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Irma Loredana Galgano

Irma Loredana Galgano

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“Have a nice day” di Serenella Baldesi (Ensemble, 2018)

27 venerdì Dic 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Ensemble, Haveaniceday, recensione, romanzo, SerenellaBaldesi

Può la routine quotidiana essere completamente stravolta da un incontro pressoché casuale? Può la vita di una donna essere posta in discussione per intero solo a causa del fato o del destino? Può davvero il caso scegliere il destino di una persona oppure ciò che accade alla fin fine è sempre frutto di una scelta?
Le risposte a questi quesiti, tutt’altro che banali, sembrano essere l’impalcatura su cui Serenella Baldesi ha deciso di far poggiare l’intero impianto costruttivo del suo libro, Have a nice day, edito da Ensemble in prima edizione a ottobre 2018.

Olivia è una donna, cinquantenne, sposata, senza figli, sportiva, che svolge la professione di architetto e di amministratore dell’impresa di famiglia. Lavoro, matrimonio e vita le sembrano ormai solo una cupa routine da continuare a praticare per inerzia. Priva di stimoli e sensazioni forti lascia che il tempo scorra lungo le anse di questo tran tran quotidiano. Non si aspetta di certo che, da un momento all’altro, la signora che era sposata, etero, architetto e imprenditrice compia una rivoluzione tale da spingerla verso “l’amore femminile” e a spostarsi a vivere all’estero.

Molte sono le prove che Oli è chiamata ad affrontare nella sua personale rinascita, la second life che la vita, il destino oppure lei stessa hanno scelto di offrirle. Altrettante le delusioni che, esattamente come nella prima vita, la protagonista del libro di Baldesi, cerca di imputare a svariati colpevoli. Solo quando realizza e comprende di essere e dover essere il solo “burattinaio” di se stessa pare ritrovare quell’equilibrio che sembrava smarrito.

Uno stile narrativo, quello impiegato da Serenella Baldesi, che sembra creato su misura per la storia narrata. Un fraseggio chiaro ma al contempo carico di parole ed espressioni vorticose, che sembrano aver origine dalla stessa protagonista, girarle intorno, risucchiare il lettore e prendere forma poi nelle varie vicissitudini che coinvolgono cuore e mente di Oli. Il personaggio principale, la protagonista, è ben delineato e caratterizzato. Un po’ meno gli altri protagonisti. Ma questa, forse, è una scelta voluta, proprio per lasciarli in quella sorta di nebbia che avvolge l’intera esistenza di Olivia, e fare in modo che sia solo lei ad emergere dal grigiore dei suoi tormenti.

Un romanzo, Have a nice day di Serenella Baldesi, senza risposte ma con tante domande. Un libro che non vuole insegnare bensì raccontare. Con una protagonista che vuole imparare a conoscere se stessa e un lettore che segue e insegue il suo percorso riflettendo sui tanti misteri e segreti che solo la vita può farti incontrare.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa delle Ensemble Edizioni per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Sono andato a sbattere” di Michele Molinari (IlRio, 2018)

06 venerdì Dic 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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IlRio, MicheleMolinari, recensione, romanzo, Sonoandatoasbattere

Un libro sulla resilienza, su come trasformare i traumi in “occasioni”. Sono andato a sbattere di Michele Molinari è un testo scritto dall’autore alla fine di un lungo e sofferto periodo introspettivo, che ha fatto seguito a un altro percorso, lungo e sofferto, che ha riguardato al contempo corpo e anima. Un trauma. Il trauma da cui tutto ha avuto origine.

Un libro emotivamente impegnativo perché pone il lettore in una condizione di immediata empatia con il protagonista, con il suo trauma e con i suoi pensieri. Un personaggio che è lo stesso autore ma potrebbe essere chiunque e questo contribuisce a rendere ancora più coinvolgente il narrato, il racconto del vissuto. Le emozioni e i sentimenti che ne sono derivati. Le considerazioni più generali enunciate.

«Non sento più le gambe – continua a ripetere. Si è buttato dal terrazzino, è il minimo che gli potesse succedere – commenta l’infermiere intanto che mi cambia il collarino. C’è qualcosa di cupo nella sua disperazione, non sono urla di dolore bensì suoni lanciati da una mente ferita, forse un processo che viene da lontano e al quale i famigliari sono ormai avvezzi. Lo accarezzano dolcemente, in silenzio, non parla nessuno.»

Come se avessero piena consapevolezza di ciò che sta accadendo, di ciò che è accaduto e di cosa riserverà loro il poi, il dopo. Il futuro.
Al contrario, il protagonista del libro di Molinari, lui stesso, è molto disorientato, incredulo, incerto. E l’autore trasmette molto bene tutti questi sentimenti ed emozioni attraverso la scrittura. Riesce a descrivere quanto accade e a creare fin dalle primissime battute un legame con il lettore. Si è scelto il termine battuta non per puro caso. La vena ilare che percorre l’intero narrato, l’ironia che tenta di esorcizzare paura e dolore è una costante che il lettore ritrova lungo tutto il testo.

Lo stile narrativo è semplice, chiaro, lineare. Per la maggior parte si tratta della trascrizione dei pensieri e delle emozioni dello stesso protagonista, con l’aggiunta di pochi e brevi passaggi in cui si riportano le conversazioni intercorse soprattutto con il personale medico e paramedico.
L’ambiente, pur se poco descritto, ben viene percepito dal lettore, proprio attraverso il racconto del vissuto dell’io narrante.

