale riunitasi a Durban, il principio della superiorità dei bianchi. Il Colour Bar (Codice del Colore, ndr.), che regolava le relazioni interrazziali, stabiliva che “un nero contava poco più di un animale”. Una legge fondiaria del 1913 decretò che i neri non potevano possedere più del 7,8% delle terre sudafricane. La Risoluzione 134 del 1 aprile 1960 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò i massacri e impegnò il governo sudafricano ad abbandonare la sua politica di Apartheid, ma questi “continuò a massacrare i neri”. Ed è in questo clima di tensioni e scontri che matura la personalità di Mandela, la sua intolleranza alle ingiustizie, la sua profetica forza e la determinazione basata sul “verdetto puro e semplice dell’immoralità assoluta dell’Apartheid”.

Nelson Mandela, chiamato rispettosamente Madiba dalla sua gente per rimarcare le sue nobili origini, apparteneva egli infatti al clan del re di Thembu, era convinto che l’umanità che è in ognuno di noi emerga solo attraverso quella degli altri. Il principio dell’empatia, dell’entrare in sintonia con l’altro che in Africa è una religione praticata fin da piccoli mentre in Occidente è semplice materia di studio. Innegabile infatti che il principio fondante della cultura occidentale è la “ossessione classificatrice”, in base alla quale non si riesce proprio a sopportare “né che una sola gente stia in più posti, né che nello stesso posto stiano genti diverse”. La nascita delle nazionalità moderne in Africa, a partire dalla colonizzazione, si deve infatti proprio a questo principio, o meglio a questa ossessione.

La nozione etnografica di confine, ricordata anche da Pier Giorgio Solinas in Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità (La Nuova Italia Scientifica, 1995), prevede due livelli: quello “soggettivo” allorquando ogni gruppo si chiude là dove la sua somiglianza cessa, “dove il potere di uniformità ch’esso detiene nel suo interno cede a poteri d’uniformità altrui”, e l’altro “artificiale” o coloniale posto in essere quando “la fluidità sociale è indomabile”, quando le genti si assomigliano troppo e, soprattutto, si mescolano troppo facilmente e così accade che “qualcuno” interviene a “mettere ordine” stabilendo chi deve assomigliare ad altri e chi deve differenziarsi, “somministra confini e pretende che il discreto interrompa il continuo”.

Dadilahy, anziano Vezo del Madagascar, affermava che “in realtà la gente è solo un’unica gente, ma è il matrimonio che la separa” – “olo raiky avao, fa fanambalia ro mampisarasky”. Tutti sono imparentati fra loro, tutti costituiscono un’unica, vasta famiglia di relazioni. Il matrimonio separa questa unità in quanto crea la “differenza” che deve esistere tra due persone perché possano sposarsi. Parafrasando le parole di Dadilahy si potrebbe affermare che il confine artificiale o coloniale tra i popoli serve per definire ciò che di ogni popolo sarà il destino.

Fin dai primi anni del Novecento, le relazioni tra etnie saranno guidate essenzialmente dall’amministrazione coloniale che crea nuovi rapporti e nuove gerarchie a seconda delle politiche messe in atto. Ogni azione del “potere bianco”, dalla conquista alla gestione corrente, si appoggia su uno o più gruppi in particolare, contro altri gruppi rivali, “o resi tali proprio dall’intervento europeo”, e si ripercuote sulle relazioni interetniche.

Quanto universali fossero i principi su cui Nelson Mandela ha basato la sua lotta ben lo aveva compreso Eric Wolf, antropologo austriaco del secolo scorso, il quale affermava che è necessario abbandonare concettualizzazioni rigide delle singole società e studiare invece i modi di una rete di relazioni che, a partire dal Cinquecento, coinvolge l’intero pianeta. Un uomo con un obiettivo predominante: gli stessi diritti per tutti indipendentemente dal colore e dal sesso. E tutto il resto della sua vita è stata “una tattica per raggiungere questo nobile obiettivo”. Mai così sensato come ora che la globalizzazione ha reso tutti più vicini e interdipendenti.

Bibliografia di riferimento

Pap Kan, Nelson Mandela. Una luce per tutti, Teramo, Cose d’Africa Edizioni, 2017.

Pier Giorgio Solinas (a cura di), Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1995.

Biografia Autori

Pap Kan: è scrittore, musicista e compositore senegalese. Autore di numerosi libri e studioso della cultura africana.