Un libro, Sono andato a sbattere di Michele Molinari, che racconta di una sfida, quella tra il protagonista e il suo dolore. Una dura lotta contro lo sgomento, l’incredulità, la paura, il terrore, l’ansia… contro tutti quegli inevitabili strascichi che il trauma si è portato appresso. Un libro che non ha la pretesa di fare la morale o insegnare, semplicemente vuole raccontare una storia. Perché anche la narrazione è una fase del percorso la quale, insieme alle altre, contribuisce a costruire il ponte da percorrere o la corda cui aggrapparsi per tornare alla “normalità” che non sarà certo la vita di prima bensì un’altra, diversa, perché tra le due resterà sempre inciso, come scolpito nella roccia, il trauma e tutto ciò che verrà sarà, inevitabilmente, costruito e modellato intorno a esso.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Recensione a “Quarantena Roma” di Dario Giardi (Robin Edizioni, 2018)

06 domenica Ott 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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DarioGiardi, fantascientifico, QuarantenaRoma, recensione, RobinEdizioni, romanzo

In una Roma del futuro Dario Giardi sceglie di ambientare il nuovo romanzo fantascientifico, nel quale suspense e catastrofismo si alternano a routine quotidiana e sentimentalismo.
Quarantena Roma è stato pubblicato con Robin Edizioni nel 2018 e, pur raccontando una nuova e diversa vicenda, rimanda, come stile narrativo e linguistico, ai precedenti scritti dell’autore, in particolare DNA.
Entrano a gamba tesa nella storia raccontata da Giardi elementi di storia e preistoria, di archeologia e tecnologia, come anche di medicina e scienza. Permane nello stile narrativo dell’autore lo schema dualistico di contrapporre una visione popolare a un’altra scientifica di ciò che intende raccontare.
Pur non trattandosi di testi scientifici o di saggistica, gli scritti di Giardi risultano comunque interessanti sotto questo aspetto, in quanto offrono comunque uno spunto di riflessione al lettore anche su argomenti di stretta attualità, come la diatriba sempre accesa sui vaccini.

La narrazione si sviluppa su diversi livelli spazio-temporali: l’oggi, con il protagonista che ascolta i file audio delle sedute di ipnosi del nonno (ieri), che lo hanno aiutato a superare eventi traumatici (passato). Singolare il fatto che i tre livelli della narrazione “al passato” si svolgano in un tempo che è in realtà futuro per il lettore.

Si denota nel testo una ripetuta e sistemica volontà dell’autore di essere preciso e coerente. Giardi puntualizza e sottolinea tutto quello che potrebbe essere oggetto di obiezione da parte del lettore, perché potenzialmente incongruente o anacronistico.
Si riporta un breve passaggio a titolo di esempio:

«…dice gettando a terra il suo trowel. La ferramenta di un archeologo è rimasta quella di cento anni fa»

Agendo in questo modo si ottiene un pericoloso effetto boomerang. In chi legge rischia di fare più “effetto” la puntualizzazione dell’autore che non il narrato stesso. Trattandosi di narrativa e non di saggistica, di fantasy e non di biografia, al lettore non importa poi tanto la perfetta corrispondenza e precisione , quanto piuttosto un intreccio accattivante che mantenga alto il livello di interesse e invogli il prosieguo della lettura.
In linea generale gli scritti di Giardi lo hanno questo ritmo incalzante necessario a generare e mantenere alta la suspense necessaria affinché il lettore non abbandoni la lettura.

Quarantena Roma di Dario Giardi è un distopico molto “avventuroso”, nel quale le avventure giungono in gran parte al lettore filtrate attraverso l’ascolto del protagonista. Non per questo però delude gli amanti del genere.


Source: Si ringrazia l’autore per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Recensione a “Blu Stanzessere” di Roberta Zanzonico (Ensemble, 2019)

25 mercoledì Set 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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BluStanzessere, Ensemble, recensione, RobertaZanzonico, romanzo

A costo di cadere in un luogo comune, si potrebbe affermare che solo uno psichiatra può esplorare la mente umana al punto da raccontarla in un libro in maniera talmente originale da far sembrare la narrazione vera, tangibile, fruibile anche al lettore. Sarebbe un possibile luogo comune e allora lo evitiamo. Anche perché, leggendo il libro di Roberta Zanzonico, si ha la percezione, la sensazione o l’intuizione che la storia che ella ha voluto raccontare al lettore non derivi, non del tutto almeno, dal suo lavoro, dalla sua professione, bensì da esperienze dirette, quelle che solo il vissuto può donarti.

Un libro, Blu Stanzessere, con un intreccio molto originale, particolare, che prospetta il serio rischio di spaccare il bacino dei lettori. O ne comprendi le potenzialità fin da subito e ti lasci trascinare nella mente e nella psiche del protagonista e delle stanzessere, o ne resti fuori e difficilmente ne comprenderai appieno il potenziale.

L’esperienza onirica/extracorporale che vive il protagonista, accompagnato dal suo fedele Guardiano, è un qualcosa che chiunque, tutti e ognuno, può o vorrebbe compiere. Quasi una sorta di catarsi per liberarsi da quelle catene che ogni giorno imprigionano la mente e il corpo, quelle che abbiamo ma pensiamo di non avere. Il tempo per esempio. La fretta generata dalla mancanza di tempo. L’ansia per il poco tempo. Lo stress per la perdita di questo tempo che riesce a scandire la vita perché gli viene permesso di farlo.
Ma quando il protagonista si sveglia realizza che “non c’era più il tempo e non c’era più nulla da collocare al suo interno”. E sarà proprio questo vuoto a dargli il primo sollievo dopo lo smarrimento iniziale. Una lavagna bianca, un’agenda tutta nuova da poter riempiere seguendo i ritmi che sarà lui a scegliere. Un nuovo inizio. Lo pensa, non è detto che sia così.

Le riflessioni sul concetto di Tempo non sono le uniche parti del libro della Zanzonico che rimandano a un’altra opera letteraria cui l’autrice sembra rifarsi direttamente allorquando cita il bianconiglio, ovvero Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll (BUR, 2015).
L’autrice con ogni probabilità lo fa per rendere più facilmente percepibile al lettore la sensazione di smarrimento del protagonista, soprattutto nella parte iniziale del testo, la medesima provata e descritta da Carroll per Alice. In realtà, questo ripetuto accostamento potrebbe anche risultare controproducente, proprio a causa della maggiore notorietà dell’opera letteraria di Carroll. Il lettore di Blu Stanzessere potrebbe addirittura risultarne distratto e stranamente attratto, volenteroso nel cercare, nel testo di Zanzonico, altri elementi in comune con il romanzo di Carroll, dimenticando o quasi che il punto focale del libro che sta leggendo sono le stanzessere e non la tana del bianconiglio.
Questo però accade solo nella prima parte del libro, poi la Zanzonico imprime con maggiore forza la propria personalità al narrato. E questo è certamente un bene.

Lo stile di scrittura scelto da Roberta Zanzonico per Blu Stanzessere è molto contemporaneo, con un fraseggio breve, diretto e poco arzigogolato. Ricorrente l’impiego di espressioni gergali o “di vulgata”. Si tratta per certo di una scelta giusta, che ha contribuito ad ancorare la narrazione a un presente necessario al lettore, da lui riconoscibile e accessibile, specie se contrapposto alla evanescenza delle stanzessere.
Nel testo si alternano con una certa regolarità narrazioni in prima persona, nelle quali il protagonista descrive l’ambiente, introduce la scena e avanza ipotesi e riflessioni, a parti in forma dialogica, quasi esclusivamente tra il protagonista e il Guardiano. Un posto a sé occupano i “cori” delle stanzessere, ovvero i racconti con i quali le donne ivi “rinchiuse”, ma per scelta, interagiscono con il protagonista. Pezzi di un puzzle che si ricompone solo alla fine del libro, quando il protagonista riempie di nuovo il vuoto iniziale, anche se sembra non avvertire più i fardelli che aveva. Sembra. Perché alla fine la storia raccontata da Zanzonico ruota intorno a concetti fondamentali come essenza e vuoto, unione e solitudine, certezza e incertezza, legami e abbandoni, ricordo e oblio… Una lettura, Blu Stanzessere di Roberta Zanzonico, che si rivela essere proprio come un viaggio per mare, pieno di insidie e avventure ma comunque spettacolare.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Ensemble Editori per la disponibilità e il materiale


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Brexit Blues” di Marco Varvello (Mondadori, 2019)

17 domenica Mar 2019

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BrexitBlues, MarcoVarvello, Mondadori, recensione, romanzo

 

L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, avvalorata dal risultato del referendum del 23 giugno 2016, nota come Brexit, ha scatenato valanghe di discussioni pubbliche e politiche sui termini certo ma, soprattutto, sulle conseguenze. Per l’economia come per le tantissime persone che, a vario titolo, hanno attraversato il canale della Manica per studio o lavoro. I termini della loro permanenza sul suolo britannico saranno magari da rivedere ma difficilmente si assisterà a scene così drammatiche come quelle paventate da media e sostenitori del Remain. L’emigrazione, soprattutto per lavoro, è cosa ben precedente la nascita degli accordi dell’Unione europea e quella nel Regno Unito ha riguardato e riguarda tutt’ora non solo e non esclusivamente cittadini comunitari.
Qualcuno potrebbe dire che si farà come si è sempre fatto. Eppure i sostenitori convinti di un’Europa unita e inscindibile sembrano essere addirittura terrorizzati da quello che di certo, a loro avviso, accadrà.

Tutte queste paure Varvello le ha trasformate in storia, nel racconto di una società, quella inglese del post-Brexit, che sembra essere diventata l’incarnazione di una moderna Gomorra dove tutto è portato allo stremo e all’esasperazione. Un’estremizzazione per certo voluta dallo stesso autore per sottolineare il timore di pericoli che possono celarsi dietro cambiamenti troppo repentini radicali e profondi: «Alla fine l’avrebbe spuntata il buon senso, pensavano. Il Remain avrebbe vinto. Magari di misura, ma avrebbe vinto. Gli elettori non avrebbero davvero scelto il salto nel buio».

Le reali tappe storiche e politiche della vicenda principale, il Referendum sulla Brexit, comprese le interviste e le dichiarazioni di politici e opinionisti, fanno da sfondo e da sottofondo alle azioni e alle vicissitudini dei protagonisti delle storie descritte. Il registro narrativo utilizzato dall’autore è semplice, lineare, con una scrittura che rimanda molto al parlato comune, nell’uso di frasi brevi, di un linguaggio non particolarmente ricercato e nell’impiego di espressioni di largo utilizzo.
C’è una sensazione di malessere continuo che accompagna le storie e i protagonisti fin dalle primissime battute. Una sorta di blues narrativo che solo in apparenza si può ricondurre al Referendum e al suo risultato. In realtà, più si va avanti con la lettura più in chi legge si rafforza la convinzione che questo mal di vivere sia legato alle vite, alle esistenze e al vissuto quotidiano, su cui potrà magari incidere e influire anche questo nuovo grande evento ma che rimarrebbe e persisterebbe in ogni caso.