Pier Giorgio Solinas: Antropologo ed etnologo italiano. Insegna all’Università di Siena. Ha diretto il programma di ricerca nazionale sulla Dipendenza. Si è dedicato anche allo studio dei linguaggi genealogici, dei sistemi di classificazione bio-molecolare nella parentela.

Nel saggio Luoghi d’Africa. Forme e pratiche dell’identità da lui curato sono presenti contributi di: Rita Astuti, Simonetta Grilli, Berardino Palumbo, Fabio Viti.


Disclosure: Fonte vignetta satirica sul colonialismo in Africa dizionaripiu.zanichelli.it

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Non diventeremo onesti per decreto legge: “Guardare la mafia negli occhi” di Elia Minari (Rizzoli, 2017)

17 venerdì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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EliaMinari, Guardarelamafianegliocchi, mafia, recensione, Rizzoli, saggio

È ora di dire basta alla «antimafia della retorica e delle cerimonie». Non è sufficiente scandalizzarsi, indignarsi e commuoversi, «occorre muoversi». La mentalità mafiosa «conquista molte menti. Ma spesso non lo si confessa neppure a noi stessi». È presente in ognuno, ed è «quella parte della coscienza di ciascuno che è tentata di imboccare una scorciatoia, accettare una lusinga facile, un compromesso, una raccomandazione o un lavoro in nero». La forma mentis del “mi conviene” che ha consentito alle organizzazioni mafiose di estendersi oltre le loro zone di origine, fino a quelle località ritenute estranee a tutto ciò che invece è penetrato nel loro substrato modificando intere economie e società. Anche se in tanti ancora lo negano.

Guardare la mafia negli occhi di Elia Minari, uscito in prima edizione a settembre 2017 con Rizzoli, è il libro che racconta «le inchieste di un ragazzo che svelano i segreti della ‘ndrangheta al Nord» e quelli dei «professionisti plurilaureati, poliziotti, medici, figure istituzionali, giornalisti, preti, impiegati, imprenditori, uomini d’affari, commercialisti, amministratori pubblici» che della criminalità organizzata si servono per soddisfare la loro bramosia di successo, potere e denaro. Perché, è inutile negarlo, «la forza delle mafie è fuori dalle mafie». Come sottolinea il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che ha curato la prefazione al libro di Minari.

Per contrastare la criminalità organizzata, che sia Cosa Nostra, camorra, ‘ndrangheta o altro ancora, è necessario «diminuire la domanda di mafia». Gioco d’azzardo, sostanze stupefacenti, prostituzione, prodotti contraffatti o sottocosto, «sono tutti mercati in crescita che alimentano una mafia del capitale». Al pari dei «molti imprenditori del Nord» che ogni giorno richiedono «i servizi delle mafie»: smaltimento rifiuti, false fatturazioni, manodopera sottocosto, recupero crediti, «aggiudicazione degli appalti pubblici, soldi freschi per prestiti facilitati»… Per contrastare la criminalità organizzata bisogna innanzitutto scalfire la “mentalità mafiosa” partendo da «ciascuno di noi, senza delegare gli altri, senza aspettare che arrivino leggi migliori». Perché di certo «non diventeremo onesti per decreto legge».

Il libro di Elia Minari, al pari delle inchieste da lui portate avanti con l’ausilio della “squadra” dell’associazione Cortocircuito da lui stesso fondata, è «una beffa per chi ritiene che ciò che può fare ogni singolo cittadino non conti nulla e per chi si adagia in una comoda rassegnazione», come evidenzia Marco Imperato, magistrato, curatore della postfazione a Guardare la mafia negli occhi. Parole forti, potenti e necessarie perché, per quanto sia lodevole, l’operato di Minari non deve essere descritto come “eroico”. Elia Minari non deve diventare un “eroe” non perché non lo meriti, semplicemente il suo esempio deve essere un monito per altre coscienze, un input per il cambiamento civico di ognuno, e non un mezzo per lavarsi la coscienza pensando che tanto ci sono altri designati a cambiare e migliorare la società.