In Brexit Blues Marco Varvello sceglie di alternare capitoli in cui racconta le varie storie e parti nelle quali invece esprime il suo personale parere, anche sulle medesime vicende appena narrate. È una scelta stilistica molto azzardata, il lettore non riesce fino in fondo a legare tutte le varie narrazioni e, soprattutto, si chiede il motivo per cui si è scelto di spezzettare in questo modo il libro. L’intento principale di Varvello sembra, alla fin fine, quello di raccontare la sua opinione su quanto sta accadendo nel Regno Unito e le parti in cui lo fa in effetti travalicano per interesse quelle in cui la narrazione segue gli eventi e le vicende di sconosciuti.

Il libro di Varvello appare molto più simile a una memoria di ricordi e opinioni personali dell’autore che non a un romanzo, un reportage giornalistico o un saggio critico. Sono le idee e le tesi dell’autore a farla da padrone nel testo e sono sempre queste a rimanere impresse nella mente di chi legge, molto più delle tante storie raccontate, vere o presunte che siano.
Il Regno Unito e gli inglesi, molti di loro almeno, non temono la Brexit perché forse è proprio vero che «questo Paese è globale. Da secoli vive oltre la dimensione europea». Colonizzatori, avventurieri e conquistatori. Sovrani e mai sudditi. Forse non è tanto la Brexit a spaventare così tanto quanto il fatto che, in realtà, il Regno Unito non è mai entrato davvero nell’Unione Europea, non fino in fondo almeno.


Articolo originale qui


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“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018) 

The Corporation e Piigs: fin dove si spingono i tentacoli del libero mercato? È questa l’Europa che vogliamo? 


 

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“L’oro dei Medici” di Patrizia Debicke Van der Noot (Tea, 2018)

16 sabato Mar 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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LorodeiMedici, PatriziaDebicke, recensione, romanzo, romanzostorico, Tea, WMI

L’oro dei Medici, pubblicato con Tea, è un romanzo storico che Patrizia Debicke sceglie di ambientare, almeno in parte, a bordo di una nave, nella fattispecie un’imbarcazione della flotta granducale, da guerra.
Un rischio e un ulteriore livello di difficoltà. Una sfida che l’autrice sembra aver voluto lanciare a se stessa. Il linguaggio e la parlata propri del Cinquecento in un contesto ancor più arduo.
Il lavoro di documentazione che certamente la Debicke ha fatto, unitamente a un’attenta verifica, hanno comunque dato buoni frutti.
Il linguaggio, seppur preciso e tecnico, non risulta ostico o stucchevole. È attento, elaborato, ma fluido e scorre bene come l’intera vicenda narrata.

Persiste anche in questo lavoro letterario la descrizione dettagliata e minuziosa, anche anatomica, dei protagonisti e la sottolineatura della loro prestanza fisica, la virilità, la forza di valorosi condottieri, uomini forti e determinati. Descrizioni che ne enfatizzano le caratteristiche generali e accentuano l’aspetto deciso e perentorio del loro essere e del loro volere. Uomini blasonati, avvezzi al comando, alla servitù e ai privilegi.

La Debicke ha studiato molto e in maniera approfondita il periodo in cui ha deciso di ambientare i suoi romanzi storici. Leggendo i libri di colei che più volte e a buon diritto è stata indicata come “la signora del Cinquecento”, traspare l’impegno profuso e la cura per ogni dettaglio, che sia di interesse storico artistico architettonico o linguistico.
Eppure riesce l’autrice, nei suoi libri e attraverso le sue storie, ad attualizzare, per così dire, le vicende come anche i protagonisti i quali, pur essendo perfettamente inseriti nel contesto storico di riferimento, sembrano avere sempre un qualcosa che li avvicina e li accomuna agli uomini e alle donne, ai governanti e alla popolazione, ai benestanti come agli indigenti di oggi.

Il Cinquecento raccontato ne L’oro dei Medici, come anche negli altri romanzi di Patrizia Debicke, è un mondo, il mondo visto dall’aristocrazia, dai principi, dai cardinali, dai pontefici. Nel quale i componenti tutti i livelli inferiori della popolazione vivono le loro esistenze, quando va bene, di riflesso, quando va male, in condizione di completa precarietà e abbandono.
D’altronde è esattamente questo il mondo cinquecentesco che è passato alla Storia attraverso libri, scritti e opere d’arte. Fu solo a cavallo tra 1500 e 1600 infatti che Annibale Carracci, per fare un esempio, compì la sua grande e personale rivoluzione nella pittura: la rappresentazione della vita quotidiana di bassa estrazione come opera d’arte. Il suo Bottega del macellaio è tra le opere più famose al riguardo. Ancor più audace, controversa ed estrema la rivoluzione portata avanti da Michelangelo Merisi, ovvero Caravaggio.

Questa volta la Debicke ha scelto come protagonista un personaggio che è anche un cliché: Don Giovanni. Il suo appartiene alla famiglia de’ Medici, figlio naturale di Cosimo I ed Eleonora Albizzi, legittimato per volere del padre. Un vero Don Giovanni di nome e di fatto. Ma l’autrice è riuscita a renderlo di gran lunga più interessante raccontando di un uomo e delle sue “conquiste” amorose certo ma anche dei suoi principi, dei sentimenti, del coraggio e del rispetto che si conquista con l’onore e il valore e non solo e non tanto con il denaro e i titoli nobiliari.

L’utilizzo di figure retoriche e la ricercatezza di termini e linguaggio fanno sì che la Debicke regali al lettore “immagini di parole” molto suggestive. Per riportare alcuni esempi: «Ma il sole, coi connotati dell’inverno che incombeva, mostrava gran fretta di coricarsi nel letto di nuvole basse, arrossate, che sfioravano il mare» oppure «il grande portone della Canaviglia si spalancò, prontamente vorace, ad accogliere il ritorno di Don Giovanni».
Patrizia Debicke racconta, di fantasia certo seppur con incredibile verosimiglianza, gli intrighi, i complotti, gli inganni, i tradimenti posti in essere, per posizione privilegi e denaro, da aristocratici, nobili, condottieri, notabili e prelati. Lotte di potere quasi sempre intestine o afferenti a qualcuno facente parte della Curia romana. Una Chiesa di preghiera e potere che ancora oggi sembra aver conservato le sue peculiari tipicità.