Ciò naturalmente non significa che non debba essere riconosciuta la scelta coraggiosa di Elia Minari e dei suoi colleghi di Cortocircuito. Tutt’altro. Diviene sempre più necessario e importante fare fronte comune contro «le campagne mediatiche che assicurano visibilità ai mafiosi» e, al contempo, ostacolare «la macchina del fango che è pronta a colpire chi denuncia la criminalità organizzata del Nord-Italia» e non solo, purtroppo. Le persone, i cittadini preferiscono fingere di non vedere ciò che accade intorno a loro, anche perché «non sempre si tratta di comportamenti sanzionabili dal punto di vista penale. Per questo motivo sono atteggiamenti ancora più insidiosi», tuttavia non si può davvero credere che la mafia al Nord, come al Centro, non esiste solo perché non si incontrano per strada soggetti che imbracciano la lupara o indossano un gessato. Questo neanche al Sud lo vedi più ormai. Rimanere ancorati a vecchi stereotipi e luoghi comuni è semplicemente un modo per giustificare il diniego del radicamento, palese e conclamato, della criminalità organizzata in tutto il territorio nazionale e anche oltre.

 

Elia Minari negli anni ha accumulato conoscenza ed esperienza eppure il suo approccio al problema che cerca di analizzare e contrastare è rimasto genuino, semplice, come il modo stesso di raccontarlo. Una chiarezza e una semplicità che è propria di chi dice, unicamente, la verità. Se un “semplice” liceale spulciando su internet, in cerca di informazioni per scrivere il suo articolo per il giornalino della scuola, trova dati e nomi che legano imprenditori locali e malavita, da documenti pubblici accessibili online su siti di istituzioni e Prefettura, viene da chiedersi come mai a nessun “professionista” del settore, locale e non, sia mai venuto in mente di farlo. O peggio, se lo ha fatto perché poi quelle informazioni non sono state diffuse.

Notizie che andrebbero diffuse e che invece passano in sordina. «Quasi nessun telegiornale nazionale ne parla» del «maxi-processo» che si sta svolgendo dal 2016 «nell’aula bunker al centro della Pianura Padana», costruita apposta «nel vasto cortile del tribunale di Reggio Emilia».

Convocare i giornalisti, per parlare a un tavolo con i microfoni accesi, «non è più un’esclusiva di politici e vip: anche i mafiosi scalpitano per avere il proprio spazio mediatico». Chi sono i giornalisti che rispondono al loro appello? Perché lo fanno? Perché scelgono di riportare “fedelmente” la loro versione dei fatti? Diventiamo così «vittime inconsapevoli di un depistaggio culturale», frutto della “campagna mediatica” dei clan. Secondo i magistrati, in alcune aree del Nord Italia, c’è stato un «condizionamento dei cittadini e delle loro menti». Parole che pesano, «parole di piombo».

Se il sindaco di Brescello, il paesino noto per i film di Don Camillo e Peppone, afferma pubblicamente che «i cittadini devono avere la possibilità di leggere al bar la Gazzetta dello Sport senza essere disturbati da un giornalista che fa domande sulla mafie» è evidente che il condizionamento mediatico non avviene solo da parte dei mafiosi dichiarati e se i cittadini appoggiano le sue dichiarazioni diventa palese il grande problema civico e sociale cui non si può assolutamente assistere inermi. Tutto ciò è quantomeno sbalorditivo. Come se il vero diritto per i cittadini fosse leggere le notizie sportive e non vivere nella legalità.

Elia Minari in Guardare la mafia negli occhi riporta una interessante descrizione di fatti, dati e testimonianze della situazione reale di vaste aree indicate come lontane ed estranee alla realtà malavitosa del Sud Italia ma che poi tali non sono. Un resoconto altrettanto interessante delle scelte e dei progetti portati avanti da politici e amministratori locali diventati in seguito “nazionali”. Chiamati quindi a governare l’intero Paese dopo aver compiuto determinate scelte in ambito locale.

Quando preti, amministratori locali e cittadini lamentano il “calo d’immagine” del territorio e il “danno al turismo” come conseguenza delle inchieste, delle denunce e dei processi contro il malaffare comprovato allora davvero non si può negare la presenza mafiosa ma neanche l’esistenza di una propaganda mediatica e sociale che ha come «obiettivo principale screditare gli organi dello Stato», in secondo luogo «creare le condizioni per un atteggiamento più morbido nei confronti di questi “giovani imprenditori edili”» che amano definirsi «vittime delle leggi».

Invita il resoconto di Elia Minari alla riflessione sulla provincia italiana, quella distante dai grandi agglomerati urbani, dove non si trova nulla di ciò che c’è nelle grandi città compreso un presidio delle forze dell’ordine. Ed è proprio qui, nella “tranquilla” provincia che la mafia insinua il suo potere tentacolare presentandosi come “degno” sostituto di uno Stato quantomeno distante quando non proprio assente. Molto educativa anche la storia del nonno di Elia, Lino Minari. L’unica vera “favola” che meriterebbe di essere raccontata a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne… di qualunque età. Per contrastare la criminalità mafiosa «non è necessaria la scorta, è sufficiente essere cittadini» e maturare un grande senso civico e civile.

Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa della Rizzoli e l’Associazione Cortocircuito per l’interesse, il materiale e la disponibilità

Disclosure: Fonte tema libro, biografia autore, info sul testo www.rizzoli.eu

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Il romanzo che l’autore non voleva scrivere: “Piano americano” di Antonio Paolacci (Morellini Editore, 2017)

07 martedì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AntonioPaolacci, MorelliniEditore, PianoAmericano, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, romanzo

Il libreria da ottobre 2017 con Morellini Editore, Piano americano di Antonio Paolacci è il romanzo che l’autore “non voleva scrivere” ma che i lettori invece vogliono di sicuro leggere.

 

Una trama che si tesse intorno a uno degli eventi più importanti della vita di un uomo e di una donna e si intreccia con tutti i sentimenti che l’autore sceglie di mettere nero su bianco o che finge di confidare ai suoi lettori. La nascita di un figlio è un evento che cambia la vita dei genitori già nove mesi prima la venuta al mondo e il protagonista del libro, una volta realizzato, sembra smarrire tutti i suoi precedenti punti di riferimento.

Piano americano si presenta al lettore come uno spettacolo teatrale, una irriverente “messa in scena” della vita dello scrittore Antonio Paolacci, protagonista del libro, il quale è al contempo attore, comparsa, pubblico e regista della rappresentazione per antonomasia delle “maschere”. Il grande drammaturgo Luigi Pirandello ha ricordato nelle sue opere la presenza delle “maschere” che tutti e ognuno indossano ogni giorno ma l’autore per meglio chiarire il concetto chiama in causa il noto sociologo Erving Goffman che, in La vita quotidiana come rappresentazione (Il Mulino, 1969), ne dà un’eccellente interpretazione e spiegazione.

Tra il serio e il faceto, tra il reale e il surreale… Paolacci in Piano americano dà libero sfogo a tutti i sentimenti repressi di coloro che, con impegno e fatica, scelgono di “donare” le loro creazioni al mondo intero sotto forma di opere di narrativa o componimenti in versi e vengono ripagati con scarso interesse e ancor meno moneta sonante. L’autore volutamente sembra estremizzare la situazione che, comunque, nella realtà non è poi tanto dissimile da quella descritta e analizzata dal protagonista del libro.

«Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile.»

Lo stile narrativo di Paolacci sembra un vestito di sartoria che scivola dolcemente ma con precisione estrema sulle curve del corpo che avvolge. E così che la scrittura si modella intorno alle emozioni, alle sensazioni, ai sentimenti che vuol descrivere al punto da creare o stroncare, con volontà, pathos in chi legge. Un libro interessante Piano americano che, se pur Antonio Paolacci non voleva scrivere, il lettore ha di certo piacere a leggere.

Antonio Paolacci: Nato nel basso Cilento, vive a Genova. È scrittore e editor. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È l’ideatore di Progetto Santiago, il primo progetto editoriale italiano gestito interamente da scrittori, artisti e professionisti indipendenti.

Source: Si ringrazia l?ufficio Stampa di Morellini Editore per la disponibilità e il materiale.

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“I piani inferiori della luna” di Michele Manna (Ensemble, 2017)

05 domenica Nov 2017

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Ensemble, Ipianiinferioridellaluna, MicheleManna, racconti, recensione, romanzo

 

Esce in prima edizione a giugno 2017 con le Edizioni Ensemble la raccolta di racconti brevi di Michele Manna. I piani inferiori della luna racchiude in sé una scrittura che è vera poesia, armoniosa e avvolgente. Prosa in versi al punto che l’autore più volte ricorre all’uso delle figure retoriche maggiormente impiegate nella narrazione poetica. Come, ad esempio, il ricorso ricorrente alla sinestesia (paura solida, domato presente, …).

I personaggi di Manna, i protagonisti come le comparse dei suoi racconti, non hanno un nome, vengono indicati semplicemente con i pronomi personali che aiutano chi legge a meglio definirli nel loro genere, maschile o femminile. Eppure sono talmente ben caratterizzati da apparire, fin dalle prime battute, concreti e reali. La “evanescenza” generata dalla mancanza di nomi propri viene in effetti subito compensata dal poterli, in questo modo, individuare o reincontrare in chiunque e in ognuno.