Un libro scritto nell’era di internet e della comunicazione ultra-veloce e che sembra trasportare il lettore in un mondo quasi surreale, dove il tempo si misura con le clessidre, le notizie viaggiano attraverso lettere e missive sigillate e consegnate a mano. Un mondo diverso, antico eppure, per certi versi, così ancora tristemente attuale.

L’oro dei Medici di Patrizia Debicke, pubblicato in seconda edizione digitale da Tea a maggio 2018, è una lettura senz’altro consigliata.


Recensione apparsa sul numero 53 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte 



Source: Si ringraziano l’Ufficio Stampa di Tea e AnnaMaria Riva – Comunicazione e Promozione per la segnalazione, la disponibilità e il materiale.


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Raccontare la vita. “Due secondi di troppo” di Andrea Mauri (Il Seme Bianco, 2018)

16 sabato Mar 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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AndreaMauri, Duesecondiditroppo, IlSemeBianco, recensione, romanzo

Andrea Mauri vive e lavora a Roma, negli archivi della Rai, le Teche. Ogni giorno attraversa la città, incontra persone, segue le strade e riflette sulla vita, incontra storie, altre le immagina, poi si reca a lavoro e vive tra mille storie del passato. È in questo modo forse che, pian piano, ha plasmato il racconto della vita di Antonello e di sua madre. Una narrazione in continuo bilico tra passato, presente e futuro. Un passato dimenticato e cercato, un presente invivibile e un futuro che racconta cose che si è costretti a tenere nascoste.

Un romanzo breve, Due secondi di troppo, ma molto intenso. Poche pagine che racchiudono e condensano interi mondi, intere vite. Quella di un ragazzo il quale, nel tentativo di librarsi e prendere il volo, inciampa su se stesso e si lega talmente a quella parte di vita che non c’è più da restarne quasi prigioniero. E quella di una madre, molto più forte e determinata, la quale ha trascorso l’esistenza conoscendo in anticipo il futuro e i segreti di tutti, anche del figlio, costretta a vivere sospesa nell’oscurità dei ricordi, ingoiati dalla demenza senile che l’ha duramente colpita.

Gran parte della storia è ambientata e si consuma all’interno della casa di riposo, dove la donna è ricoverata e dove il figlio trascorre molto del suo tempo nel tentativo, quasi disperato, di far ricordare alla madre il passato ma non quello vero, piuttosto quello che lui avrebbe voluto fosse. Una vita nella quale sua madre non leggeva il futuro e lui non si vergognava di essere omosessuale.

Il romanzo di Andrea Mauri è molto suggestivo. Profondo. Lo stile narrativo molto incisivo. Fraseggio breve, struttura delle frasi essenziale, costruzione ridotta al minimo riescono egualmente a essere molto interessanti, a catturare l’interesse del lettore e mantenere alto il suo livello di attenzione durante la lettura, che è anche un invito alla riflessione su alcuni temi delicati ed essenziali che toccano in diversa maniera, o potrebbero comunque farlo, la vita di tutti e di ognuno.


Recensione apparsa sul numero 53 della rivista WritersMagazine Italia diretta da Franco Forte


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© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

L’amicizia è amore assoluto? “Calle del vento” di Monica Bianchetti (Linea Edizioni, 2018)

11 lunedì Mar 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Interviste

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Calledelvento, intervista, LineaEdizioni, MonicaBianchetti, romanzo

La scrittura che diventa un viaggio introspettivo “dovuto”. Per certi versi necessario. Un cammino per ritrovare se stessi e i propri affetti e sentimenti. Emozioni che sembravano perdute. Per limare quella rabbia che non è frustrazione, bensì dolore. Sentimenti e amicizia sono i punti focali della scrittura di Monica Bianchetti e il tema principale del suo nuovo romanzo, Calle del vento, edito da Linea Edizioni.
Una scrittura che è un percorso il quale, esattamente come la vita, può sorprenderti o deluderti ma mai smetterà di insegnarti affinché si possa imparare o continuare a sognare, amare o, “semplicemente”, vivere.

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Un timido raggio di sole fa vibrare l’acqua dei canali e Venezia si sveglia.
Giulia cerca la sua migliore amica, scomparsa misteriosamente tra le calli della città più bella del mondo. Dove è finita Pea?
La storia di un’amicizia dove le anime si toccano oltre lo spazio e il tempo.
“Penso a chi si ritroverà tra le mani queste pagine. Cosa capirà di noi? Scrivere parole è come scrivere note. Alla fine si compone un’armonia di suoni ed emozioni forse per dare un senso a questa nostra vita, spesso arrangiata, imprevista e imprevedibile. (…)
Che storia è questa? La storia di un’amicizia che s’arrotola felice, nei giorni che furono e che saranno.
Amicizia, la nostra, che corteggia affetto e sogna sogni, noi, che la vita ce la siamo sempre inventata.
Amico è una parola grande. Troppo facile abusarne.
A un amico non serve spiegare. Capisce lo sguardo. Afferra l’anima. Non fanno danni certi silenzi.
Ma abbiamo veramente tutti l’anima che crediamo di avere? E abbiamo tutti un amico da amare e proteggere o rimpiangere?
Non vi è felicità per me dove tu non sei”.

*****

Ne abbiamo parlato con l’autrice in un’intervista.

Calle del vento è, principalmente ma non solo, una storia di amicizia. Cosa rappresenta l’amicizia per te?

Lo volevo fortemente questo libro sull’amicizia.
Quel legame profondo che spesso ci ha accompagnati sin da piccoli, un’amica che ti dice quelle cose che nemmeno tu avresti il coraggio di dire a te stesso, un’amica che indovina quando deve chiamare o giungere. Amica che ti sta attorno e dentro e che, quando manca, passando da una stanza all’altra vai cercandola.
Un libro che ho fortemente sentito. Quell’esigenza di scrivere per ricordare la mia amica che, anche se fisicamente non è più, la sento qua, tra le righe, in un raggio di sole che squarcia le nubi, in un profumo di tutto quello che c’è stato dietro di noi, la leggerezza dell’infanzia e un abbraccio che mi chiude. L’amicizia, quella vera, è esclusiva, ti aiuta a crescere, non ti abbandona. Il vero amico non se ne va, casomai ci si può prendere una pausa, possono esserci dei momenti in cui ci si separa, ma alla fine ci si ritrova sempre. Alla fine è amore, un amore che va oltre, che non ha interessi, secondi fini, non crea malintesi, né aspettative. L’amico ti accetta esattamente per come sei.
“Tu riponevi le tue speranze in me e io in te, senza bisogno di alcun sacrificio, un sentimento disinteressato. Non è questo forse il vero senso profondo dell’amicizia? Il contenuto più autentico, una sorta di altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla. L’amicizia è gratuita, è un rapporto che crea amore; proprio per questo non conosce il linguaggio del prezzo.”

Il libro è dedicato a Frida di cui, tu affermi, aver ereditato i desideri. Come si possono ereditare i desideri degli altri?

“Vita dolce, vita amara, susseguirsi di ore e giorni, nascite, eventi, dipartite, musica e risate, pianto e paura, questa è la signora vita che ci gira intorno e noi ci stiamo proprio in mezzo, qui, a cercare di campare.”
Finché a un certo punto la “signora vita” decide di prendersi qualcosa o qualcuno.
La mia amica oggi non c’è più. Io ho ereditato i suoi desideri perché il desiderio è attesa e apre spazi infiniti. Tutti noi prima o poi perdiamo qualcosa: le chiavi di casa, un treno, un’occasione, il senno. Io ho perso lei e da oggi in poi gli anni saranno difficili da sopportare, ma se i suoi desideri diventeranno i miei sogni, sogni che in qualche modo cercherò di realizzare, allora lei sarà ancora con me. Ma forse il suo unico grande desiderio era semplicemente quello di poter continuare ancora a vivere.

Ad ogni tuo nuovo libro sembra che la scrittura diventi per te un qualcosa di sempre più profondo, intimo. Nel testo si leggono frasi che sembrano provenire dalla parte più nascosta delle viscere… o del cuore. Dove ti sta portando questo percorso che è anche molto introspettivo?

È un percorso dovuto più che voluto. Un viaggio nei sentimenti più profondi, nell’io più nascosto. Non basta più narrare. Come creare una stanza dove i pensieri ti vengono incontro. La lettura di un libro è molto soggettiva. Io sto diventando una lettrice molto esigente. Non mi accontento più di leggere e basta. Mi serve una storia che mi coinvolga in prima persona, che mi scavi dentro, nella quale potermi identificare o confrontare. Forse la mia scrittura avverte la necessità di questa mia crescita interiore e sto diventando anche una scrittrice esigente. L’anima inizia ad avere un’importanza peculiare, perché solo l’anima può riconoscere certi sentimenti. Si può tranquillamente fingere di avere un cuore, ma non si finge di avere un’anima.

L’amicizia certo, ma il tema fondante del libro sembrano essere i legami, nonché i sentimenti che da questi derivano. Sono i legami a generare il nostro vissuto o, piuttosto, il contrario?

Entrambe le cose in modo differente, in situazioni diverse e in momenti inaspettati. I legami faranno sempre parte della nostra vita e spesso percorrono strade invisibili. Forse è proprio la paura della solitudine che genera legami.
Ci sono dei legami che rimarranno eterni, anche se apparentemente lontani. Un po’ come il sole e la luna: lontanissimi, ma essa si vede solo perché viene illuminata dal sole.

Senza spoilerare troppo la storia che si snoda seguendo un mistero che ne rappresenta anche un filo conduttore, volevo soffermarmi, quasi paradossalmente parlando di un libro, sul silenzio e sulle cose mai dette. Un aspetto peculiare delle protagoniste. Può una parola taciuta determinare l’intero corso di una vita?

“Amico è una parola grande. Troppo facile abusarne. A un amico non serve spiegare. Capisce lo sguardo. Afferra l’anima. Non fanno danni certi silenzi.”

È da sempre che vado alla ricerca del silenzio assoluto. L’unico posto al mondo nel quale ho potuto sperimentare un silenzio quasi totale è stato nel deserto del Sinai. Ma lì ho capito che anche in quello che crediamo silenzio, rimane nel timpano una vibrazione che genera ronzii e sibili; gli scienziati dicono che sia il fruscio dell’attività cerebrale.
Per cui il silenzio, in cui spesso ci identifichiamo, sovente è solo assenza di parole.
La parole di un libro sono parole silenti. Passano direttamente in te, dagli occhi, alla testa e, se siamo fortunati, al cuore e tutto senza passare prima dalle orecchie.
In Calle del vento ci sono pochi dialoghi, è quasi un monologo di memorie. È proprio nel silenzio che nascono domande e a volte si trovano risposte.
Ma alla fine la vita è rumore che prorompe, come Calle del vento, dove il sentimento dell’amicizia vincerà su tutto, anche sul tempo.