I temi trattati ne I piani inferiori della luna sono molti e spaziano dall’amore, in tutte le sue forme, ai vari sentimenti ed emozioni scaturiti dalle esperienze e dalle prove che la vita ci pone davanti. Una visione molto radicata della vita, quella mostrata da Manna nel testo. Una vita che scorre inesorabile verso il suo tramonto, verso quel tempo che è di bilanci e fors’anche di rimpianti. Uno sguardo sovente rivolto al passato, anche per la presenza ripetuta di miti e personaggi della mitologia classica. In linea comunque con la filosofia che sembra essere alla base delle composizioni e che si può sintetizzare nelle parole del protagonista del racconto Qualcosa d’altro: «siamo fatti anche di tutto ciò che abbiamo perduto».

Sembra quasi incredibile che I piani inferiori della luna sia l’opera di esordio di Michele Manna. Uno stile talmente particolare e deciso, dal taglio decisamente originale, che lascia comunque intendere un lungo e articolato percorso creativo dietro l’opera così presentata ai lettori. Un libro che si apprezza sia per l’originalità della forma che per i contenuti.

Michele Manna: Nasce a Roma, dove vive e lavora. I piani inferiori della luna è il suo esordio letterario.

Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Edizioni Ensemble per la disponibilità e il materiale.

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Le “myricae” della vita in “Due volte a settimana” di Ernesto Valerio (presentARTSÌ, 2016)

03 venerdì Nov 2017

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Duevolteasettimana, ErnestoValerio, presentARTSÌ, recensione, RinnovamentoCulturaleItaliano, romanzo

Come si fa a «sopravvivere, nonostante tutto»? I dolori, le delusioni, le malattie, le perdite… tutte quelle ombre che vanno a “scurire” e, al contempo, a caratterizzare la vita di ognuno e che la possono condizionare al punto che si può, di punto in bianco, scegliere di resettare l’essere che si è stati fino a quel momento e “crearne” un altro, plasmandolo intorno all’umano che si vuol essere. Così è stato per Elio, il protagonista di Due volte a settimana di Ernesto Valerio, pubblicato dall’associazione presentARTSÌ – bottega di prodotti culturali, in prima edizione a maggio 2016.

Abbandonare carriera e amore per riscoprire la vita, propria e degli altri, attraverso piccoli e grandi oggetti recuperati, riadattati, comprati e rivenduti. Storie ed epoche che si incontrano e si intrecciano lungo il cammino delle esistenze umane. E così questi oggetti diventano per Elio le myricae care al Pascoli, le “piccole” cose che consentono al poeta di riscoprire sensazioni, presenze, fenomeni agli altri impercettibili e che permettono di capire e carpire il cosmo e la vita. A Elio serviranno per riscoprire se stesso e suo padre, con cui inizierà a sentirsi telefonicamente due volte a settimana.

Il libro di Ernesto Valerio si compone pezzo dopo pezzo, capitolo dopo capitolo e solo alla fine il lettore ne riesce a ben comprendere il senso e il grande potenziale. Ci sono delle ripetizioni cicliche che durante la lettura infastidiscono ma poi si realizza che sono servite all’autore per meglio definire il personaggio e la sua storia. Quella di Valerio in Due volte a settimana è una scrittura che sembra ruotare intorno alle piccole cose della vita ma che egualmente gli consente delle puntate verso i grandi sbagli del vivere contemporaneo, la frenesia che a volte assume proprio i contorni della follia. Per la carriera. Per il denaro. Quasi azzerando l’essenza vera e profonda dell’esistenza.

La storia raccontata da Ernesto Valerio in Due volte a settimana riflette alla perfezione la citazione di Michele Mari che accoglie il lettore: «e adesso che te ne sei accorta non so se la mia vita sarà rubricata come cosa patetica o come cosa eroica». La differenza la farà la sensibilità di chi legge e l’ordine costituito della sua personale scala dei valori. Chi scrive ritiene il testo di Valerio un ottimo modo per raccontare di come le persone, quelle reali che affrontano ogni giorno la vita a testa alta, riescono a «sopravvivere, nonostante tutto». 

Ernesto Valerio: Nasce a Lanciano. Si laurea in Comunicazione a L’Aquila e in Sociologia Economica a Trento. Risiede e lavora a Mantova. Due volte a settimana è il suo primo romanzo.

Source: Si ringrazia Raffaella Tenaglia della Pixie Promotion per la disponibilità e il materiale

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