Monica Bianchetti è nata a Vicenza dove tutt’ora vive.
Ha pubblicato nel 2005 il romanzo La bambina di Venezia ed è seconda classificata al premio Adolfo Giuriato di Vicenza con il racconto La bicicletta.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Il cielo sopra l’albero e sempre nel 2006 è finalista (tra i primi dieci su oltre 1700) al II° Festival delle lettere di Milano con il racconto Il mare in una lacrima. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di racconti Le curve delle parole e nello stesso anno è finalista al concorso di poesia Un fiore di parola con la poesia Ragazza di Lisbona. Nel 2008 esce con il suo libro Il sapore della neve.
Ha collaborato inoltre con l’autore Alberto Di Gilio al libro Asiago 1915-18. La porta della pianura e Altopiani 1915-18. I guardiani di pietra.
Nel 2016 esce il suo romanzo Il cuore appeso (Linea Edizioni).


Articolo originale qui


Source: si ringrazia l’autrice Monica Bianchetti per la disponibilità e il materiale


LEGGI ANCHE

“Il destino non è volontà”, intervista a Monica Bianchetti per “Il cuore appeso” (Linea Edizioni, 2016) 

I rischi della vita in “Incerti posti” di Marco Montemarano (Morellini, 2017) 

Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&G, 2016) 

Il senso della vita raccontato da Edith Pearlman in “Intima apparenza” (Bompiani, 2017) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

“Festa al trullo” (Les Flaneurs Edizioni, 2018), la black comedy di Chicca Maralfa

01 venerdì Mar 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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ChiccaMaralfa, Festaaltrullo, LesFlaneurs, recensione, romanzo

Poco diffuso in Italia come genere letterario, la black comedy è stata utilizzata dalla giornalista scrittrice Chicca Maralfa per raccontare la sua terra di origine, la Puglia, e soprattutto gli esilaranti paradossi di un’epoca nella quale tutto, ma proprio tutto, può diventare “di tendenza”.
Antiche masserie che svettano come dune nel deserto di quell’immensa distesa che è il tavoliere e che diventano location perfette per mettere in scena la vita di un tempo, quando era ancora reale e non mera rappresentazione.
Si è letto di tutto in questi anni, finanche di un matrimonio nel quale gli invitati vestivano gli abiti degli antichi contadini del luogo. Estremizzazioni che sono senz’altro dei paradossi. E allora Maralfa decide di portare proprio questi paradossi a “sconsacrare” altri luoghi simbolo della sua Puglia, i trulli.

Festa al trullo non è un libro denuncia, non è un giallo e neanche un noir anche se un mistero incuriosisce il lettore e cattura la sua attenzione. È senz’altro una black comedy. La scrittura di Maralfa strappa molti sorrisi e alcuni passaggi sono davvero esilaranti, ma l’intera narrazione è come offuscata da una leggera nebbia. Uno sfondo grigio che si dissolverà con il colpo di scena finale ma lascerà egualmente un po’ di amaro in bocca al lettore, il quale continuerà a pensare all’uso sconsiderato che si fa di usi costumi e tradizioni. Promozioni commerciali che sono altro rispetto alle valorizzazioni a scopo turistico. Ammesso sia poi questo ciò di cui necessitano certi luoghi.

Chiara Laera è una famosissima influencer nel campo della moda. Sta preparando l’evento di punta dell’estate: una grande festa per il lancio del marchio ciceri&tria di Vanni Loperfido. Il brand, ispirato a un piatto tipico della cucina salentina, dà il tema alla serata che si svolgerà nella sua proprietà in valle d’Itria. Per avere il massimo risalto mediatico, decide di allestire un set felliniano 2.0, chiedendo alla gente del posto di interpretare se stessa. L’obiettivo è rendere veritiera e originale la messa in scena di tradizioni millenarie, uno spettacolo unico per i tantissimi invitati. Ma non tutto fila liscio. C’è chi, in questa terra, non sopporta l’invasione dei portatori di nuovi costumi, anche di genere, a tal punto da vedere minacciato il proprio ecosistema esistenziale. A fare da sfondo alla serata, una distesa di meravigliosi ulivi secolari minacciati da un killer silenzioso: la Xylella.

Un registro narrativo chiaro, conciso e molto al passo con i tempi, quello di Chicca Maralfa. Una scrittura che sta al passo con i tempi e il ritmo dell’era digitale, non dimenticando però l’importanza della lucidità e delle regole. Personaggi ben caratterizzati e perfettamente inseriti nel contesto che l’autrice, peraltro, conosce molto bene. Festa al trullo rappresenta di sicuro un esordio letterario ben riuscito. Una lettura di certo consigliata.

Chicca Maralfa è nata e vive a Bari. Giornalista, è responsabile dell’ufficio stampa di Unioncamere Puglia. Appassionata di musica indipendente e rock d’autore, ha collaborato per la Gazzetta del Mezzogiorno, Ciao 2001 e Music, Antenna Sud e Rete4. Nel 2018 con L’amore non è un luogo comune ha partecipato all’antologia di racconti L’amore non si interpreta (l’Erudita),contro la violenza psicologica sulle donne. Festa al trullo è il suo primo romanzo.


Articolo originale qui


Source: Si ringrazia l’addetta stampa di “Festa al trullo” per la disponibilità e il materiale.


LEGGI ANCHE

Periferie, rave, festini e multietnicità in “Terremoto” di Chiara Barzini (Mondadori, 2017) 

 “Un disastro chiamato amore” di Chiara Giacobelli (Leggereditore, 2016) 


 

© 2019, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

Hikikomori: il fenomeno dei ‘ragazzi ritirati’ in “Due fiocchi di neve uguali” di Laura Calosso (SEM, 2018)

29 martedì Gen 2019

Posted by Irma Loredana Galgano in Recensioni

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Duefiocchidineveuguali, LauraCalosso, recensione, romanzo, SEM

Restarsene in disparte, isolarsi. Scegliere di rimanere volontariamente segregati in casa, nella propria stanza, piuttosto che socializzare, frequentare la scuola o il lavoro. Nessun contatto con il mondo reale ma intensa e protratta attività in quello virtuale, dei giochi e delle chat. Hikikomori è il nome, di origine giapponese, designato per indicare questo triste fenomeno che in Italia, secondo stime riportate sul sito hikikomoriitalia.it, interesserebbe almeno 100mila casi.
Il mondo virtuale, digitale non è però la causa dell’isolamento, bensì un rifugio contro il proprio malessere, che ha origini diverse e svariate. Quali sono allora le cause di questo fenomeno pericolosamente in aumento?

Laura Calosso in Due fiocchi di neve uguali pur raccontando una storia inventata, specificando che il suo libro è un’opera di fantasia, compie un’attenta ed elaborata analisi del fenomeno come delle cause e delle conseguenze.
Nel testo vengono raccontate le storie di tanti adolescenti e, di rimando, quelle dei genitori, protagonisti carnefici e vittime, più o meno consapevoli, più o meno in parti uguali, di quanto accade ai propri figli. E di quello che diventano negli anni che li trasformano da bambini in ragazzi e poi in adulti.
Ragazzi apparentemente così diversi eppure, in fondo, tanto simili, accomunati da quell’insidioso malessere, che è proprio mal di vivere, e che li rende taciturni, melanconici, rabbiosi o addirittura frenetici ed euforici.

Margherita, Carlo, Marta, Gabriele, Umberto… sono tutti “sbandati”, anche se ognuno a modo proprio. Non hanno punti di riferimento, né solide e valide linee guida lungo cui scorrere per crescere e maturare la propria esistenza. Sono tutti “ragazzi ritirati”, anche se agli occhi degli altri solamente Carlo lo è, perché lui lo è fisicamente. Dal momento in cui si è chiuso nella sua stanza nella speranza, vana, di lasciare il resto del mondo fuori è apparso chiaro a tutti il suo ‘problema’. Ma il suo isolamento, il tempo trascorso al computer a chattare o a disegnare non è la malattia, è un sintomo. È la manifestazione di un problema. E sarà proprio la sua visibilità, forse, a salvarlo. Contrariamente a Margherita, il cui malessere invece se l’è portato sempre dentro, ben nascosto da un’apparente calma e determinazione.

E poi ci sono i genitori nella storia raccontata dalla Calosso. Adulti che hanno più problemi esistenziali dei figli. Insoddisfatti, depressi, smaniosi di trasfondere loro i propri desideri, incuranti del fatto che queste giovani esistenze non rappresentano lo sfogo delle proprie frustrazioni o l’incarnazione di una seconda opportunità per i propri desideri irrealizzati. I figli sono persone che hanno sogni, desideri, aspirazioni, emozioni, sentimenti… indipendenti e autonomi, a qualunque età.
Genitori che non sanno più fare i genitori, così presi dai loro problemi personali o dalla smania di apparire, di sembrare il successo cui tanto ambiscono, che dimenticano di educare i propri figli alla vita. La vita quella vera.

Il registro narrativo scelto da Laura Calosso in Due fiocchi di neve uguali è molto intimistico, introspettivo, profondo, intenso. Lo stile della scrittura si adatta perfettamente al narrato. L’ambientazione assume un significato quasi evanescente rispetto alle storie che si stanno ivi consumando. I luoghi sono ben descritti e definiti, scelti con cura meticolosa e altrettanto attentamente raccontati attraverso gli occhi dei protagonisti, in particolare quelli incuriositi di Margherita. Eppure sembrano rimanere sempre nell’ombra. Come fossero fragili ologrammi che si spengono in batter di ciglia, scompaiono per poi riapparire sotto nuove forme e colori. La scena si sposta senza alcun intralcio per il lettore da una camera semibuia e disordinata ai paesaggi incantevoli della Costa azzurra, dalle aule di un liceo torinese alla camera di un ospedale. Ed è proprio in quest’ultimo luogo che il tempo, come lo spazio, sembrano dilatarsi oltremisura, esattamente come il dolore di una madre che realizza di non conoscere affatto la propria figlia. Di aver sempre erroneamente pensato che, siccome si comportava come le sue coetanee, dovesse per forza essere come loro. Che i problemi risiedessero altrove, lontano. Magari in quelle storie di droga e altro raccontate alla televisione. Non in sua figlia. Non dentro di lei. Pensava che il male potesse giungere solo da fuori e mai dall’interno.

Il malessere invece nasce dal sentirsi diversi. Diversi e incompresi. Soprattutto quando i genitori, la scuola e la società non chiedono altro che vedere la “normalità”, quella falsa che non ammette possano esistere due fiocchi di neve che non siano perfettamente uguali.


Articolo originale qui


LEGGI ANCHE

Il racconto delle occasioni di vita perdute in “Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani (D&M, 2016) 

“L’imperfetta” di Carmela Scotti (Garzanti, 2016) 

La disperazione del viver quotidiano in “Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone (Guanda, 2017) 

La quotidianità sconfigge i demoni in “Fato e Furia” di Lauren Goff (Bompiani, 2016) 

“Le dipendenze tecnologiche. Valutazione, diagnosi e cura” di Giuseppe Lavenia (Giunti, 2018) 


 

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